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Banca Furbetti

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Banca Furbetti
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di Francesco Bonazzi - 24 ottobre 2008
Da Intesa al Monte Paschi. Da Unicredito all'Antonveneta... Hanno eluso oltre 3 miliardi di euro al fisco. E ora chiedono aiuto allo Stato.




Tra di loro, gli gnomi della finanza londinese lo chiamano 'trading fiscale', ovvero vendita di derivati con un solo scopo: permettere al cliente di risparmiare una montagna di soldi sulle tasse. Ma le banche italiane che negli ultimi anni si sono rimpinzate di questi contratti non userebbero mai una definizione così spiccia. Sarebbe come ammettere che hanno volontariamente sottratto al Fisco centinaia di milioni, sfruttando i trattati bilaterali che vietano la doppia imposizione. Un giochetto che, secondo quanto risulta a 'L'espresso' (venuto in possesso di documentazione riservata tra contratti, memorandum fiscali e analisi confidenziali sulla clientela italiana), avrebbe permesso ad alcuni tra i maggiori istituti di credito di casa nostra risparmi fiscali per non meno di 3 miliardi e mezzo di euro negli ultimi cinque anni. Una cifra che forse meriterebbe una qualche riflessione in tempi nei quali lo Stato corre a garantire le banche con i soldi dei contribuenti.

Il marchingegno che sta alla base di questi profitti, se fosse stato sottoposto a un parere dell'Agenzia delle entrate, sarebbe stato probabilmente vietato. Come ha fatto quest'estate il fisco Usa, dopo che una commissione d'inchiesta del Senato ha svelato i segreti del 'trading fiscale'. Le autorità statunitensi su questi contratti hanno intimato lo stop ai loro banchieri, arrivando perfino a minacciare la galera. Saranno stati un po' brutali, gli sceriffi del fisco americano, ma non dovevano avere tutti i torti se poi un venditore seriale di questi bond 'taglia-tasse' come Deutsche Bank ha improvvisamente smesso di proporli anche in Italia.

DA LONDRA CON LA VALIGETTA
Ogni mercato, anche il più riservato, ha i suoi venditori e i suoi compratori. Quello 'fiscale' non fa eccezione, se non per il fatto che su ogni singolo contratto ballano cifre che possono toccare 1,3 miliardi in pochi mesi. All'inizio degli anni Duemila, alcuni banchieri con sede a Londra cominciano a bussare alla porta degli 'investment manager' delle nostre banche. Lavorano per grandi firme come Dresdner Kleinwort, Barclays Capital, Lehman Brothers, Deutsche Bank e Credit Suisse, e propongono dei 'repo' (pronti contro termine) così strutturati. La banca italiana investe in titoli non quotati emessi da una società fiscalmente residente nel Regno Unito o in Lussemburgo e controllata dalla banca straniera che ha proposto l'affare. Alla scadenza del contratto, l'istituto estero s'impegna a ricomprare il bond a un prezzo prestabilito. Nel frattempo, la banca italiana ha diritto a percepire gl'interessi sui titoli di debito e le eventuali cedole. I contratti durano da 2 a 11 mesi, in modo da non dover finire nei bilanci. Vista l'aria che tira, la prima domanda che ci si fa di fronte a questi contratti è se le banche italiane stiano rischiando i soldi dei loro clienti in strumenti pericolosi. La risposta è: assolutamente no. Stanno solo risparmiando sulle tasse. E anche parecchio.

IL BELLO DEL CEDOLONE
La parte sugosa di queste operazioni è quella che nei contratti viene sbrigativamente accennata al punto 'eventuali cedole', da concordare di volta in volta e magari solo al telefono. Come spiega a 'L'espresso' un banchiere che ha venduto decine di questi prodotti, "la cedola in realtà non è mai eventuale, ma è una costante di questi pronti contro termine". E soprattutto, spesso non è neppure una cedola del 10 per cento, come si legge in qualche brochure riservata, ma un dividendo che può oscillare tra il 35 e il 40 per cento. Insomma, come riassume un altro gnomo, "alla fine il repo può andare più o meno bene, ma il vero business è sul suo collaterale, ovvero la spartizione tra banca estera e banca italiana delle plusvalenze e delle cedole che ci si scambia nel corso del contratto". Vediamo come funziona. Se una banca fa un miliardo di utili in Italia, deve girare al Fisco circa 310 milioni di euro. Ma se gli utili vengono realizzati in un paese che ha un trattato fiscale con Roma che vieta la doppia imposizione, come il Lussemburgo o il Regno Unito, allora il discorso cambia. La banca italiana può decidere di puntare il suo miliardo su un'obbligazione estera non quotata e incassare gli utili sul 'collaterale', dopo di che basta che conservi la ricevuta della ritenuta d'acconto inglese, pari al 10 per cento, e gli obblighi fiscali sono terminati.