Mafia: vendere i beni confiscati sarebbe la resa dello Stato

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di Rino Giacalone - 24 novembre 2009

Intervista a Luigi Miserendino, l’amministratore della Calcestruzzi Ericina libera.
  




La vendita dei beni confiscati alla mafia? «A parer mio – risponde il commercialista Luigi Miserendino – questa costituirebbe una sorta di resa dello Stato di fronte alle difficoltà che pur ci sono nella gestione produttiva dei beni confiscati, ed alimenterebbe ancor di più l'idea che le confische a danno dei mafiosi danneggiano l'economia reale e non garantiscono un sistema virtuoso di economia e sviluppo nella legalità».
Miserendino, palermitano, è uno degli amministratori giudiziari più conosciuti della Sicilia. A lui la magistratura antimafia di Palermo ha conferito più di un incarico per la gestione di beni sequestrati e confiscati. Al suo attivo c’è certamente l’esperienza trapanese  della Calcestruzzi Ericina, bene confiscato al capo mafia Vincenzo Virga, ora rientrato nel circuito legale. Ma la storia della Calcestruzzi Ericina racconta anche altro, che la mafia in tutti i modi cerca sempre di rientrare in possesso dei suoi beni. Figurarsi con una norma di legge a disposizione come quella che è allo studio del Parlamento che prevede la vendita all’asta di questi beni. C’è un processo a Trapani in corso che ha raccolto elementi di questo tentativo di riappropriazione del bene, imputato col capo mafia Francesco Pace, c’è anche un ex funzionario del Demanio, Francesco Nasca che era incaricato della gestione dei beni confiscati in un periodo in cui c’era un lungo elenco di beni da assegnare e che se venivano comunque assegnati erano resi di fatto non produttivi. C’è poi una indagine aperta sul trasferimento di un prefetto, Fulvio Sodano, che a Trapani intervenne per bloccare il tentativo mafioso di far morire la Calcestruzzi Ericina, e improvvisamente il prefetto venne trasferito da Trapani nell’estate del 2003, dopo che l’allora sottosegretario all’Interno, sen. Antonio D’Alì lo affrontò, così il prefetto ha raccontato ai magistrati, dicendogli che lui stava facendo troppo il “favoreggiatore” della Calcestruzzi Ericina. Successive indagini hanno dimostrato che all’epoca la quasi totalità delle imprese di produzione di calcestruzzo nel trapanese, concorrenti della Calcestruzzi Ericina, erano controllate
dall’organizzazione mafiosa, oggi sono entrati nell’elenco dei patrimoni sequestrati e confiscati nel trapanese, ma a parere di tanti, senatore compreso, a turbare il mercato era l’intervento del prefetto Sodano.

Oggi il tema dirompente è quello di potere vendere i beni confiscati. «Innanzitutto – avverte il dott. Miserendino – bisognerebbe percepire che la vendita di aziende confiscate potrebbe avvenire solo a prezzi stracciati o di liquidazione (altrimenti quale sarebbe la convenienza per chi va ad acquistarle con notevolissimi rischi), cosa che può verificarsi solo con fenomeni poco adatti ad assicurare la loro vita sul mercato (perdita del fatturato, scioglimento e liquidazione di rami d'azienda e simili). Inoltre, è abbastanza ovvio obiettare che le aziende dei mafiosi non se le comprerebbe nessun imprenditore sano ed onesto, ma tornerebbero inevitabilmente per vie dirette o traverse nelle mani di chi sarebbe gradito agli stessi a cui erano appartenute».

Il problema è quello che da una parte si sente parlare bene e in maniera indispensabile per la lotta alla mafia di sequestri e confische, dall’altra parte emerge il dato negativo sulla gestione.
«Io credo – risponde Luigi Miserendino – che l’errore viene commesso sull’analisi delle cause di questo risultato, o meglio ancora non si è posto assolutamente il problema». «Mi permetta di farle osservare – prosegue  – oggi si sta dicendo che a fronte di uno Stato che ha dimostrato inefficienza quale amministratore dei beni confiscati, la soluzione a tale problema potrebbe essere quella della vendita degli stessi beni, senza porsi tanti problemi di sorta o fissando dei semplici passaggi amministrativi per il controllo delle procedure di vendita, per poi eventualmente riconfiscarli ove andassero a finire nuovamente in mano a persone pericolose. A parer mio questa costituirebbe una sorta di resa dello Stato di fronte alle difficoltà che pur ci sono nella gestione produttiva dei beni confiscati, ed alimenterebbe ancor di più l’idea che le confische a danno dei mafiosi danneggiano l’economia reale e non garantiscono un sistema virtuoso di economia e sviluppo nella legalità, che deve affermarsi nonostante spesso le condizioni generali ed ambientali del sistema territoriale quasi vorrebbero impedirlo, per evitare di perdere potere economico ( e forse anche politico e sociale). Il suffisso che lo Stato amministratore ha fallito per cui è meglio vendere per non far chiudere le aziende, dimostra che lo Stato ha fallito, non solo come amministratore, ma ha fallito anche socialmente, ed ha tradito la speranza che molti di noi nutrono in una definitiva sconfitta delle organizzazioni e delle culture mafiose».

Cosa c’è che manca nel dibattito odierno? «Innanzitutto – risponde Miserendino - bisognerebbe avvertire che la vendita di aziende confiscate potrebbe avvenire solo a prezzi stracciati o di liquidazione (altrimenti quale sarebbe la convenienza per chi va ad acquistarle con notevolissimi rischi), con metodi dunque poco consoni ad assicurare la loro vita sul mercato (abbassamenti o perdita del fatturato, scioglimento e liquidazione di rami d’azienda e simili). Inoltre, è abbastanza ovvio obiettare che le aziende dei mafiosi non se le comprerebbe nessun imprenditore sano ed onesto, ma tornerebbero inevitabilmente per vie dirette o traverse nelle mani di chi sarebbe gradito agli stessi a cui erano appartenute. Mi duole dire che non si è ancora capito che la mafia deve essere sconfitta sul piano sociale, siamo veramente molto lontani dalla vittoria definitiva dello Stato. Invece penso, e sono sicuro che molti la pensano come me, che in primo luogo bisogna tentare la via dell’assegnazione ai dipendenti rinnovati e recuperati alla legalità, in secondo luogo si può pensare all’affitto a terzi pur di salvare la produttività ed i posti di lavoro».

Quale la soluzione allora? 
«Dovrebbe fare testo l'esperienza trapanese della Calcestruzzi Ericina, nella quale senza concreto appoggio di politici potenti ed enti locali (anzi forse con la loro occulta ostilità) siamo riusciti nell'intento di dare dignità all'azienda confiscata e a chi ci lavora, e di sconfiggere definitivamente l'immagine vincente del mafioso che comandava e faceva girare per il suo verso quel pezzo di economia trapanese».