Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Mafia eventi La stiratrice assassinata per l'agendina del boss

La stiratrice assassinata per l'agendina del boss

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di Luca Tescaroli - 14 dicembre 2008
Una stradella difficilmente raggiungibile da chi non conosceva la zona.
Apparve a chi lo rinvenne accovacciato sul fianco sinistro, devastato da cinque colpi di fucile a canne mozze.
Si trattò di un delitto mafioso spietato, consumato con le modalità dell´esecuzione sul posto. La giovane e fragile vittima tentò disperatamente di proteggersi con il braccio prima di essere colpita dallo sparatore che si trovava dinanzi a lei. Caduta al suolo, due colpi di grazia stroncarono la sua vita.
Moriva così Graziella Campagna. Era nata e viveva a Saponara insieme con i genitori. Lavorava alla lavanderia "La Regina" con mansioni di stiratrice. La sera di giovedì 12 dicembre 1985 non aveva fatto rientro a casa ed era stata vista per l´ultima volta alla fermata dell´autobus, che era solita utilizzare per gli spostamenti. Fu avvertito un grido da parte di Maria Bisazia, presente con un cliente nell´esercizio di parrucchiera ove lavorava, posto nelle immediate vicinanze, prima che la ragazza venisse prelevata dagli assassini alla fermata del mezzo pubblico che si stava accingendo a prendere, sequestrata, interrogata e infine uccisa.
La sua unica colpa fu quella di aver lavorato in una lavanderia della quale si serviva un ingegnere misterioso che si faceva chiamare Tony Cannata e sosteneva di dover compiere delle rilevazioni per una fantomatica società. Graziella scoprì che si trattava di false generalità, rinvenendo degli appunti o un´agendina all´interno di uno degli indumenti lasciati dal sedicente ingegnere, che le vennero immediatamente sottratti da Agata Cannistrà, cognata della titolare della lavanderia, Franca Federico. In realtà, quell´uomo era il mafioso Gerlando Alberti junior, nipote del famigerato "Paccarè". Gli sorse il sospetto che la giovane avesse capito chi era, leggendo i nomi e i numeri telefonici riportati sul documento riportato e che ne avesse potuto parlare con altri, e in particolare con il fratello carabiniere Piero, che prestava servizio in Calabria alla compagnia di Gioia Tauro, distaccato a Fabiana di Candidoni, nei pressi di Rosarno. Decise perciò di sottrarle la borsetta per controllare e verificare se al suo interno ci fossero informazioni "compromettenti" e di toglierle la vita.
Una verità rimasta a lungo avvolta da una cortina di ferro, anche in virtù dell´"aggiustamento" dell´originario procedimento, definito il 28 marzo del 1990 con una sentenza di proscioglimento in istruttoria. L´assassinio avrebbe potuto essere evitato se i carabinieri - che controllarono casualmente in un posto di blocco, quattro giorni prima del delitto, Gerlando Alberti e Giovanni Sutera a bordo di una Fiat Ritmo intestata a tale Rosario Fricano - li avessero inseguiti allorquando fuggirono approfittando del protrarsi degli accertamenti e del sopraggiungere di un´altra auto, una Fiat 127, che i militari dovettero fermare per contestare una contravvenzione. I due, in quel periodo, stavano trascorrendo la loro latitanza in quel territorio e provvidero a uccidere materialmente la giovane Graziella, temendo di essere stati scoperti.
Innumerevoli collaboratori di giustizia, nel corso del tempo, hanno accusato Alberti e Sutera di aver materialmente eseguito l´omicidio. Da ultimo intervenne Vincenzo La Piana, cognato di Gerlando Alberti junior, il quale raccontò di aver appreso proprio da quest´ultimo nell´immediatezza dei fatti la dinamica esecutiva e la ragione del delitto. Si dovette attendere l´11 dicembre 2004, dunque 19 anni esatti dall´uccisione, perché la Corte d´assise di Messina condannasse Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera alla pena dell´ergastolo, Franca Federico e Agata Cannistrà per il delitto di favoreggiamento alla pena di due anni di reclusione per aver omesso di riferire quanto a loro conoscenza in merito al rapimento e all´omicidio. La pronuncia venne confermata dalla Corte d´assise d´appello di Messina il 18 marzo 2008, la quale ha sostanzialmente ribadito le sanzioni inflitte in primo grado, ritenendo però prescritti i reati di favoreggiamento, che ha comunque ritenuto provati, tant´è che ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno nei confronti dei familiari della vittima nei confronti di Federico e Cannistrà.
Sebbene siano trascorsi ventiquattro anni da quel delitto, la piena verità continua a rimanere in parte avvolta dal mistero. Non appare infatti essere stato chiaramente definito il contesto mafioso e il quadro delle collusioni anche istituzionali in cui è maturato il delitto, con specifico riferimento ai soggetti che hanno tutelato e favorito la latitanza degli esecutori materiali. Particolare rilievo in tal senso appare assurgere la figura di Sante Sfameli, capo della "famiglia" di Villagrazia Tirrena, legato a esponenti delle forze dell´ordine, a magistrati e a uomini politici del Messinese, il quale si occupò della protezione di Alberti sfruttando, secondo le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, il rapporto con il comandante della stazione dei carabinieri.
È importante ricordare l´omicidio della povera Graziella Campagna, innocente ragazzina di paese, scomoda testimone di qualcosa che non doveva vedere e capire, di cui probabilmente non si era resa conto, per non dimenticare mai la ferocia e la pericolosità della mafia per gli inermi cittadini e per rendere omaggio al dolore dei familiari. Oggi più che mai è necessario riflettere su quel che accadde tanti anni fa perché nel Paese si continua a percepire la tendenza da parte di molti all´accettazione del reticolo di interessi e relazioni fra gli esponenti del crimine mafioso e della realtà politico-istituzionale-sociale che li circonda.

Tratto da: La Repubblica edizione Palermo