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NOTIZIE 2007/2011 Economia e Finanza Corsa all'oro nero di Baghdad

Corsa all'oro nero di Baghdad

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Corsa all'oro nero di Baghdad
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di Antonio Carlucci - 24 ottobre 2008
Sono 35 le compagnie internazionali, tra cui l'Eni, scelte per la divisione di una torta gigantesca: i 115 miliardi di barili nascosti nel sottosuolo del Paese.

Come luogo di incontro è stato preferito il salone di un lussuoso albergo di Londra, perché Baghdad non poteva offrire garanzie di discrezione e, soprattutto, di sicurezza. Questa è stata la scelta del ministro del Petrolio dell'Iraq, lo sciita Hussain al-Sharistani che, lunedì 13 ottobre, ha incontrato nella capitale britannica i rappresentati di 35 compagnie petrolifere di tutto il mondo. Per discutere di petrolio e di gas naturale, del modo in cui riaprire le porte alle società straniere per migliorare e aumentare la produzione e l'esportazione.

I 35 rappresentanti delle compagnie petrolifere - c'erano anche gli inviati speciali dell'Eni - sono stati scelti in una rosa di oltre 120 compagnie petrolifere che si sono fatte avanti per cominciare a lavorare in Iraq. La riunione di Londra è servita per illustrare le idee che il governo iracheno ha in tema di sfruttamento delle sue riserve petrolifere che, secondo l'ultima relazione della British Petroleum Statistical Rewiew of World Energy, ammontano a 115 miliardi barili: vuol dire altri cent'anni di estrazioni a ritmi da 4 milioni di barili al giorno. Se queste proiezioni sono corrette, l'Iraq si pone al terzo posto dopo Arabia Saudita e Iran.

L'incontro tra al-Sharistani e le compagnie petrolifere è figlio naturale del caos politico iracheno in tema di oro nero. Il governo presieduto dallo sciita Nuri al-Maliki non è stato ancora in grado di fare approvare dal parlamento una nuova legge sul petrolio che segni l'uscita dall'epoca di Saddam Hussein e dalla stagione cominciata con l'invasione del 2003. Già al momento della caduta del dittatore, l'industria petrolifera irachena era tecnologicamente arretrata a causa dei lunghi anni di embargo deciso dalle Nazioni Unite. In più, nei cinque anni seguiti all'intervento militare degli Stati Uniti e della cosiddetta 'coalizione dei volenterosi', pozzi e oleodotti hanno ricevuto poca manutenzione a causa della scarsità di pezzi di ricambio e dei problemi di sicurezza che impedivano il funzionamento regolare degli impianti (oltre a essere bersaglio di attentati).

Una bozza di legge del petrolio esiste, ma è contestata sia dai sunniti che dai curdi. E fino a quando non sarà trovata una intesa è difficile che l'Iraq possa aprire una pagina nuova nella sua storia di paese produttore. Eppure, il progetto di legge è stato approvato, sia pure a fatica e dopo mille discussioni, dal governo nel febbraio del 2007. Giunto in parlamento, si è subito arenato. I sunniti si sono messi di traverso perché nella suddivisione regionale dei proventi del petrolio, la loro etnia otterrebbe ben poco, visto che la maggior parte dei giacimenti conosciuti si trovano nel Nord curdo e nel Sud sciita. I curdi hanno seguito l'esempio dei sunniti (e utilizzano il loro malcontento per accrescere il potere di interdizione sul governo centrale): sostengono che la bozza approvata in consiglio dei ministri è stata poi modificata prima di essere inviata in parlamento.