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NOTIZIE 2007/2011 Inchieste Salto di Quirra: l'analisi di Michela Murgia

Salto di Quirra: l'analisi di Michela Murgia

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di Michela Murgia - 12 marzo 2011

Salto di Quirra: l'analisi di Michela Murgia con all'interno speciale dossier sul poligono sperimentale e di addestramento interforze.


Sabato 19 marzo su invito della Proloco sarei dovuta andare a Perdasdefogu per tenere un incontro di letteratura nella sala della biblioteca comunale. Purtroppo l'amministrazione comunale, quando ha saputo della mia presenza, ha ritirato la disponibilità della sala e ha diffidato la Proloco dall'invitarmi. Oltre ad esprimere la mia solidarietà alla Proloco, voglio dire ai foghesini e agli abitanti dei paesi vicini interessati all'incontro che verrò a Perdas comunque, ma sotto l'egida del mensile Sardinews e nella sala parrocchiale gentilmente messa a disposizione dal sacerdote del paese don Ottavio Chillotti.

Però due parole su questo fatto vanno dette.
L'ostilità del sindaco Walter Vittorio Mura dipende dal fatto che attraverso il mio sito ho supportato la diffusione di quello che fonti sempre più numerose ipotizzano stia succedendo al Salto di Quirra, dove ha sede l'ormai famigerato poligono militare. Medici specialistici, medici veterinari, esperti in conseguenze dell'addestramento bellico, comitati come Gettiamo Le Basi e anche semplici cittadini in proprio stanno cercando di portare all'attenzione dei media e delle istituzioni quello che ritengono possa essere collegato alle attività segrete della base militare: morti sospette, aborti spontanei, malformazioni infantili e malattie di animali e persone in percentuale ingiustificabile, oltre a isterilimento e inquinamento del territorio.

Da qualche settimana gli articoli che su questo sito parlano delle problematiche legate alla base militare - compreso quello di Bobore Bussa - sono subissati di commenti da parte di sedicenti abitanti di Perdasdefogu e dei dintorni del poligono che dicono che non è vero niente, che nessuno si ammala, che è tutta una montatura, che gli stiamo (io, i giornalisti, il comitato Gettiamo le basi, chiunque ne parli) rovinando l'economia, la pace sociale e l'immagine pubblica. Minacciano denunce e richieste di danni. Mi diffidano dal mettere piede nei paraggi. Capisco i timori di una parte della popolazione: hanno paura di perdere la sola attività industriale del territorio; capisco meno gli amministratori, che dovrebbero essere i primi a voler sapere la verità tutta intera, e invece per tenersi la base sembrano disposti a minimizzare (quando non a negare) l'esistenza dei sempre più frequenti segnali di allarme sulla salute dei loro cittadini.

Tutti i politici sanno che la maggioranza degli abitanti di quel territorio ha paura di veder smantellata la base, cosa che può sicuramente accadere se sarà accertata la relazione tra le patologie e l'attività militare: questo spiega perché nessuno degli eletti locali sembri avere fretta di fare qualcosa per capire. Per fortuna però la magistratura non è elettiva, e infatti la procura di Lanusei ha aperto un'inchiesta per capire cosa sta succedendo a Quirra. Il magistrato Domenico Fiordalisi ha disposto il sequestro dei fondali marini davanti alla base (dove sono stati trovati residui dei missili usati in addestramento) e di quattro discariche piene di rottami bellici. Speriamo tutti, e a maggior ragione gli abitanti della zona, che questa inchiesta possa portare risposte certe, in un senso o nell'altro.

Mentre la magistratura procede per i suoi canali, la politica regionale è ancora ferma a discutere se sia il caso di cominciare anche solo a discuterne. Il 10 marzo era il giorno giusto per capire in che direzione si stanno orientando le scelte del governo sardo: in consiglio si presentavano addirittura due proposte di ordine del giorno sulla questione del Salto di Quirra, una da destra e una da sinistra. Così siamo sicuri che almeno uno passa, si devono essere detti ottimisticamente i parenti dei morti di Quirra che ancora hanno le forze per chiedere verità. Invece in consiglio si è realizzato l'ennesimo capolavoro dell'inettitudine della classe dirigente sarda, senza distinzione di colore: di due ordini del giorno non ne è passato neanche uno.

Come è stato possibile questo miracolo al contrario?
Facile.
- Per cominciare basta che siano assenti trentuno consiglieri su ottanta, giusto per far capire che la questione Quirra non è considerata proprio vitale.
- Poi basta votare contro o astenersi anche sulle proprie mozioni, in modo da far mancare sempre la maggioranza necessaria. Non devono nemmeno essere astensioni vere e proprie: bastano fughe strategiche dalla sala al momento della votazione, così puoi sempre dire che eri andato in bagno perché il gomito ti faceva contatto col ginocchio.
- Se invece resti in sala devi inventarti una giustificazione che sia coerente col personaggio : c'è chi ha detto che per lui l'ordine del giorno non era "abbastanza duro" (Renato Soru in modalità Walker Texas Ranger) e chi ha detto che prima di votare bisognava aspettare che si riunissero "le assemblee popolari" sul territorio (Franco Sabatini in versione "faccio politica dal basso").
- Infine è fondamentale che arrivi da Roma un promemoria del sottosegretario alla difesa Giuseppe Cossiga (sì, il figlio di) che rammenti agli smemorati politici della colonia sarda che gli accordi militari non spetta al consiglio regionale rinegoziarli. Come a dire: "parlate pure, tanto la questione del Poligono non è a Cagliari che la si decide".

Quindi a tutt'oggi la politica sarda non ha idea di cosa succeda al Salto di Quirra e non mostra di aver fretta di volerlo sapere, sia mai che dopo le tocchi di ammettere che non può farci assolutamente niente. (E qualcuno mi chiede ancora a cosa ci serve l'indipendenza).

Intanto i giornali italiani stanno cominciando a interessarsi della vicenda, aumentando la pressione su chi invece vorrebbe che si tornasse al silenzio il più in fretta possibile. Se ne è occupato il solito Fatto Quotidiano e ci ha fatto un bellissimo e straziante reportage Vanity Fair, nel numero del 9 marzo 2011. Quest'ultima inchiesta, a firma dell'ottima Tamara Ferrari, è giornalismo vecchio stile, con informazioni raccolte sul posto e testimonianze dettagliate e verificabili. Ringrazio sia Tamara che Vanity per avermi autorizzato a condividerlo su questo sito.

L'inchiesta di Tamara Ferrari per Vanity Fair: leggete e fate leggere!

Dante Utzeri non è il solo a piangere. Tutto attorno a lui, un concentrato di dolore. Un centinaio di morti di tumo­re. Malati di linfomi e leucemie. Bambi­ni nati senza cervello. Agnellini con gli occhi al posto delle orecchie, senza boc­ca, con il ventre aperto. E un intero alto­piano dove non cresce più un filo d'er­ba.

Non è un film sulle conseguenze di una guerra nucleare. È quello che sta succe­dendo nei paesini sardi intorno al Sal­to di Quirra, provincia di Cagliari, sede del più grande «poligono sperimentale e di addestramento interforze» a dispo­sizione della Nato in Europa. Una base militare, inaugurata nel 1956, dove i mi­litari delle nostre forze armate si adde­strano alla guerra. Sparano contro i car­ri armati, sganciano bombe, lanciano razzi e missili.

Il ministero della Difesa, poi, per 50 mila euro all'ora (un milione e 200 mi­la euro al giorno), mette a disposizione il poligono a enti scientifici e alle multi­nazionali che producono armi, per fare esperimenti, test e collaudi. Un mese fa la Procura di Lanusei ha aperto un'inchiesta. Le accuse? «Viola­zioni ambientali», ma soprattutto «omi­cidio plurimo di militari e civili, in par­ticolare pastori e bambini». Il magistra­to che conduce le indagini, Domenico Fiordalisi, ha disposto il sequestro dei fondali marini davanti alla base, dove sono stati trovati missili. Sono state an­che sequestrate quattro discariche piene di rottami bellici. Il sospetto è che sia­no state usate armi all'uranio impoveri­to, e che sia proprio questa la causa del diffondersi tra la popolazione dei linfo­mi, frequenti tra i soldati che hanno par­tecipato alle missioni nel Golfo Persico e nei Balcani.

«Noi la chiamiamo "Sin­drome di Quirra"», dice Mariella Cao del comitato Gettiamo le Basi. «I pae­si più interessati sono Villaputzu e la fra­zione di Quirra, dove su 150 abitanti 32 sono morti di tumore. Ma anche a San Vito e Muravera ci sono tanti casi». I più colpiti sono i pastori. Secondo un'indagine delle Asl di Cagliari e Lanu­sei, negli ultimi dieci anni il 65 per cen­to di quelli che lavorano in un raggio di 2,7 chilometri dal poligono si è ammala­to. Molti hanno denunciato la nascita di agnelli malformati. La Procura in tutto indaga su un centinaio di morti. «Che a Quirra ci sia qualcosa di anoma­lo è innegabile», dice Maria Antonietta Gatti, responsabile del laboratorio dei biomateriali del Dipartimento di Neu­roscienze dell'Università di Modena e Reggio Emilia: a lei il procuratore Fiordalisi si è rivolto per fare chiarezza sul­l'aumento dei tumori (+28% tra gli uo­mini e +12% tra le donne). «Non mi ri­ferisco solo agli effetti dell'uranio impo­verito (che per il momento none stato tro­vato, ndr), ma all'inquinamento belli­co. I pulviscoli sprigionati da esplosioni a temperature molto elevate, quelle dei test militari, possono diventare un"arma letale. Una volta entrati nel corpo uma­no arrivano dappertutto: nei linfonodi provocano i linfomi, nel cervello il can­cro al cervello. Entrano nel terreno, con­taminano frutta e verdura. L'unico mo­do per provare la correlazione tra il poli­gono e le malattie è confrontare le "pol­veri" presenti nei tumori con quelle tro­vate nell'ambiente». «Forse sono state queste polveri, porta­te dal vento, a causare quello che è suc­cesso ai bambini del nostro paese», dice Stefano Artitzu, 50 anni, di Escalaplano, 2.600 abitanti a qualche chilome­tro dal poligono. «Mia figlia, che ha 18 anni, è nata con una malformazione al­la mano. Qui, a metà degli anni '80, so­no venuti alla luce 14 bambini con problemi simili o ancora più gravi». Stefano Artitzu è uno dei pochi che han­no il coraggio di denunciare.

Quasi nes­suno, da queste parti, ama parlare di tu­mori e poligono. «Temono che la situa­zione venga strumentalizzata per far chiudere la base. Si perderebbero posti di lavoro», dice Anna de Vita, del Comi­tato di tutela ambientale e salute. «Die­ci anni fa l'ex sindaco di Villaputzu de­nunciò pubblicamente che nel nostro paese c'erano troppi ammalati. Quelli che lo hanno appoggiato sono stati accusati di danneggiare l'economia, il turismo e la pesca. Qualcuno ha subito intimidazioni". Così adesso stanno tutti zitti. Non parla­no i pastori, che anzi ci scacciano: «An­date via, non vi vogliamo». Non parla C, negoziante di Villaputzu, che ha per­so due fratelli e ne ha tre malati: «Non c'è niente di strano». Non parla quasi più Gisella Dessi, che nel 2002 ha perso il marito Mario, dipendente della Vitro-ciset, azienda legata al poligono. "Ho sofferto troppo", sussurra al telefono. «Non sono mai stata contro la base, ma dovrebbero smettere di lanciare i missi­li. Sono quelli che uccidono». I pescatori, invece, non tacciono più. «Peschiamo razzi. Una barca ha tira­to su un missile con 100 chili di esplosi­vo, è stato fatto brillare al largo», denun­cia Alessandro Porcu, della Cooperati­va pescatori di Porto Corallo. «Ora nes­suno vorrà più il nostro pesce: dovreb­bero bonificare il mare». Quei pochi che parlano lo fanno per chiedere la verità. Come don Gianni Caboni, cappellano all'ospedale di Muravera. Suo padre ha un tumore e lui conforta ogni giorno tanti altri amma­lati: «Perché non mettono delle centrali­ne per valutare il livello di inquinamen­to? Perché non controllano le onde elet­tromagnetiche dei radar? Ho sentito di­re che anche quelle possono essere noci­ve. E poi, quello che fa paura è l'aggetti­vo "sperimentale". Che cosa sperimen­tano nel poligono? Sono anni che chie­diamo spiegazioni. Mi chiedo se davve­ro si voglia arrivare alla verità». Quelle che seguono sono le storie di al­tre quattro persone che non vogliono più tacere.

DANTE UTZERI, 70 ANNI, SAN VITO

«La mia Monica aveva 38 anni, è stata uccisa dalla Sindrome. Quando ha ini­ziato a stare male faceva già avanti e in­dietro tra casa e ospedale per via del suo bambino, Alessandro, che a 8 anni si era ammalato di leucemia. Era rico­verato per periodi lunghissimi, lei non lo lasciava mai solo. Alessandro ha fatto parecchi cicli di chemioterapia e, quan­do finalmente ne stava uscendo - aveva 14 anni -, si è ammalata Monica. «Un giorno le è venuta la febbre altis­sima, l'abbiamo portata all'ospedale di Muravera e lì abbiamo scoperto che aveva un linfoma di Hodgkin. Per sal­varla le abbiamo tentate tutte. Purtrop­po non ho potuto donarle il midollo per il trapianto: non ero abbastanza compa­tibile. Lei soffriva, diceva: "Papà, non ce la faccio più. Fatemi morire". Nel giugno 2003 hanno tentato l'autotra­pianto: è entrata in coma e non è più tor­nata indietro.

«Prima che si ammalassero mio nipote e mia figlia, anche io ero stato operato per un tumore benigno alla faccia. Mi chiedo spesso come mai tanti casi nella famiglia. Penso a quando con Mo­nica e suo marito andavamo ogni fine settimana a Quirra, dove c'è l'ovile del suocero. I bambini giocavano con i bos­soli abbandonati dai militari. Andava­mo a cercare pezzi di carburante solido per missile, li usavamo per accendere il fuoco e cuocere la carne. Mangiavamo anche i funghi dell'altopiano del Cardi­ga, dove, dopo le esercitazioni dei mili­tari, non cresce più l'erba. Tutto questo ha a che vedere con la morte di mia fi­glia? Vorrei tanto saperlo».

IVANA CASULA, 43 ANNI, QUIRRA

«Sono nata e ho sempre vissuto qui, a 500 metri dalla rampa di lancio dei mis­sili. Dietro casa mia c'è la torretta di av­vistamento: da lì i soldati controllano i lanci diretti verso il mare. Poco distante c'è un radar. Non ho problemi a vivere accanto alla base, anche se i missili fan­no un bel rumore. A volte perdono i pez­zi e li troviamo nelle campagne. «Non mi sono mai chiesta se i test mi­litari potessero provocare danni, fino a quando non si sono ammalati i miei ge­nitori. Sono morti a distanza di quattro anni. Mio padre Ferdinando nel '99, per un tumo­re alla lingua. Aveva 73 anni. Di quel perio­do ricordo un infer­no di chemio e viag­gi in ospedale. Poco prima che papà morisse, si è ammalata mamma. È morta nel 2003, si chiamava Peppina, aveva 72 anni. Aveva il linfoma di Hodgkin, lo stesso dei soldati in missione di pace nei Balcani.

«Con mia madre siamo state tra quelli che dieci anni fa, insieme all'ex sinda­co di Villaputzu. hanno denunciato che qualcosa qui non andava. Non l'avessi­mo mai fatto: in tanti ci hanno fatto ca­pire che non avevano gradito. Da un la­to li capisco: hanno paura che la nostra economia ne risenta, che nessuno com­pri più i formaggi e le arance di Quirra. Però, intorno casa mia è morta troppa gente. È giusto chiedersi perché. E vor­rei che qualcuno rispondesse».

GIAMPIERO MATTANA, 59 ANNI, SAN VITO

«Io, almeno, la mia storia posso raccon­tarla. Un giorno, nel settembre 2003, sta­vo cercando funghi sul monte Cardiga quando all'improvviso le gambe non mi hanno retto più. Il mattino dopo ho fatto le analisi del sangue e sono andato al la­voro, nel mio marmificio. Poco prima di mezzogiorno, mentre un operaio taglia­va una lastra, mi sono accasciato in un angolo. Quando mi sono svegliato era passata più di un'ora. Ero svenu­to e nessuno se n'era ac­corto.

«Il giorno dopo ero al­l'oncologico di Cagliari, con l'emoglobina a 3: leucemia. Quan­do ho detto ai medici che ero di San Vi­to, mi hanno risposto: "Stiamo cammi­nando sempre sullo stesso triangolo". Tutti i pazienti di leucemia che stavano seguendo venivano da San Vito, Perda-sdefogu e Villaputzu. «Ho sofferto tanto, ero diventato uno scheletro. Sono guarito con l'autotra­pianto. Molti miei amici, invece, non ce l'hanno fatta. In questa zona c'è qualco­sa che non va: nella mia famiglia quat­tro persone hanno problemi di tiroide. mia figlia ha avuto un tumore. È norma­le avere problemi di tiroide cosi vicino al mare, dove si respira iodio?».

CINZIA PIRAS, 36, E SUO MARITO FRANCESCO TODDE, 40, MURAVERA

«Con mio marito abbiamo una picco­la azienda agricola a Quirra. Ci abitava­no i miei nonni. Prima andavamo sem­pre, ora evitiamo: abbiamo paura. In quell'ovile è morto mio padre. Aveva 60 anni, soffriva di un tumore all'intestino. Dopo di lui si è ammalato ed è morto di leucemia mio zio. Ora "sono alle prese" con mia madre.

«Nella mia famiglia i casi di tumore non si contano. In questi anni ho visto mo­rire tanti amici, ragazzi di venti e quarant'anni stroncati da cancro al cervello e leucemie. Vorrei che si facesse chiarez­za. Le istituzioni locali per anni hanno negato il problema, poi ci hanno detto che a causare i tumori era l'arsenico del­le miniere presenti in questa zona della Sardegna. Ma una sentenza ha stabilito che non è vero. Spero che questa inchie­sta della Procura, e una nuova sentenza, ci restituisca finalmente la verità».

Tamara Ferrari

Tratto da: michelamurgia.com

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