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NOTIZIE 2007/2011 Marche eventi Mafia e politica, un'anima sola?

Mafia e politica, un'anima sola?

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Mafia e politica, un'anima sola?
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11 giugno 2008

Piero Grasso parla di crimine organizzato, rifiuti e intercettazioni.

 


Intercettazioni telefoniche, pentiti, testimoni, agenti infiltrati e aumento delle pene per il reato di associazione mafiosa. Sono solo alcuni degli strumenti utilizzati ogni giorno per la lotta alla mafia. Un male antico e radicato, che muove i suoi tentacoli con rapidità e intuizione. È la mafia che penetra in ogni settore e governa l’economia. È la mafia che s’insinua silenziosamente tra i banchi del potere. È la mafia che con la legge del terrore persuade la gente che il suo “governo” sia quello che più conviene.

A fare un quadro della situazione italiana oggi, dei problemi e dell’impegno nella lotta alla criminalità organizzata è Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia.

Mafia viene spesso utilizzato come termine generico per riferirsi alla criminalità organizzata. Ma quali sono le organizzazioni mafiose presenti in Italia e in cosa si differenziano?

«Le organizzazioni criminali italiane tradizionali sono essenzialmente quattro. La mafia siciliana, la ’ndrangheta calabrese, la camorra campana e la sacra corona unita pugliese. Queste criminalità hanno uno strettissimo collegamento con il loro territorio di riferimento. La mafia ha un’organizzazione centralizzata e da quella si dirama sul territorio. Molto diversa è la ’ndrangheta composta essenzialmente da famiglie. La camorra, invece, è un’organizzazione pulviscolare, parcellizzata sul territorio».

Da questo quadro appare evidente che si tratta di un fenomeno del Sud Italia, questo significa che le altre aree dello Stato non sono toccate dalla mafia?

«No. Si tratta di un fenomeno che nasce e si muove a partire dal Sud, ma poi tende ad infiltrarsi il più possibile nel potere e nell’economia. Abbiamo una continua opera di “mafizzazione” delle altre organizzazioni criminali. L’obiettivo è quello di ottenere il controllo del territorio e delle attività economiche. Gli enormi proventi delle società mafiose hanno, ovviamente, un’origine illegale, questi introiti vengono poi reinvestiti. Le mafie si avvalgono di una lunga serie di consulenti, tecnici e collaboratori, non interni all’organizzazione, che hanno il compito di investire in attività “lecite” e di nascondere, quindi, l’origine del denaro. Gli investimenti vengono fatti in altre parti d’Italia, al Nord in particolare, ma anche al di fuori dei confini nazionali».

Quindi le mafie fanno parte dell’economia?

«Sì. Questo sistema d’infiltrazione azzera la libertà dei mercati commerciali. I mafiosi intervengono nel mercato partendo da fondi che non gli sono costati niente. A differenza degli altri imprenditori a loro il denaro non costa niente, e dunque uccidono la libera concorrenza».

Possiamo quantificare la presenza della mafia sul territorio nazionale?

«È molto difficile. Per fare un esempio, secondo le stime nella mafia siciliana i componenti effettivi, cioè quelli che hanno fatto il giuramento sono 5mila. I siciliani sono 5 milioni quindi non ci dovrebbe essere storia, insomma i siciliani dovrebbero facilmente far soccombere i mafiosi. In realtà questi numeri sono ingannevoli, perché a reggere il sistema non sono solo i mafiosi organici, ma tutta quella serie di collaboratori a vario titolo e collusi presenti sul territorio».

In quali settori si muovono le mafie?

«Nel territorio sono i gestori del traffico di stupefacenti, del racket, del gioco clandestino. Si infiltrano negli appalti pubblici tramite imprese mafiose o collegate alla mafia. La grande capacità di queste organizzazioni è quella di coniugare i loro antichi principi con la modernità. S’infiltrano rapidamente in qualsiasi settore ci siano nuove possibilità di guadagno. Per esempio nel settore dei rifiuti. Ricordo un’intercettazione in cui un mafioso diceva a un altro: “Buttiamoci nella monnezza che è oro”. Ma non è una capacità recente. In un’altra intercettazione che risale esattamente al giorno della caduta del muro di Berlino, un mafioso diceva a un suo “inviato” in Germania: “Vai subito a comperare a Berlino Ovest, devi comperare tutto, alberghi, ristoranti, discoteche”».

Insomma sembrerebbero ottimi imprenditori?

«Imprenditori che lavorano senza avere il problema del costo del denaro e che impongono le loro imprese sul mercato con l’uso della violenza e dell’intimidazione».

Le organizzazioni mafiose escono al di fuori dei confini nazionali, come è possibile?

«Acquisiscono potere economico e investono in altri Paesi. In quasi tutto il mondo ci sono basi mafiose, che si collegano con le organizzazioni criminali locali. Nel traffico di stupefacenti le mafie italiane si legano con le organizzazioni olandesi, spagnole e delle coste africane. Il mercato della droga si lega poi con il traffico delle armi e la prostituzione. Ci sono incroci con la Colombia e i Paesi dell’Est. Quando si va al di fuori dell’Italia la mafia si appoggia su concittadini emigrati. Essendo della stessa regione o città c’è solidarietà e fratellanza, e spesso così riescono ad ottenere appoggio logistico e a creare delle relazioni per poter iniziare la loro “attività”».