Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
NOTIZIE 2007/2011 Saverio Lodato Gambino, Inzerillo e i picciotti Usa: il business prima dell'onore

Gambino, Inzerillo e i picciotti Usa: il business prima dell'onore

E-mail Stampa PDF

saverio-lodato-web1.jpg

di Saverio Lodato / Palermo
La Storia. Dai viaggi della droga verso New York alla guerra intestina...

 

degli anni ’80, fino alla grande fuga delle famiglie perdenti. Stavano cercando di rialzare la testa, stavano cercando di restituire centralità alla piazza di Palermo nel traffico mondiale della droga, stavano cercando di rivitalizzare un’ormai anemica «Little Italy», a New York, ridotta a un fazzoletto di pochi block, qualche patetico ristorante dal nome storpiato (Aldo’S, Mario’S, Palermu mia...), ora che i cinesi hanno comperato tutto quello che c’era da comperare, e la Chinatown fa impallidire di vergogna i siculo americani.
Erano i figli dei figli, i nipoti dei nonni, i nipoti dei bisnonni. Quelli che ogni anno, ostentando ricchezza, a bordo di lussuosissime decappottabili, partecipano alla parata del Columbus Day, sfilano insieme a massoni con tanto di gonfaloni, accerchiati da italo americane platinate che sembrano uscite da Beautiful, ma che l’Italia l’hanno vista solo in cartolina. Ma erano dello stesso sangue, erano sempre loro. Avevano gli stessi cognomi, gli stessi «valori», «business», prima, «onore» dopo. Gambino, Inzerillo, Di Maggio, Casamento, Savoca, Mandalà, Rotolo... La solita araldica mafiosa. Sul loro capo si abbatte la mazzata congiunta di un’operazione FBI e del Servizio centrale operativo della polizia e della Squadra mobile, di Palermo, denominata «Old bridge», il vecchio ponte.  Già. Il vecchio ponte, come ai vecchi tempi: quando Giovanni Falcone scoprì che la giovane cantante rock di Bagheria, Esmeralda Ferrara, spediva a New York, via Malpensa, i suoi dischi 33 giri in contenitori di zinco zeppi di eroina; quando le casalinghe del piccolo paese di Torretta si riempivano le pancere di polvere bianca, prima di spiccare il volo destinazione JFK -come raccontò in un mirabile libro («Le Signore della droga»), la collega Marina Pino, prematuramente scomparsa; quando a Palermo funzionavano a pieno regime le raffinerie, sotto lo sguardo vigile dei chimici marsigliesi che insegnavano i rudimenti del mestiere ai siciliani che a man bassa acquistavano oppio nel Triangolo d’oro, fra il Laos, la Birmania, la Thailandia. Vecchi tempi. Tempi di affari miliardari. Ma il rapporto fra picciotti e «cugini» americani, che va avanti da un secolo, non è mai stato idilliaco. E anche questo doppio blitz, a una prima valutazione, appare in qualche modo come un colpo preventivo, se non altro perché, a quel che se ne sa, non sarebbe stata trovata droga, né in America, né negli States. Per spiegare l’effettiva portata del «gold bridge» bisogna allora partire da un antefatto. Il più importante fu costituito dalla guerra di mafia inizio anni ’80, quando i corleonesi di Totò Riina, avendo deciso che era giunta l’ora di dare la scalata ai vertici palermitani di Cosa Nostra, seminarono un paio di migliaia di morti per le strade. La mattanza iniziò con un omicidio di grandissimo rilievo, quello di Stefano Bontate (23 aprile 1981), in quel momento capo della cupola, e seguito, appena 20 giorni dopo ( 11 maggio1981) , da quello di Totuccio Inzerillo, fedelissimo del Bontate. Ricordo che per «L’Unità» andai ai suoi funerali, nella borgata di Passo di Rigano, e che fra parenti e picciotti, si vedevano, in ordine sparso, i «cugini» americani, fisicamente imponenti, vestiti di nero, con vistosi Ray Ban dalle lenti verde scuro, e mazzette di quotidiani italiani sotto il braccio. In quel momento neanche loro, diretti interessati, sapevano da dove veniva la mano omicida.  Si diffuse il terrore e molti rampolli di «famiglie» ormai perdenti decisero di fuggire in America. Da qui il nome che gli affibbiarono gli avversari, quello di «scappati». I «cugini» americani, comprensivi di quanto stava accadendo in Sicilia, li accolsero non facendo loro troppe domande. Ma appena un anno dopo, il 15 gennaio 1982, nel New Yersey, in un bagagliaio, l’Fbi trovò il cadavere di Pietro Inzerillo, stessa famiglia, stesso clan, con i polsi ammanettanti dietro le spalle, freddato da nove colpi di pistola, con una banconota di cinque dollari in bocca e un’altra sotto lo slip; a significare che non aveva voluto dividere i proventi del traffico dell’eroina ormai fiorente. L’ordine era venuto da Corleone.
E fu quello l’«argomento forte» adoperato dai corleonesi per la mattanza: i vecchi leoni, gli eredi di quelle famiglie che avevano costruito Altantic City o i casinò nel deserto del Nevada, ancora una volta, non avevano voluto dividere in parti uguali. Passò il tempo. Una decina d’anni fa, furono proprio gli Inzerillo, a Palermo, attraverso una sorta di appello su un giornale locale, a rivolgersi ai corleonesi. Il tenore era questo: il tempo dei lutti e degli odi è finito, rimettiamoci tutti insieme, alla grande, a fare affari. Dal 2005, attraverso intercettazioni telefoniche, gli investigatori avevano iniziato a capire che i picciotti avevano ripreso ad andare negli Usa con troppa frequenza, e che troppi giovanotti con Ray Ban scuri scendevano a Punta Raisi, oggi «Falcone Borsellino»...
Old bridge, appunto.

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.



L'UNITA' 8 FEBBRIAO 2008