Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Inchieste Capaci e via d'Amelio - il clan dei barcellonesi

Capaci e via d'Amelio - il clan dei barcellonesi

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Indice
Capaci e via d'Amelio - il clan dei barcellonesi
Dieci domande per gli attentati
Parla Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso dalla mafia
Il padrino di Messina
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di Michele Schinella - 3 agosto 2009
Il clan dei barcellonesi. Passa dalla provincia di Messina uno dei misteri più fitti delle stragi dei giudici Falcone e Borsellino. Personaggi e comparse nelle inchieste più scottanti. Svanite nel nulla




Messina. Dalla polvere delle macerie di Capaci e via D’Amelio, durante gli anni, è partita una striscia. Rossa. Color sangue. Che inizia da Corleone, transita per Palermo e sfiora Barcellona Pozzo di Gotto. Provincia di Messina, la città “babba”, la città senza mafia. Apparentemente. Perchè è a Messina che il pentito Maurizio Avola ambienta gli incontri durante i quali si decisero le stragi del 1992 e del 1993. Voci da collaboratore di giustizia. Voci che non state ritenute attendibili ed hanno portato all’archiviazione dell’inchiesta a carico del premier Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri, condotta dalla procura di Caltanissetta come mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Ma il filo che lega le due stragi al territorio e alla mafia di Messina e, soprattutto della provincia, è costituito da un telecomando: il telecomando che ha fermato il 21 maggio del 1992, in un vortice di polvere e lamiere, la vita  di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
 IL CAVALLO DI BARCELLONA.
Fu Giovanni Brusca, colui che azionò il telecomando, dinanzi al sostituto della direzione distrettuale antimafia di Messina Gianclaudio Mango, il 7 maggio del 1998, a fare chiarezza sulla partecipazione degli esponenti della mafia barcellonese e mistrettese all’attentato di Capaci: “I telecomandi utilizzati per la strage di Capaci mi vennero recapitati da Pietro Rampulla, tramite un’autocarro che trasportava una cavalla che Pippo Gullotti mi aveva regalato”. Il figlio del boss Bernardo, aggiunse, a ridimensionare la responsabilità di Pippo Gullotti, boss incontrastrato di Barcellona tra il 1991 e il 1997, anno del suo arresto, condannato a trenta anni per l’omicidio di Beppe Alfano, il giornalista ucciso a Barcellona l’8 gennaio del 1993: “Pippo Gullotti sapeva che sul quel camion con la cavalla viaggiava anche un telecomando ma non sapeva che che esso sarebbero stati utilizzati per la strage di Capaci”. Spiegazione coerente con le rigide regole dell’organizzazione mafiosa. In fondo, Pippo Gullotti in Cosa nostra era entrato l’anno prima della stragi: “E’ stato affiliato su indicazione di Giuseppe Farinella, nell’estate del 1991. Farinella lo comunicò a tutta la commissione. Mancava un referente di Cosa nostra per la Provincia di Messina e Gullotti si era dimostrato un uomo affidabile”, ha spiegato Giovanni Brusca, il 22 gennaio del 2002, nel corso di un’udienza del processo Mare nostrum. “Un vero e proprio mandamento di Cosa nostra per la provincia di Messina non venne mai creato”, ha specificato. Pippo Gullotti richiama Rosario Cattafi. Che fu il  testimone delle nozze che hanno unito l’avvocaticchio, come è stato soprannominato Gullotti, a Venera Rugolo, figlia di Salvatore, di cui proprio Pippo Gullotti ha raccolto l’eredità. Rosario Cattafi, anch’egli avvocato, non è mai stato considerato organico alla mafia per quanto dai tabulati risultino una serie di contatti telefonici con Pippo Gullotti, ma fu indagato nell’ambito delle inchieste sulle stragi di via D’amelio e Capaci. Maurizio Avola ed altri collaboratori di giustizia lo indicarono, infatti, come uomo in grado di tenere i collegamenti tra Cosa nostra e quello che lo stesso Falcone battezzò come “il terzo livello”. Le dichiarazioni dei collaboratori, però, non hanno mai trovato riscontri benchè la caratura di Rosario Cattafi emerse con prepotenza nell’ambito dell’inchiesta sull’autoparco di via Salomone di Milano condotta dalla locale Procura e su un traffico di armi in concorso con Filippo Battaglia, suo amico di infanzia, inchiesta quest’ultima istruita dalla Procura di Messina e poi archiviata. Nel corso dell’inchiesta di Milano gli uomini del Gico hanno evidenziato i rapporti tra Cattafi e il legale Franz Maria Russo. “Franz Maria Russo venne investito da Pippo Gullotti della questione dell’arresto di Angelo Siino (il ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra, ndr). L’avvocato si interessò ma non riuscì a far scarcerare Siino per cui ritenni fosse poco affidabile come in effetti si rivelò successivamente”, ha raccontato Giovanni Brusca al sostituto Gianclaudio Mango il 7 maggio del 1998. 
L’ARTIFICIERE.
Se c’era da maneggiare qualcosa di pericoloso, l’uomo al quale rivolgersi era lui. Pietro Rampulla, originario di Caltagirone, vissuto a Mistretta, estremista di destra in gioventù, mafioso vicino ai corleonesi in età adulta. Di Pietro Rampulla ne parla per la prima volta, nel 1988, il pentito Antonino Calderone. Disse che era “un uomo pericolosissimo”. Un uomo che aveva dimestichezza con gli esplosivi, talmente tanta che la “cupola” dopo avergli commissionato il telecomando gli affida il delicatissimo compito di mettere a punto l’arma con la quale liquidare Falcone. “Fu Giuseppe Farinella, capo del mandamento di San Mauro Castelverde con il mio accordo a decidere di affidare a Pietro Rampulla il compito di sostituire l’anziano Giovanni Tamburello a capo della cellula mafiosa mistrettese. Una sostituzione decisa perchè Tamburello utilizzava per le sue azioni delittuose persone poco affidabili”, ha spiegato Giovanni Brusca agli inquirenti. Pietro Rampulla è da anni in carcere ma agli inizi di luglio 2009, il patrimonio di famiglia, amministrato dal fratello di Pietro, Sebastiano Rampulla, è stato sequestrato dalla Dia di Messina. Sei milioni di euro. Tra i beni sequestrati, c’è anche quel “pezzo” di terra che Pietro Rampulla compra nel 1987. 346 milioni di lire. “Somma all’epoca di grande rilevanza e del tutto sproporzionata rispetto alla quasi totale assenza di redditi leciti dallo stesso percepiti (Rampulla non ha dichiarato redditi né presentato dichiarazioni ai fini Iva negli anni immediatamente precedenti, né successivi, l’acquisto)”, scrivono i giudici della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Catania.
SINISTRI PRESAGI.
Gioacchino La Barbera, uno dei primi collaboratori di giustizia, nel 2004 ha raccontato che alla vigilia delle stragi di Capaci e via D’amelio, Cosa Nostra aveva deciso di effettuare un attentato ai danni dell’allora ministro di Grazia e giustizia, Claudio Martelli, che aveva già affidato a Giovanni Falcone la guida dell’Ufficio Affari penali del ministero di Grazia e giustizia. Un camion pieno di tritolo avrebbe dovuto far saltare l’auto del ministro durante il tragitto che lo avrebbe portato in visita a Messina: Una modalità che verrà usata a Capaci e via D’amelio.
TERRA DI LATITANTI.
A Barcellona pozzo di Gotto si è nascosto da latitante Nitto Santapaola, il boss di Catania. Secondo una certa ipotesi ci sarebbe stato, nascosto in un monastero, anche Bernardo Provenzano. Di sicuro c’è stato chi ha azionato il telecomando di Capaci: “A Barcellona mi sono recato fino al 1991. Mi accompagnava Giuseppe Farinella. Una volta mi accompagnò Giuseppe La Rosa, divenuto collaboratore di giustizia. Pippo Gullotti mi veniva a prendere al casello autostradale. Ci incontravamo a casa di una persona di sua fiducia”, ha ammesso Giovanni Brusca, il cui padre Bernardo ha trovato ospitalità nell’ospedale psichiatrico di Barcellona.
(Ha collaborato Alessio Caspanello)


Personaggi in cerca d’autore

Battaglia e Spadaro, armi archiviate e paradisi esotici
MESSINA. Le armi? Una passione tutta messinese. L’inchiesta si chiamava Arzente Isola, e raccontava di un traffico d’armi che da Messina transitava alla volta dei luoghi “caldi” del globo. Sud est asiatico, Centroamerica, Africa nera. E pure Jugoslavia. Erano i primissimi anni ‘90. E messinesi erano i due personaggi cardine. Faccendieri, giramondo, diplomatici dai doppi passaporti. Filippo Battaglia e Rosario Spadaro. Battaglia (di cui Rosario Cattafi, coimputato nell’inchiesta, disse “non gli presterei nemmeno un’auto usata”) inizia la sua carriera come casellante. Non passano che un paio d’anni e diventa rappresentante all'Unfdac, la sezione dell'Onu che si occupa della lotta al narcotraffico, per conto del Perù. Il suo hobby sono le armi. Da guerra. Non ne ha mai fatto mistero, gli hanno procurato grane con Arzente Isola (poi risolta per tutti con un nulla di fatto), e hanno continuato a procurargliene con una seconda inchiesta, che partiva da Firenze e puntava la lente d’ingrandimento su una partita di gommoni d’assalto. Oggi, Battaglia vigila su Messina dall’alto di Forte Mandarino, una villa circondata da una muraglia che domina lo Stretto, dalle colline sopra Sant’Agata. Villa per la quale Battaglia ha ricevuto una condanna in primo grado per abusivismo. Rosario Spadaro, invece, da anni non risiede più in Italia. Avrebbe voluto fare di Alì Terme una piccola Montecarlo, invece si “accontenta” di un soggiorno dorato a Saint Maarten, nei Caraibi, isola che lo vede proprietario di alberghi e casinò e nella quale, durante la latitanza, sembra avere svernato Nitto Santapaola. Anche dall’altro lato dell’emisfero, la giustizia lo rincorre. Entrato e uscito indenne da Arzente Isola, i guai giudiziari di Rosario Spadaro sono ricominciati nel 2005, con l’inchiesta Gioco d’azzardo, che attualmente lo vede coinvolto insieme all’imprenditore Salvatore Siracusano ed all’ex sottosegretario Santino Pagano, vecchie conoscenze di Michelangelo Alfano. Chiuse le indagini preliminari, per loro l’inchiesta va avanti. (A.C.)