Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Saverio Lodato "Noi, Chiesa contro la mafia nonostante le minacce"

"Noi, Chiesa contro la mafia nonostante le minacce"

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di Saverio Lodato / Palermo
Resta una delle città più brutte della Sicilia, con le sue case sul mare senza...

intonaco, espressione d’uno scempio edilizio che non si può più cancellare, con le ciminiere e i fumi tossici del Petrolchimico, sinistra silhouette d’uno dei tanti fallimenti di un sogno italiano.


Ma che succede in questi giorni a Gela?

«Che Gela sta cambiando. Che assistiamo al risveglio di giovani, imprenditori e commercianti che riscoprono la cultura e il gusto della legalità. E va riconosciuto al sindaco Rosario Crocetta il merito di essersi impegnato in questo senso. A Gela succede anche che la Chiesa è scesa in campo a sostegno di una legalità che deve coniugarsi con la solidarietà e la cittadinanza attiva. I cittadini devono infatti sentirsi parte, senza subire i condizionamenti di una mafia che vuole presentarsi come potere alternativo a quello legale».
Parla monsignor Michele Pennisi, 61 anni, vescovo di Piazza Armerina, finito anche lui, dopo Crocetta, nel mirino delle cosche, minacciato e insultato in un volantino anonimo al quale gli investigatori stanno dando molto peso, al punto che il vescovado è considerato ormai un «bersaglio sensibile».
Lui taglia corto: «Il contenuto di quel volantino è farneticante. Io sarei a capo di una cupola mafiosa, insieme a magistrati, polizia, sindacati, i vertici del tribunale di Gela e di Caltanissetta, l’onorevole Giuseppe Lumia, il sindaco Crocetta e altri ancora... Continuo la mia attività normale, non dando importanza né al volantino né a chi lo ha scritto. Non sono intimidito».


Le hanno dato la scorta?

«No. E la vorrei evitare, anche se devo seguire quello che dicono le autorità».
Monsignor Pennisi guida la seconda diocesi della Sicilia, dopo quella di Agrigento, che si estende per oltre duemila chilometri quadrati: metà della provincia di Enna e metà della provincia di Caltanissetta. La visita per intero ogni settimana.


Quanta mafia c’è dalle sue parti?
«Riesi è un comune sciolto per mafia... Niscemi solo recentemente ha avuto una nuova amministrazione dopo tre anni di scioglimento... persino a Enna, che da qualcuno viene considerata zona franca, la mafia c’è, eccome...».
Una specie di commesso viaggiatore del magistero antimafia, monsignor Pennisi. Dice: «dove mi chiamano vado». E va nel cuore di una Sicilia profonda, dove il clero, in passato, non si è particolarmente distinto quanto a magistero antimafia.


Non è forse così?
«Non è più così. Io cerco di dare l’esempio e non trovo ostacoli ma incoraggiamento. Certo. Il clero più anziano si limita a un impegno prettamente religioso, senza occuparsi di problemi sociali di bruciante attualità, come la disoccupazione, il pizzo, l’usura, la mafia. Ma molte cose stanno cambiando». Vediamo in cosa consiste il suo esempio. I suoi guai non sono iniziati da quel volantino. Ma dal suo netto rifiuto a celebrare funerali religiosi e solenni nella Chiesa Madre, come pretendeva la famiglia Emmanuello per Daniele, il capo mafia di Gela, latitante, ucciso in conflitto a fuoco dalla polizia mentre cercava di scappare dal casolare nelle campagne di Villarosa, nell’ennese.  «Il comitato per l’ordine pubblico aveva vietato che i funerali si svolgessero a Gela. Ho rispettato questa disposizione e ho autorizzato una funzione religiosa dentro il cimitero. D’altra parte la richiesta di funerali solenni nella Chiesa Madre, se accolta, poteva diventare un gesto simbolico di trionfalismo che non mi sono sentito di consentire».
A quanto pare la famiglia del boss è molto religiosa. «So che alcuni dei familiari frequentano la chiesa dei cappuccini, a Gela. Tre giorni fa si è svolto il funerale del padre di Daniele Emmanuello, funerale religioso perché non esisteva alcun problema di ordine pubblico... Ora mi è giunta voce che la famiglia avrebbe intenzione di battezzare la figlia di Daniele che ha sette anni...».


Altri problemi in vista?
«No. A me fa piacere che la figlia e i familiari si accostano alla Chiesa ma voglio precisare che la "conversione", intesa come battesimo, implica, esige anche un nuovo stile di vita...».

Quanto tempo ci vorrà per cambiare davvero Gela?
«Il lavoro sarà lungo. Bisogna restituire fiducia alla gente. Gela è un paese civile. Venni qui cinque anni fa. Trovai una città con difficoltà economiche e sociali enormi, ma ho visto anche come si sono cominciate a esprimere tante energie positive. A Gela, non tutti lo sanno, c’è una Casa del Volontariato. Ha sede in una scuola abbandonata messa a disposizione dal sindaco Crocetta. Raccoglie una trentina fra associazioni laiche e cattoliche. È’ uno dei pochi esempi in Italia. C’è l’associazione antiracket, promossa dal sindaco a da Tano Grasso... Portiamo avanti un progetto per figli di carcerati e ragazzi a rischio, finanziato dalla Caritas, con l’obbiettivo di inserirli in attività di doposcuola e attività artigianali... Ci appoggiamo anche a un’associazione antiracket di Messina, intitolata a "don" Pino Puglisi. Partecipiamo ad una rete diffusa sul territorio che cerca di incoraggiare commercianti e imprenditori a sottrarsi al ricatto della mafia attraverso l’usura e il pizzo...». Se in una città come Gela, a rappresentare il potere secolare e il potere spirituale, ci sono persone come il sindaco Rosario Crocetta e il vescovo Michele Pennisi, si capisce perché i Bravi Ragazzi mafiosi diano segni di nervosismo.

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L'UNITà 15 FEBBRAIO 2008