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NOTIZIE 2007/2011 TerzoMillennio Forum Mondiale: aspirazioni atlantiche e dopo-Medvedev

Forum Mondiale: aspirazioni atlantiche e dopo-Medvedev

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di Giulietto Chiesa - Megachip - 12 settembre 2011
JAROSLAVL (RUSSIA). Il titolo del Forum Politico Mondiale del 2011 aveva incuriosito non poco il vostro affettuoso inviato (volontario) a Jaroslavl: “Lo Stato moderno nell’epoca della diversità sociale”.
Cosa intendessero gli organizzatori non era chiarissimo, ma s’intuiva che stavano proponendo di prendere atto che la diversità sociale è una cosa non solo buona ma da sostenere attivamente.

Cosa fosse questa idea, per alcuni, lo spiegò, il primo giorno, un a me sconosciuto oratore in una delle numerose tavole rotonde: «fare in modo che i più intelligenti e dotati diventino anche i più ricchi», dato che il mondo è pieno di intelligenti poveri. Non è uno scherzo.

 

C’erano anche quelli, nel Forum di Jaroslavl, a riprova che la colonizzazione occidentale della Russia non è affatto conclusa e sta procedendo ad alta velocità.

Per fortuna il Forum (intendo dire le discussioni, nei corridoi e nei diversi panels) ha offerto un panorama più variegato e certamente meno stupido di quello appena delineato.

Ma la stupidità ha avuto altre occasioni per manifestarsi. Come, per esempio, quando un altro autorevole oratore russo ha constatato con soddisfazione che oggi, sul pianeta, esiste un ceto medio di 2,5 miliardi di persone e che questa cifra è «fonte di stabilità».

A Jaroslavl c’è stato un grande sforzo per non vedere la crisi, anzi, le crisi, del pianeta. Un obiettivo che tuttavia non è stato raggiunto che in parte, perchè la realtà ha fatto ripetutamente irruzione nei dibattiti, producendo analisi variegate.

Variegate e interessanti, magari al di là delle intenzioni degli organizzatori. Per esempio il discorso del Presidente Dmitrij Medvedev è stato da molti interpretato – incluso da chi scrive – come l’annuncio indiretto che Medvedev non si candiderà alla presidenza della Russia per un secondo mandato.

Uno che convoca un Forum mondiale, dove ha invitato il presidente turco e numerose personalità importanti della politica del pianeta, e che fa un discorso assai dimesso in cui parla solo della Russia e dei suoi problemi, senza mai nominare nè la Cina, né la Nato, né la guerra, né la crisi climatica, né – in poche parole – il mondo esterno, non appare intenzionato a svolgere un ruolo centrale nel dibattito planetario.

Naturalmente tutto può cambiare all’ultimo momento. E, forse, uno dei motivi del tono dimesso del presidente in carica è stato la tragedia che la notte precedente si era svolta proprio nell’aeroporto di Jaroslavl, con il disastro aereo in cui è perita l’intera squadra del club di hockey su ghiaccio della città: 43 morti del Lokomotiv, qualcosa che in Italia equivarrebbe alla cancellazione di una intera squadra di serie A nel novero delle prime cinque. Ma la politica è impietosa e quello che si vede, è non si vede, non è evitabile.

Quale Russia si presenta al mondo non è emerso nella due giorni di Jaroslavl. E’ emerso meglio cosa gli Stati Uniti vogliono che la Russia sia nella prima metà di questo XXI secolo. Si è incaricato di spiegarlo Zbignew Brzezinski. Ascoltato in quasi religioso silenzio, il vecchio commentatore, presentato solennemente come «il decimo consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America», ha esposto con cristallina chiarezza quello che vorrebbe Barack Obama. In tre punti piuttosto interessanti e, ciascuno a suo modo, rivelatori.

Primo: la pace del mondo è in pericolo. La causa del pericolo non sono più le ideologie del XX secolo, bensì (suggerisco di porre la massima attenzione su questa formulazione) «la turbolenta complessità della nostra epoca».

Punto secondo: occorre, «in un mondo ormai criticamente risvegliato, cooperazione e non dominazione».

Punto terzo: «non servono mobilitazioni autoritarie ma democrazia crescente».

Se non si capiscono queste tre cose nel modo giusto – secondo Brzezinski – «siamo di fronte a una potenziale svolta globale nel prossimo futuro».

Poichè ci ricordiamo che Brzezinski mise in guardia, qualche decennio fa, su cambiamenti sconvolgenti che avrebbero investito il pianeta nel XXI secolo, rispetto ai quali la rivoluzione francese del 1789 e quella russa del 1917 sarebbero ora da considerare come moderati episodi di riforma, sarà utile non sottovalutare l’avvertimento.

Brzezinski ha concluso il suo intervento con una “modesta proposta”. Avviare la creazione di una “non official initiative”, consistente nella formazione di un club transatlantico di saggi che dovrebbe avere l’incarico di progettare un piano “flessibile e evoluzionistico”, da qui al 2050, per affrontare le sfide del nostro tempo. Un gruppo – ha precisato Brzezinski – che dovrebbe essere promosso dai governi, composto da individui «dotati di visione, europei e americani» (inclusa la Turchia, ma la Cina non è stata menzionata). Il suo scopo dovrebbe essere quello di «pianificare la struttura istituzionale del mondo futuro».

Di fatto è la proposta di una santa alleanza tra America, Europa e Russia contro la Cina.

Non appare una “modesta proposta”, ma qualche cosa di molto importante. Probabilmente non è solo una idea di Brzezinki. Al termine del suo intervento, ricordandogli le nostre lontane discussioni di Washington, nell’ambito del Center for Strategic Studies, gli ho chiesto precisazioni.

Me ne ha dato una sola: «è una proposta ritagliata apposta per Medvedev». Col che si capisce anche che a Washington hanno già preso atto che il prossimo presidente russo sarà Vladimir Putin, e che, in attesa, “ritagliano” un ruolo internazionale per l’uscente.

L’altra sorpresa – meglio dire delusione – è venuta da Paul Krugman. Gli ho chiesto se aveva un’idea del volume dei derivati che circola nelle praterie sconfinate della finanza mondiale. Mi ha risposto che non ritiene importante conoscere le dimensioni di questa massa. Poi ha aggiunto (sibillinamente e contraddicendosi) che le stesse grandi banche d’investimento non sono in grado di valutare i rischi a cui vanno incontro non avendo a disposizione un quadro chiaro degli asset tossici che hanno prodotto e messo in circolazione. E dunque? Sono importanti o no questi asset tossici? Il premio Nobel Paul Krugman sembra non avere ancora risolto il problema.

La seconda domanda è stata più precisa: cosa ne pensa dell’Audit effettuato per la prima volta nella storia della Federal Reserve, che ha rivelato un volume aggregato di transazioni (illegale) di 16 trilioni di dollari in favore di tutte le più importanti banche d’investimento dell’occidente, tra il 2007 e il 2010?

Mi aspettavo due possibilità: che smentisse, oppure che dicesse che non è stata un’operazione illegale.

Non ha fatto né l’una cosa né l’altra. Ha risposto che non pensa che le dimensioni di quella erogazione siano state poi così grandi. Quanto grandi sono state, a suo avviso, non lo ha rivelato. Poi, nel suo intervento in plenaria, ci ha dato le sue prognosi dell’economia mondiale: ci vorrebbero misure per la crescita e per l’occupazione, ma non ci sono. Dunque avremo una recessione. Ma questo l’avevamo già capito da soli pur senza essere economisti. Ci è rimasta (a me e a molti) l’impressione che Krugman faccia parte integrante del giro di coloro che non possono dire quello che sanno. Cioè fa parte del grande circo della menzogna.

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Il nuovo libro di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, Barack Obush (Ponte alle Grazie, 2011).

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La liquidazione di Osama, l'intervento in Libia, la manipolazione delle rivolte arabe, la guerra all'Europa e alla Cina: colpi di coda di un impero in declino.

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Tratto da: megachip.info