Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Claudio Fava Il debito e il lutto

Il debito e il lutto

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di Claudio Fava - 28 luglio 2009
Quando ammazzarono Giuseppe Fava, una sera di 25 anni fa, i ragazzi dei Siciliani provarono a immaginare come sarebbe stata la loro vita da quella notte in poi. Diversa, irrimediabilmente: lo capirono subito. E misero nel conto molte cose: dolore, fatica, solitudine e un giornale da tenere in vita a morsi.



Nessuno di noi pensò che un quarto di secolo dopo lo Stato avrebbe presentato il conto economico di quella morte: 100 mila euro da pagare in moneta sonante per i vecchi e miseri debiti del giornale, riveduti e corretti da una sentenza del tribunale con il solito corredo di more e interessi passivi. Tre mesi di tempo per saldare, pena la vendita forzosa delle nostre case già pignorate per ordine dei giudici. Una di queste, ereditata dai suoi figli, è la casa in cui nacque e visse Giuseppe Fava. Anch'essa sotto sigilli, in attesa che sia fatta giustizia. Ora, il problema non sono questi denari: forse si potranno racimolare, è già partita una catena di indignata e stupefatta solidarietà che dimostra l'esistenza in vita di un'Italia civile, nonostante tutto. Il problema è l'insegnamento che ciascuno di noi dovrebbe trarne e trasmettere ai propri figli: cari ragazzi, se malauguratamente un giorno la mafia dovesse ammazzare vostro padre invece di affannarvi a proseguire il suo mestiere e la sua ricerca di verità mettetelo da parte, quel mestiere. Dedicatevi ad altro, andate via, rassegnatevi. Altrimenti, prima o poi, vi presenteranno il conto. Avremmo dovuto far questo? Seppellire Fava e chiudere i Siciliani? Quel grumo di ragazzi (io avevo 26 anni, il più vecchio andava per i 30) scelsero la cosa sbagliata: il giornale non si chiude, si va avanti senza pubblicità, rinunziando ai propri stipendi. Sull'editoriale del primo numero in edicola dopo l'omicidio scrivemmo: «Ci dispiace arrivare in edicola con qualche giorno di ritardo per cause che non dipendono dalla nostra volontà». Ecco: nemmeno la soddisfazione di squadernare in pubblico il nostro dolore gli regalammo.
Andammo avanti per molti anni. Stipendi zero. Pubblicità zero. Conservo ancora una cortese letterina del Banco di Sicilia, lo stesso istituto di credito indebitato per decine di miliardi con i cavalieri del lavoro e coi loro ruffiani politici, che ci diceva di non voler acquistare una pagina di pubblicità sui Siciliani al prezzo di 250 mila lire. Certo, quando devi tirare avanti così contando solo sulle copie vendute ti tocca far qualche debito: carta, tipografia, fornitori. Bene: quei debiti, rivalutati dall'aritmetica giudiziaria, sono diventati oggi quasi centomila euro. Venticinque anni dopo: vendete le vostre case. Qualcuno vorrebbe sentirselo dire: abbiamo fatto male, ragazzi, tanto valeva piegare il capo. E invece sono qui a dirvi che, se pur dovremo pagare per un fottuto puntiglio giudiziario questi soldi, se pure ci toccherà riscattare ancora una volta la morte di Giuseppe Fava, tornando indietro rifarei ciò che ho fatto. E lo rifarebbero tutti i miei compagni dei Siciliani. A cominciare da quell'editoriale, nel gennaio del 1984: ci dispiace per questi giorni di ritardo, il nostro lavoro va avanti….

Ps. Se qualcuno vuol dare una mano è aperta la sottoscrizione sul conto corrente della «Fondazione Giuseppe Fava», IBAN IT22A0301926122000000557524

Tratto da: l'Unità


L’incubo del pignoramento per i ragazzi di Pippo Fava

di Ninni Andriolo - 28 luglio 2009

Si incontrarono a Mascalucia, in casa di Antonio Roccuzzo, a pochi chilometri dallo scantinato di Sant’Agata li Battiati dove viveva la redazione de I Siciliani. Il loro direttore era stato ucciso da poche ore, cinque pallottole sparate a bruciapelo da un commando di mafia, a due passi dallo Stadio Cibali. C’erano un po’ tutti quella notte in quella villa dell’Etna: Riccardo, Graziella, Lillo, Miki, Elena, Rosario, Cettina, gli altri i ragazzi di Fava. Claudio era rimasto con la sorella e con la madre, a vegliare il corpo del padre.
Dolore e rabbia, prostrazione e voglia di reagire. Alla fine la decisione di andare avanti, «Non potevamo darla vinta a chi volle tappare la bocca al nostro direttore - ricorda Lillo Venezia, che partecipò fin dall’inizio all’avventura de I Siciliani - Progettammo immediatamente il nuovo numero. Subito, per dare la risposta migliore a chi aveva ordinato l’omicidio».
Sul notes di Riccardo Orioles prese corpo il menabò concepito a caldo per il primo numero del dopo Fava. Ventimila copie in pochi giorni quando il periodico arrivò in edicola, alla fine di gennaio, il triplo delle vendite abituali.

UN GIORNALE SCOMODO

I Siciliani era un giornale scomodo, come il suo direttore. Raccontava la Sicilia della mafia e degli affari, della politica e degli appalti. E dell’informazione che parlava d’altro mentre i Cavalieri del lavoro (Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro)imperversavano nell’isola. Con il boss, Nitto Santapaola, che la faceva da padrone. Pippo Fava ruppe il silenzio, e il 5 gennaio 1984 gliela fecero pagare.

IL FALLIMENTO
I suoi ragazzi non mollarono: un vero e proprio movimento intorno a I Siciliani. Testa e cuore, passione e sudore. Ma i debiti iniziarono a pesare, con la pubblicità che si teneva alla larga e i costi che aumentavano. Prima la chiusura «tecnica», poi quella «definitiva», Le richieste dei creditori - infine - con la Radar, editrice del mensile, dichiarata fallita.
E il conto i ragazzi ormai cresciuti di Pippo Fava dovrebbero pagarlo oggi, venticinque anni dopo. Settantaduemila euro entro il 30 settembre - pena il sequestro delle case di proprietà - per coprire i debiti della vecchia cooperativa. A pagare, insomma, dovrebbe essere chi non si rassegnò alla mafia.
«Il Tribunale di Catania ha disposto il pignoramento dei beni per i responsabili del periodico, che tennero in vita la testata per altri 3 anni dopo l'omicidio - denuncia la Federazione nazionale della stampa - Nel rispetto delle decisioni della magistratura, i giornalisti italiani ritengono che non possa chiudersi così una storia professionale di straordinario valore civile. Non può accadere che siano lasciati soli coloro che più si sono esposti su una frontiera decisiva per la democrazia stessa». Una delle case pignorate è quella di Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, in cui è nato e cresciuto Pippo Fava.
Stamattina, alle 11, nella sede romana della Fnsi si svolgerà una conferenza-stampa sulla vicenda de I Siciliani. «In una città come Catania, che ha un debito colossale dovuto a cattiva amministrazione, e in cui gli sprechi sono all’ordine del giorno - denuncia Dacia Maraini - Ci si accanisce contro dei giornalisti coraggiosi che hanno avuto il solo torto di dire le cose come stanno».

Dovrebbero pagare 25 anni dopo per il fallimento dell’editrice. Sono i ragazzi, ormai cresciuti, di Pippo Fava. direttore de I Siciliani. Il giornale visse anche dopo la morte del direttore, ucciso a Catania dalla mafia.

Tratto da: l'Unità


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