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NOTIZIE 2007/2011 Cronache in Italia Trent'anni passati sulla linea d'ombra

Trent'anni passati sulla linea d'ombra

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di Roberto Cotroneo -
16  marzo 2008
C’è un prima e c'è un dopo. E in mezzo una linea grigia. Un prima del rapimento e l'assassinio di Aldo Moro. Un prima del 16 marzo 1978. E un dopo il 9 maggio 1978.




In questi tragici 55 giorni c'è una linea grigia, una linea d'ombra che si è allargata negli anni, un'ombra inquietante che ha avvolto un intero paese. Come fosse un prodigio irrisolto. Man mano che il caso Moro si allontanava dalle memorie e dalla cronaca, man mano che i processi dicevano sempre meno cose nuove, man mano che gli ex brigatisti e i protagonisti di quegli anni parlavano e raccontavano, accadeva qualcosa di strano, qualcosa di inverso da quello che doveva avvenire. Il caso Moro non entrava nelle pagine di storia, e perdeva l'immediatezza della cronaca. Per finire in un luogo indefinito che ha forse impedito il cambiamento di questo paese. Ha impedito che diventassimo qualcosa d'altro.
Prima del 16 marzo sarebbe potuto accadere tutto. Dopo il 9 maggio 1978 non è accaduto più nulla. Anzi, forse tutto quello che è avvenuto dopo, anche a distanza di decenni è una conseguenza di quello che avvenne allora. È una conseguenza di quell'evento, che è stato in un certo senso il nostro 11 settembre, con tutto quello che ne consegue: misteri, chiarezza, dietrologie inutili, ma anche macigni di cose non dette, di ipocrisie, di segreti, di morte e di sangue. La linea grigia ha avvolto anche quelli che ancora sostengono che il caso Moro non ha misteri, che è tutto chiaro, che non c'è nulla da mettere in luce. Lo dicono i brigatisti naturalmente, e nemmeno tutti. Lo dicono i ragazzi di quegli anni Settanta, che hanno voluto capire poco. Lo dicono quelli che vogliono assolutamente convincersi che quelli erano compagni che sbagliavano, eccome se sbagliavano, ma erano soltanto loro, e niente di più. Insomma non c'era nient'altro che la follia armata di una generazione che aveva perso la testa in nome di una rivoluzione. E queste si chiamano rimozioni, si chiamano contorni sbiaditi. È un altro modo per negare verità. Come quello degli uomini di potere di allora, che ancora tacciono, e quando parlano, finiscono per ripetersi in un modo sempre uguale.
Ma nel frattempo tutto si è complicato; nel frattempo, mentre la vita di tutti ha continuato a scorrere illudendosi che fossimo un paese normale, le domande sono diventate troppe, e alcune anche abbastanza insopportabili. Ora che sono i trent'anni da quel giorno in bianco e nero, ora che i libri su Moro si moltiplicheranno come i pani e i pesci, e si aggiungeranno ai troppi che sono stati scritti, ai siti internet che non si occupano che di questo, ai verbali e alle audizioni delle due commissioni parlamentari che si sono occupate del caso, qualcosa ci si aspetta. Qualcosa davvero di nuovo, uno spiraglio che non sia dietrologico e basta, che non voglia normalizzare tutto per arrivare a dirci che fu tutto come è stato raccontato. Perché a questo non crede più nessuno. Perché di quel 16 marzo ognuno di noi ha un'immagine precisa. Quelli di noi che avevano l'età per capire e ricordare, sa dove era esattamente in quel momento.
Io mi ricordo, certo che mi ricordo. Avevo 17 anni, stavo a un'assemblea studentesca. Con la notizia che arrivò dal segretario della Federazione Giovanile Comunista, che venne a interrompere il dibattito, ed avvertirci di quel fatto gravissimo. E per tutta riposta un lungo applauso di gran parte dell'assemblea, fatta di ragazzi sedicenni di una città di provincia. E il «vergognatevi» che arrivava dal palco. Perché quegli anni erano così. Esistevano adolescenti che applaudivano all'assassinio di cinque uomini dello Stato, e al rapimento di Aldo Moro.
Ma ne esisteva anche un altro di mondo. E di quell'altro mondo abbiamo il dovere di sapere di più, adesso, se non altro per i nostri figli. Abbiamo bisogno di sapere perché le cose andarono davvero in quel modo. Il perché dei depistaggi, dei falsi comunicati, delle prigioni inverosimili, delle responsabilità. Abbiamo bisogno di sapere se siamo stati una colonia atlantica, un luogo sotto controllo. Un paese a sovranità limitata. Di gladio bianche e di gladio rosse, di soldi della Cia e dei rubli di Mosca. Di un paese che fu un crocevia di paure incrociate, che non chiuse mai i conti con un passato fascista, un passato di deviazioni, come furono chiamate, che deviazioni non erano affatto, ma erano torbidi percorsi decisi e voluti.
Possiamo dirlo che oggi non è più così. Ma dobbiamo dire che questo è stato. E nessuno ci ha mai spiegato quanto sia stato, in che modo e perché. Se fummo considerati come la Grecia, o come il Cile, solo che eravamo e siamo un paese europeo, in un luogo geopolitico troppo complesso per muoversi come in America Latina o nella povera Grecia. O se invece tutto questo non è mai esistito. Se fu soltanto un tragedia folle, un bisogno di sangue e di vendetta, cucito su una casacca ideologica, che ha generato tutto questo.
La verità non sta nel mezzo. Come si dice sempre. La verità sta dove deve stare. Al suo posto. Ed è quel posto che vorremmo trovare e conoscere. Perché quella zona grigia che ci portiamo addosso, tutti, quelli che c'erano e anche quelli che non erano nati, non si allarghi sempre più. Perché non saremo mai un paese normale se non verrà a galla tutta la verità sul caso Moro. E non basta ridipingere i muri di una casa di bianco, se poi le tracce di umidità escono subito dopo, se quelle macchie non si curano, non si sistemano.
Sono anni che si cerca di dare il bianco, di lasciar dimenticare quella storia. Anni che si alimentano teorie del complotto, e teorie dell'assoluta normalità. Si equivalgono. E non servono a niente e a nessuno. Sono anni che aspettiamo che qualcuno trovi il coraggio di dirci una delle tante verità negate in questi anni. Qualcuno ci spieghi perché Moro, e perché in quel modo, qualcuno ci dica se è vero che fu portato per chilometri in quel bagagliaio fino a via Caetani, con ancora le ferite aperte dai colpi di mitraglietta. Qualcuno ci dica perché lo stato del cadavere non era compatibile con una detenzione così dura, in una stanzetta microscopica, dove non poteva camminare e non poteva lavarsi. Qualcuno ci dica il perché di quell'ultima lettera alla moglie Eleonora, la numero 97, recapitata il 5 maggio 1978: «Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l'ordine di esecuzione». Sono troppi i perché che non trovano una risposta. Sarebbe inutile elencarli qui. C'è una pubblicistica immensa, quasi ingestibile su tutto questo. Ma sembra una macchina in folle, un motore che gira a vuoto, e non accenna a spegnersi. C'è bisogno di qualcuno che ingrani semplicemente quella marcia. Per voltare pagina una volta per tutte, se è possibile. Perché la linea grigia, quella linea grigia non finisca per mangiarsi tutto il resto. Perché si possa ridare il bianco, ai muri portanti, alle pareti di questo paese, senza ritrovarsi quelle vecchie macchie.
Sono passati trent'anni. Quanto dovremo ancora aspettare? E se non ora, quando?
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