Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Claudio Fava Intercettazioni: Siani sarebbe finito in galera

Intercettazioni: Siani sarebbe finito in galera

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di Claudio Fava - 1° maggio 2010
Se Walter Tobagi non fosse stato ammazzato dalle Brigate Rosse, se Giancarlo Siani non fosse finito sotto le revolverate dei camorristi, se Beppe Alfano fosse sfuggito ai mafiosi del suo paese sarebbero finiti tutti in galera, ai sensi della (quasi) vigente legge sul mestiere di giornalista.   



Un cronista scomodo, puoi ammazzarlo o puoi mettergli i ferri ai polsi: cambia il mandante, non il movente. Che è sempre il silenzio. Una quindicina di anni fa, a Palermo, un procuratore della Repubblica amante del quieto vivere mise e tenne in cella in isolamento per una settimana Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, rei di aver diffuso notizie di un processo di mafia coperte dal segreto istruttorio. E siccome la legge non prevedeva ancora la galera per i giornalisti, il magistrato
s’inventò il reato di peculato: la fotocopiatrice con cui quei due s’erano fatti una copia delle carte giudiziarie stava al palazzo di giustizia, dunque era proprietà dello Stato, come le risme di carta utilizzate. Dunque peculato, mandato di cattura e tanti saluti.
Se metto insieme i morti e i vivi, le Br e la tigna di un giudice siciliano in malafede, non lo faccio per il gusto dei paradossi ma perché sia chiaro di cosa stiamo parlando. Non certo della privacy:
che il governo, bontà sua, intenderebbe tutelare con questi emendamentialla finanziaria sulle intercettazioni telefoniche. La privacy, con la galera agitata in faccia ai giornalisti, non c’entra un fico secco: è l’impunità la posta in palio. Non di Silvio Berlusconi e dei suoi sodali ma di un potere che, chiunque lo abiti, vuole considerarsi legibus solutus, immune dalle leggi e dalla pretesa di verità.Unpotere che nontollera sguardi, domande, dubbi.
Che vuole continuare a conservare il diritto alle proprie menzogne come se l’unica pratica di governo ammessa sia l’opacità dei comportamenti.
Che dentro quella pretesa d’opacità precipiti il diritto degli italiani a sapere, a conoscere e a giudicare è solo un dettaglio. Con queste norme, che prevedono i «gravi indizi di reato» prima di autorizzare le intercettazioni ambientali, che minacciano fino a sei anni di carcere per chi rivela notizie processuali protette, buona parte degli scandali di corte sarebbero rimasti ignoti al paese.
Non avremo avuto diritto a sapere nulla sui denari trafugati agli azionisti della Parmalat, sugli ammalati ammazzati nelle cliniche milanesi, sulle mazzette pagate in Campania e in Abruzzo, sulle amicizie pericolose dei governatori della Sicilia, sulle frequentazioni criminali dei sottosegretari di Stato… Saremmo un paese felice e incosciente, immune dai dubbi, un paese di anime bambine condotte permanoa vedere solo ciò che possono vedere.
Quinon è in discussione solo il diritto dei giornalisti a far con giudizio e libertà intangibile il loro mestiere, non è solo una rivendicazione di categoria alla quale siamo chiamati a dare il nostro sostegno.
È in gioco il diritto alla verità delle cose, una verità che questa legge e lo spirito che la anima intendono negare a tutti: ai cronisti, ai lettori, ai cittadini. Quel diritto è in discussione a Roma, nei palazzi sacri del potere, come in periferia, in tutti i luoghi in cui il bavaglio a uncronista di paese diventi per qualcun altro il privilegio dell’impunità. Quando queste norme saranno legge, legge infame dello Stato, sarà bene ritrovarsi ovunque ci sia una redazione da difendere, una radio locale
da tutelare,un foglio qualsiasi da garantire. Perché questa è una legge sulla censura, e un paese censurato non è in debito solo nei confronti dei propri giornalisti: è in debito con la democrazia.
Una ragione in più per considerare inopportuno lo spirito di servizio con cui una parte dell’opposizione si presta a discutere di riforme e di giustizia con questa destra. La parola «giustizia», declinata accanto a queste norme, produce solo rumori osceni: quale idea alta e utile di giustizia riformata c’è nel legittimo impedimento, nel lodo Alfano, nel processo breve o nella galera per i giornalisti? Quale collaborazione è lecita con un governo che vuole fare della censura il proprio abito da cerimonia? E che diremo a quelli come Tobagi, Siani e Alfano che si sono fatti ammazzare in nome del dovere di dire e di scrivere e che oggi, se fossero vivi, sarebbero trattati come criminali?

Tratto da: l'Unità