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NOTIZIE 2007/2011 Economia e Finanza Sara' la Cina a cambiare l'America

Sara' la Cina a cambiare l'America

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di Minxin Pei - 31 ottobre 2008

Pechino possiede 1.200 miliardi di dollari di buoni del tesoro Usa. Ora, con la crisi mondiale, potrebbe iniziare a venderli. Costringendo i cittadini degli Stati Uniti a modificare lo stile di vita




La politica è piena di malignità, soprattutto in tempi di elezioni. Quando senti i candidati alla presidenza della più grande nazione debitrice al mondo accusare il loro principale creditore di averle prestato centinaia di miliardi di dollari, a quel punto però capisci che c'è davvero qualcosa di sbagliato.

Questo è esattamente quanto è accaduto durante i tre dibattiti pre-elettorali tra John McCain e Barack Obama: invece di esprimere la loro gratitudine alla Cina per aver finanziato gli eccessi americani, entrambi i candidati hanno sollevato la questione del prestito dalla Cina di 500 miliardi di dollari, lasciando intendere di fatto che gli Stati Uniti non dovrebbero prendere capitali cinesi in prestito.

Quanto a essere uno stratagemma elettorale, non sembra che aver accusato la Cina dei guai finanziari che affliggono l'America di questi tempi sia servito granché a rastrellare consensi tra gli elettori.

Sinceramente, la maggior parte degli americani è per fortuna del tutto ignara che i consumi che eccedono le sue possibilità sono finanziati dal resto del mondo, Cina in primis. A esclusione di qualche esperto, pochi americani sanno con precisione di quanto sono indebitati nei confronti di Pechino: ebbene, la cifra complessiva del debito americano nei suoi confronti - sotto forma di buoni americani del Tesoro e di titoli di Stato garantiti da prestiti ipotecari - supera 1.200 miliardi di dollari, pari quindi più o meno ai due terzi dei 1.900 miliardi di dollari in valuta straniera di proprietà della Cina.

In tempi meno turbolenti, essere in possesso delle più consistenti scorte valutarie straniere al mondo, come è il caso oggi della Cina, sarebbe segno di prestigio politico e di competenza economica. Ma per la Cina quella montagna di 1.900 miliardi di dollari in valuta pesante ormai assomiglia più che altro a una grossa palla al piede. Dal punto di vista politico, in Occidente e soprattutto in America si guarda con grande diffidenza alle casse traboccanti di Pechino, e si alternano ammirazione per la parsimonia cinese e timori per un'eventuale cospirazione cinese che spinga a utilizzare tali ingenti riserve di denaro alla stregua di armi di distruzione finanziaria di massa contro gli Stati Uniti.

Una delle domande sollevate a Washington di continuo di questi tempi, per esempio, è se Pechino potrebbe ricattare gli Stati Uniti, minacciando di svendere i buoni del Tesoro americano e precipitare di conseguenza il tracollo finanziario americano.

Una simile fissazione diverte e al contempo irrita la leadership cinese. Adesso che la Cina ha accumulato oltre 1.200 miliardi di dollari del debito americano, non sono gli americani ma i cinesi a trovarsi in una situazione di maggiore vulnerabilità. Se la Cina dovesse sbarazzarsi del suo debito americano, provocherebbe una svendita e farebbe subire a Pechino perdite terrificanti per i suoi asset in dollari. Se invece la Cina proseguirà a custodire e finanziare il debito americano, continuerà a registrare passività nei suoi investimenti in titoli statunitensi e permetterà al problema di aggravarsi.

Il dilemma cinese è evidente ormai da qualche tempo, ma ultimamente si è acuito. Con un tasso di inflazione annuo del 5 per cento in America, il rendimento dei bond decennali del Tesoro americano (pari a circa il 3,5 per cento annuo, al momento) è negativo. Possedendo circa 1.200 miliardi di dollari investiti in bond americani, la Cina in pratica 'regala' agli Stati Uniti quasi 18 miliardi di dollari l'anno. Inoltre, tenuto conto che si prevede che la valuta cinese si valuterà contro il dollaro americano mediamente di almeno il 5-7 per cento annuo per i prossimi cinque anni, la Cina sicuramente subirà ingenti perdite per il valore in calo del dollaro. Da alcune stime risulta che al momento la Cina starebbe perdendo il 5 per cento sul suo investimento di 1.200 miliardi di dollari in bond americani, corrispondenti a 60 miliardi di dollari l'anno. Malgrado la sua recente ripresa, il dollaro americano molto verosimilmente in futuro si deprezzerà a
causa dei deficit federali di bilancio in forte impennata, provocati dai recenti piani di salvataggio del settore finanziario e alla sua debolezza economica. Per la Cina tutto ciò significa che i dollari nelle sue casse si svaluteranno ancor più.

Come potrà andare avanti Pechino? Sulla base di un'attenta ricerca condotta da Nicholas Lardy, economista di spicco del Petersen Institute di Washington, risulta che la Cina riuscirà a mantenere il proprio cambio col dollaro e la sua moneta cinese svalutata (quindi continuerà ancora a sovvenzionare gli Stati Uniti, il suo debitore più importante) con una repressione finanziaria interna. Più specificamente, il governo cinese controlla direttamente il tasso di interesse sui depositi bancari. Al momento, tale tasso supera di poco l'1 per cento annuo. Di conseguenza il governo cinese tramite la sua banca centrale riesce a imporre una tassa implicita sui depositi bancari che è più o meno pari a 120 miliardi di dollari, ovvero il 4 per cento del Pil della Cina. Di questa somma, approssimativamente la metà è trattenuta dalla banca centrale cinese che a sua volta la 'versa' agli Stati Uniti con il suo programma di cambio a tasso fisso. Se facciamo due
più due, è chiaro in che modo la Cina finanzi questo 'programma di aiuti ufficiali' agli Stati Uniti per un corrispettivo di 60 miliardi di dollari.

Naturalmente, finché il governo cinese manterrà represso a livello interno il sistema finanziario, potrà usare questa tassa implicita per mantenere svalutato il proprio tasso di cambio e assorbire le perdite economiche derivanti dai suoi asset in dollari. Ma con il caos economico che dilaga in tutto il mondo, la Cina sta iniziando a pagare un prezzo molto pesante per questa politica. L'unica giustificazione per mantenere un tasso di cambio svalutato è proteggere la quota di mercato delle esportazioni cinesi. Il crollo della richiesta di esportazioni dalla Cina rende però questa politica inefficiente e al tempo stesso politicamente controproducente. La Cina sicuramente andrà incontro a forti critiche a livello internazionale se continuerà a perseguire la politica del 'riduci-sul-lastrico-il-prossimo-tuo' mentre l'economia planetaria è in piena recessione, quindi non le resta che stimolare i consumi interni per compensare la diminuzione della
crescita delle esportazioni. Già, ma come?

Un buon punto di partenza sarebbe l'abrogazione della tassa implicita sui depositi bancari, il che renderebbe immediatamente disponibili 120 miliardi di dollari per i consumi interni. In realtà, ciò significa che il governo cinese inizierà a pagare un tasso positivo sui depositi bancari (al momento i risparmiatori cinesi 'guadagnano' un tasso negativo del 5-6 per cento annuo) e i risparmiatori cinesi si ritroveranno più soldi da spendere.

Naturalmente, ciò impone di procedere a una rivalutazione dello yuan cinese, perché porre fine alla repressione finanziaria interna renderebbe impossibile mantenere un tasso di cambio sottovalutato. Alla leadership cinese questo potrebbe risultare particolarmente indigesto, perché un rafforzamento della valuta cinese significa che la Cina rischierà di perdere ancor più della quota di mercato delle sue esportazioni.

Simili preoccupazioni, per quanto comprensibili, non sono giustificate. È vero: le esportazioni cinesi risentiranno del rafforzamento della loro valuta, ma le esportazioni cinesi sono destinate in ogni caso a contrarsi per la crisi economica in tutto il mondo, e un tasso di cambio sottovalutato non serve a invertire questo trend. Al contempo, i benefici derivanti da una valuta più forte sono enormi. La crescita dei consumi interni, finanziati in questo caso dall'abolizione della tassa implicita sui depositi bancari, controbilancerà in eccesso il calo delle esportazioni.

Oltre tutto, l'adeguamento cinese del suo tasso valutario dovrebbe essere accolto con consenso pressoché universale, in quanto contribuirà a ridurre i surplus commerciali in impennata e ad assorbire maggiori importazioni. In realtà, infatti, avrà un impatto fortemente positivo sull'economia mondiale, superiore perfino, per esempio, a quello che si otterrebbe mettendo a disposizione decine di miliardi di dollari prelevati dalle sue scorte valutarie straniere per cercare di dare il via a un piano di salvataggio globale.

Cosa ancora più importante, una simile iniziativa darà inizio al graduale taglio delle monumentali riserve di valuta straniera della Cina e a proteggerne il valore. Al momento queste riserve crescono al ritmo vertiginoso di quasi 80 miliardi di dollari l'anno grazie ai soli utili derivanti dagli interessi (e a metà 2009 si stima che raggiungeranno complessivamente i 2 mila miliardi di dollari). Senza un cambiamento di politica, nel giro di pochi anni Pechino si ritroverà una gigantesca palla al piede da ben 3 mila miliardi di dollari.

La recente risalita del dollaro fornisce alla Cina una rara occasione per tirarsi fuori dal profondo buco finanziario nel quale si è cacciata da sola. Quando il dollaro era debole, disfarsi dei bond del Tesoro americano avrebbe significato innescare un crollo del dollaro in caduta libera. Ma adesso non più. Con il drammatico calo dei prezzi dei beni di consumo, e lo scompiglio dei mercati valutari e azionari globali, la Cina al momento è in ottima posizione per diversificare le proprie riserve di valuta straniera investendo in valute e categorie di asset alternativi sottovalutati. Tenendo conto dell'abissale situazione fiscale degli Stati Uniti, la Cina probabilmente farebbe bene a investire in asset diversi dai sopravvalutati bond del Tesoro americano.

Paradossalmente, Pechino non soltanto farà un favore a se stessa, ma aiuterà altresì gli americani a cambiare il loro insostenibile stile di vita spendaccione. Tagliando il flusso del denaro virtuale 'regalato' agli Stati Uniti, la Cina costringerà gli americani a consumare di meno e a risparmiare di più. Quando ciò accadrà, i politici americani - John McCain e Barack Obama inclusi - dovranno ringraziare la Cina.

traduzione di Anna Bissanti

Tratto da: L'ESPRESSO