Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
NOTIZIE 2007/2011 Cronache in Italia ''I nostri ospedali non possono aspettare i tempi della politica: hanno bisogni urgenti'''

''I nostri ospedali non possono aspettare i tempi della politica: hanno bisogni urgenti'''

E-mail Stampa PDF
INTERVISTA A CECILIA STRADA
di Alberto Mattone - 8 ottobre 2011
«Per una volta sono d´accordo col presidente Karzai: l´Afghanistan è tutto...
   
...tranne che un paese sicuro. Di più: la situazione è peggiorata e nessuno può dirsi certo di svegliarsi vivo la mattina.
L´Occidente dovrebbe smettere di chiamare missione di stabilizzazione quella che è una vera e propria guerra. E iniziare a investire più soldi per aiutare la popolazione, dando istruzione, lavoro, formazione e infrastrutture». A dieci anni dall´inizio dell´intervento militare Cecilia Strada, presidente di Emergency, traccia un bilancio della presenza dell´organizzazione umanitaria in Afghanistan. E lancia un appello all´Italia perché appoggi, «ora più che mai», il titanico sforzo dell´associazione. «Senza un sostegno economico - spiega - non potremo continuare a lavorare, a portare aiuto, a curare i malati di quel martoriato paese».

Siete da più di dieci anni in Afghanistan: Cecilia Strada, qual è oggi l´impegno di Emergency nel Paese?
«Oggi abbiamo un ospedale a Lashkar-Gah, dove i feriti nei combattimenti sono aumentati del 50% rispetto allo scorso anno. Nella stessa zona, abbiamo aperto due nuovi punti di primo soccorso sulla linea del fronte. Abbiamo un altro nosocomio generale e un centro di maternità nel Panshir, dove nascono 320 bambini al mese. Nell´ospedale di Kabul, invece, abbiamo dovuto ridurre la traumatologia per allargare l´attività della chirurgia di guerra».

Come mai? Neanche Kabul è più sicura?
«Qui la guerra va peggio. Si combatte sempre più vicino alla capitale: per far fronte all´aumento di feriti da arma da fuoco, abbiamo dovuto ridurre l´assistenza agli altri malati, lasciando solo un reparto per curare i bambini. È uno sforzo immenso per aiutare tantissime persone».

Quante ne cura Emergency ogni anno?
Emergency, Cecilia Strada: nel '44 avremmo curato anche le SS
«Nel 2010 circa 340mila. Un ospedale è un mondo dove non si offre solo assistenza. Diamo vestiti, cibo, un´occupazione ai disabili e alle vedove: con noi lavorano 1500 afgani, i nostri centri sanitari creano anche un indotto di economia sana. Ma è sempre più difficile mantenerli in piedi».

Gli ostacoli arrivano dal governo afgano?
«No, arrivano dal nostro Paese. Lo Stato italiano tiene fermi i soldi che i cittadini hanno dato ad Emergency con il 5 per mille del 2009: sono qui nelle banche, ma il governo preferisce tenerseli il più a lungo possibile. Questo ci sta creando grandi difficoltà economiche: i nostri ospedali e le nostre cliniche in Afghanistan non possono aspettare i tempi della politica. Hanno bisogni urgenti, immediati, concreti».

Come fate ad andare avanti?
«Chiediamo uno sforzo maggiore ai cittadini che ci aiutano, ma non si può pretendere più di tanto in questi tempi di crisi economica. Eppure, i nostri ospedali non costano tanto: 5 milioni di euro l´anno. Quanto sessanta ore di guerra dell´Italia in Afghanistan».

I soldati italiani sono lì per difendere la popolazione dai Taliban, per addestrare la polizia locale, per realizzare anche progetti di cooperazione.
«Bisogna smettere di chiamare di stabilizzazione quella che è in realtà una missione di guerra. Dopo dieci anni di presenza militare occidentale, la situazione della sicurezza è peggiorata. Bisognerebbe iniziare a fare altre cose per invertire questa situazione».

Quali?
«Investire più soldi per aiutare il Paese. La nostra esperienza nel centro di maternità del Panshir è indicativa. All´inizio, non riuscivamo a trovare donne che vi lavorassero a causa della mentalità maschilista. Allora, abbiamo iniziato a spiegare agli uomini cosa significava per i loro villaggi l´ospedale, e per le loro mogli avere un salario. Alla fine, ne abbiamo assunte 35. L´occidente finanzi l´istruzione, il lavoro, la formazione, e i centri di assistenza. Così si aiuta gli afgani a cambiare mentalità. E l´Afghanistan ad uscire da quell´arretratezza che lo condanna».

Tratto da: La Repubblica