Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 TerzoMillennio Acqua: storia di un bene che dovrebbe essere comune e che invece e' sotto il controllo della mafia

Acqua: storia di un bene che dovrebbe essere comune e che invece e' sotto il controllo della mafia

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Acqua: storia di un bene che dovrebbe essere comune e che invece e' sotto il controllo della mafia
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di Giuseppe Bascietto - 23 febbraio 2009
L'acqua che non arriva nelle case, nelle scuole, nei bar, nei giardini e negli agrumeti. L’acqua che viene raccolta dalle dighe piccole e grandi, costate decine di morti, ma che non arriva perché mancano gli allacciamenti. Il fiume che si gonfia e straripa trascinando con sé qualsiasi cosa.

L’acqua che ogni mattina utilizziamo per rinfrescarci il viso. Quest’acqua, oggi, è il settore privilegiato della mafia e dei suoi amici. “Questo non deve stupire”, spiega Umberto Santino, direttore del centro di documentazione Peppino Impastato di Palermo. “In Sicilia e in particolare nelle campagne palermitane, dall’ottocento esiste la pratica del controllo privato dell’acqua e dei pozzi”. Insomma per capire bene il motivo per cui la mafia è da sempre interessata all'acqua, è necessario riavvolgere il nastro del tempo di 135 anni.
Il controllo sull'acqua ha causato contrasti che sono all'origine delle guerre di mafia. Così può accadere che la prima e documentata guerra di mafia, che ha avuto come epicentro Monreale alla fine del 1874, piccolo comune sopra Palermo, sia scoppiata proprio per il controllo dell'acqua. La guerra si inserisce nel conflitto tra due organizzazioni mafiose rivali, i Giardinieri e gli Stoppaglieri. Spiega Santino in un suo saggio sul controllo mafioso dell'acqua: “Successivamente, nell'agosto del 1890, si avrà un altro omicidio. Questa volta a cadere è il guardiano dell'acqua dell'Istituto psichiatrico di Palermo, Baldassare La Mantia, che si era rifiutato più volte di favorire i fratelli Vitale, gabelloti (affittuari) e capimafia della frazione palermitana Altarello di Baida. Interessante l'analisi della situazione che a partire da questo omicidio fa il questore Ermanno Sangiorgi che in una serie di rapporti ricostruisce la mappa delle famiglie mafiose e dà un'immagine di essa (un'organizzazione diffusa sul territorio e strutturata centralmente) molto simile a quella che negli anni '80 del XX secolo sarà "scoperta" attraverso le dichiarazioni dei mafiosi collaboratori di giustizia”. Il controllo dell'acqua e del mercato agrumicolo è nelle mani di gruppi mafiosi che avviano i primi rapporti con gli emigrati in America, tra cui Don Vito Cascio Ferro, fondatore della mano nera, la prima organizzazione mafiosa in territorio americano con solidi rapporti con la mafia siciliana. Il controllo mafioso dell'acqua continuerà anche dopo. Infatti Nel 1945, a Ficarazzi, nei pressi di Palermo, al centro della pianura coltivata ad agrumi, viene ucciso Agostino D'Alessandro, segretario della Camera del lavoro, che aveva cominciato una lotta contro la mafia dell'acqua. Da quel momento I mafiosi fanno sentire tutto il loro peso all'interno dei consorzi di irrigazione di nuova istituzione. L'esempio più noto è il consorzio dell'Alto e Medio Belice. Istituito nel 1933, in pieno periodo fascista, abbracciava un comprensorio di circa 106.000 ettari ed era stato costituito per la realizzazione di una diga sul fiume Belice. Rimase inattivo fino al 1944. Poi Luciano Liggio, detto lo sciancato, fece capire che non era contrario all'attività del consorzio e da quel momento il consorzio decolla e con esso anche la costruzione di dighe e invasi. Che si rivelano un affare per i mafiosi e i loro amici. Da allora acquistare terreni per far costruire invasi e dighe è diventata pratica quotidiana. Un esempio? La costruzione della diga Garcia sul Belice, chiesta a gran voce dai contadini e ottenuta dopo anni di lotte. Scrive Santino: “Il capomafia Peppino Garda compra i terreni, ottiene finanziamenti per migliorare le coltivazioni e infine li rivende, a un prezzo di gran lunga superiore a quello d'acquisto, agli enti pubblici interessati alla costruzione della diga”. Una speculazione studiata a tavolino pienamente riuscita grazie alle complicità delle istituzioni. Nel 1968 a Palermo, erano stati censiti solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in via di esaurimento per impoverimento della falda. Un documento più recente, del 1973, redatto dall'Ente sviluppo agricolo (Esa) rilevava l'esistenza di 1.469 pozzi che attingevano alla falda freatica nella fascia costiera.
“Queste acque sotterranee, per la grande rilevanza che avevano per il soddisfacimento del fabbisogno idrico della città e delle campagne, si sarebbero dovute inserire”, spiega il giudice Peppino Di Lello, che ha condotto una delle prime inchieste sull’acqua, “nell'elenco delle acque pubbliche”. Invece si sono lasciate nelle mani dei privati e dei mafiosi. Così dei pozzi ricchissimi d'acqua gestiti dai Greco di Ciaculli, e da altre famiglie mafiose, come i Buffa, i Motisi, i Marcenò, i Teresi, non c’è traccia.




E la falda freatica, per il saccheggio perpetrato dai privati e dai mafiosi, si va progressivamente esaurendo. Si arriva così alla fine degli anni 80. Gli anni della grande sete. Palermo si attrezza con i silos nei quartieri periferici che le autobotti comunali riempiono quotidianamente, mentre la gente esasperata scende per strada bloccando il traffico e bruciando autobus e cassonetti. E la storia tragicamente si ripete all'inizio degli anni duemila. Strade bloccate, gente che scende in piazza a protestare, scontri con la polizia. Ma pochi si chiedono di chi sono le responsabilità. Com’è possibile, ad esempio, che uno dei tre invasi che fornisce acqua a Palermo, il Poma, contiene appena 11 dei potenziali 68 milioni di metri cubi che potrebbe contenere e un altro, il lago di Piana degli Albanesi, non superi i 2 milioni e mezzo di metri cubi (dei 32 milioni contenibili). E intanto, per il terzo invaso, lo Scanzano, si è deciso di compiere dei lavori di riparazioni al fondo che si attendono dal 1968. E ancora. La diga Ancipa potrebbe raccogliere 34 milioni di metri cubi d'acqua; ma ne raccoglie solo 4 milioni. La diga presenta delle crepe, segnalate da più di quarant'anni e che nessuno ha mai riparato. Insomma ci sono invasi che da 34 anni devono essere riparati e dighe che da vent'anni attendono di essere completate; o non sono state collaudate e possono contenere solo una parte della capienza. Come a dire che nessuna delle dighe o degli invasi esistenti è autorizzato a essere riempito completamente. “Questo non è solo il frutto del controllo mafioso sull'acqua”, conclude Santino, “ma più in generale di una politica delle opere pubbliche all'insegna dello spreco, del clientelismo e della frammentazione, soprattutto nella gestione”. Non è un caso che sotto l'era Cuffaro la gestione delle acque sia passata alla Sicilacque spa. Una società controllata dalla Multinazionale francese Veolia. Grazie a questo stratagemma finanziario la Veolia oggi controlla in Sicilia qualcosa come 11 acquedotti, 3 invasi artificiali, 175 impianti di pompaggio, 210 serbatoi idrici, 1.160 km di condotte e circa 40 km di gallerie. Inoltre in Sicilia, oltre alla multinazionale francese, si dovrebbero occupare di acqua 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali, 400 consorzi fra utenti e altri 13 consorzi. E tutti stanno già provvedendo alle assegnazioni. “Nell’area di Caltanissetta, ci dice Carlo Ruta, Scrittore e storico del sud-est siciliano, si è imposta Caltaqua, guidata dalla spagnola Aqualia. A Palermo e provincia ha vinto il cartello Acque potabili siciliane, di cui è capofila Acque potabili spa, controllata dal gruppo Smat di Torino. Nell’area etnea la guida del Consorzio Ato Acque è stata assunta dalla catanese Acoset. Ad Enna ha vinto Acqua Enna spa, comprendente Enìa, GGR, Sicilia Ambiente e Smeco. A Siracusa vige la gestione mista della Sogeas, che vede presenti, con l’ente municipale, la Crea-Sigesa di Milano e la Saceccav di Desio. Ad Agrigento è risultata aggiudicataria la compagine Agrigento Acque che fa capo ancora ad Acoset. Negli altri ATO le gare rimangono sospese.” Tutto questo tradotto in cifre significa un giro d'affari di 5,8 miliardi di euro, da amministrare in trenta anni, con interventi a fondo perduto dell’Unione Europea per più di un miliardo di euro. Per questi motivi il generale dei carabinieri Roberto Jucci ed ex commissario straordinario per le emergenze idriche, redigendo una mappa degli invasi, ha proposto qualche anno fa, l'istituzione di un'Authority, cioè di un organo unico che sovrintenda a tutta la questione dell'acqua in Sicilia, gestendo unitariamente le dighe, il sistema idrogeologico, le condotte di adduzione, gli impianti comunali. Dell'Authority, però, non se ne è fatto nulla. Infatti l'ex presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, oggi senatore della Repubblica e condannato a 5 anni nel processo per le 'talpe' alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, tra i suoi primi atti ha preteso di assumere direttamente il compito di commissario delle acque, licenziando il generale Jucci. Oggi la situazione non è cambiata. Anzi è peggiorata. Infatti a Palermo una buona parte delle imprese private che vendono acqua sono in mano alla famiglia Lo Piccolo. Non è necessario avviare inchieste giudiziare, basta leggere le pagine gialle di Palermo alla voce acqua potabile per trovare diverse società, che vendono acqua, che nella loro intestazione societaria riportano uno dei cognomi più conosciuti e temuti di Palermo, dopo quelli di Riina e Provenzano: Lo Piccolo. Lo stesso del boss Salvatore arrestato a Giardinello, un comune vicino Palermo, il 5 novembre 2007. E per capire il peso e il ruolo che Cosa nostra ha sul fronte dell'acqua è necessario conoscere Salvatore  Lo Piccolo soprannominato “Il Barone”.  Cresciuto a Partanna, alla corte di Rosario Riccobono, il padrino che faceva affari con la politica e con le forze dell'ordine, caduto sotto i colpi di mitra e di pistola dei corleonesi,  è stato per anni considerato poco più di un killer di borgata.




Nel silenzio delle armi, in realtà, la sua stella è cresciuta. Dalla sua aveva a disposizione un serbatoio inesauribile di manodopera. Attingeva tra i casermoni dello Zen dove ha avuto la propria roccaforte. Lì custodiva le armi e la droga e i mezzi per le azioni che pure in questi anni sono state compiute. Ha messo la firma su delitti giudicati necessari anche durante la gestione "pacifista" di Provenzano. Servivano a risolvere conflitti diceva lui e a frenare eventuali pentimenti. Ma servivano soprattutto a consentirgli di avere la strada spianata per la successione a Provenzano. Così Salvatore Lo Piccolo, fedelissimo del superboss, di cui si professava nipote, indicato con il numero 30 nei pizzini cifrati (il 31 era il figlio Sandro), si è ritagliato spazi sempre maggiori. Con il figlio Sandro, perfetta incarnazione del gangster moderno, con una smodata passione per gli abiti firmati, Salvatore Lo Piccolo aveva in Andrea Adamo, arrestato con lui, un colonnello formidabile. Gli aveva consegnato Brancaccio, all'estrema periferia della città. Ma è nell'asse con le famiglie americane che Lo Piccolo ha impresso alla sua carriera criminale la svolta decisiva. Sotto i Corleonesi, quei contatti sono rimasti nell'ombra. Sono ripresi in grande stile sul finire degli anni Novanta. Lo Piccolo li ha utilizzati per riprendere il traffico di droga. C'era ancora lui dietro l'accorta regia che ha nuovamente saldato mafia siciliana e mafia di New York. Era lui il fautore del ritorno delle famiglie degli scappati, i sopravvissuti alla prima guerra di mafia, riparati negli Usa, vittime dell'ostracismo dei nuovi capi, eppure detentori del know-how necessario per trafficare eroina e cocaina in tutto il mondo.

Per tutto questo, Lo Piccolo era temuto e nel 2006 un blitz della Mobile di Palermo interruppe un progetto di morte ordito da Nino Rotolo che vedeva come fumo negli occhi la santa alleanza internazionale messa in piedi dal boss. Che però regnava già incontrastato su Palermo tanto da permettersi uno stipendio mensile di 40 mila euro e di elargirne 25 mila al figlio Sandro, garantendo 11 mila euro ogni trenta giorni alle necessità della moglie. La contabilità stava nel covo di un suo braccio destro, Francesco Franzese, arrestato il 2 agosto scorso che per gli investigatori ha segnato la tappa di avvicinamento più prossima al colpo grosso.

Del resto, sotto la gestione di Lo Piccolo, Cosa nostra è tornata in attivo. Solo da un quartiere, il suo Partanna Mondello, i ragazzi del pizzo tiravano 120 mila euro al mese. Servivano per pagare le spese correnti.

A Giardinello, dove è stato catturato, Lo Piccolo si era trasferito da anni. E lì lo cercava il killer di Rotolo incaricato di ucciderlo, Gianni Nicchi, anche lui latitante. Nella vicina Torretta, in un ristorante riservato per l'occasione, già nel 2003 Lo Piccolo, aveva tenuto un summit per impugnare lo scettro del comando fuori dai confini della città, disegnando quale fossero i propri spazi: Palermo per intero e poi, oltre l'aeroporto, fino ad Alcamo. Dove comincia il regno di Matteo Messina Denaro, rimasto ora l'ultimo dei grandi superlatitanti. A Lo Piccolo, inoltre, rispondevano i clan di Cosa Nostra operanti nel Nord Italia, in particolare in Lombardia e Piemonte. In un pizzino del boss si legge di una sala bingo o qualcosa di simile affiancata ad un grande centro commerciale nel piemontese che doveva essere mantenuta sotto il controllo dei siciliani, in modo da tenere lontane eventuali infiltrazioni calabresi; è l'ennesima prova di un business nel Nord Italia in cui mafia e 'ndrangheta si spartiscono il territorio in modo prevalentemente diplomatico, ma non è da escludere che le due mafie possano entrare in rotta di collisione. Insomma dalla battaglia per la gestione degli acquedotti, alla costruzione di dighe, fino ad arrivare alla privatizzazione dei bacini idrici, quella del controllo mafioso dell'acqua sta diventando una pratica comune che vede coinvolti tutti. Comuni, Province, Regioni per arrivare al Fondo Monetario Internazionale, al WTO (OMC: Organizzazione Mondiale del Commercio) e alle grosse multinazionali. Quelli che in gergo vengono definiti i giganti dell'acqua che oggi si materializzano e prendono corpo in due imprese francesi: la Veolia, che nel corso degli anni ha utilizzato diversi nomi, Vivendi, General-Des-Eaux, Onyx Environmental, Dalkia, Veolia Water North America, Folkstone and Dover Water Services, Tendring Hundred Water Services, Connex e la Suez/Ondeo ex Lyonnaise des Eaux. La Veolia è il più importante operatore nel settore dell'acqua ma opera anche in altri settori: ambiente, energia, nettezza urbana, trasporti, telecomunicazioni. La Ondeo mira a scalzare la consorella francese e ha un ruolo internazionale di tutto rispetto: è già presente in circa 20 paesi e nel 1997 gestiva il servizi idrico in 14 grandi città, tra cui Manila, Budapest, Cordoba, Casablanca, Giacarta, La Paz, Postdam, Indianapolis.
In Gran Bretagna la privatizzazione dell'acqua è stata introdotta nel 1989 e le grandi imprese britanniche, in particolare la Seven-Trent e la Tames Water, operano a livello internazionale. Il colosso elettrico tedesco, la RWE, opera come impresa multisettoriale e ha interessi anche nel settore dell'acqua. In Italia, in seguito alla legge Galli, aziende come la romana ACEA, la milanese AMN e la torinese AMT si sono estese sul territorio nazionale e in altri paesi. In Francia, dove la privatizzazione si configura come delega della gestione di un servizio pubblico a un'impresa privata, si è avuto un aumento medio del prezzo dell'acqua del 50%, a Parigi del 154%; gli utili delle imprese sono lievitati al 60-70% degli utili totali. Si aggiunga la scarsa trasparenza delle concessioni con il relativo incremento delle occasioni di corruzione.
Nel Regno Unito la privatizzazione prevede l'esproprio di un bene comune e le imprese hanno fatto registrare utili esorbitanti, per cui si è escogitata una tassa straordinaria8. In altri paesi i costi dell'acqua sono diminuiti per i ricchi e aumentati per i poveri: è il caso di Manila, capitale delle Filippine.
Questa invasione delle grandi imprese renderà sempre più difficile una politica pubblica delle risorse idriche e imporrà sempre di più un modello fondato sulla "petrolizzazione dell'acqua", cioè sulla dittatura del mercato anche sull'acqua.

Tratto da: accadeinitalia.it