Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Pietro Orsatti L'afa di Palermo, fra minacce, veleni e intimidazioni. Nuovi pupari o vecchi manovratori?

L'afa di Palermo, fra minacce, veleni e intimidazioni. Nuovi pupari o vecchi manovratori?

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di Pietro Orsatti - 24 agosto 2010
Fa “afa” a Palermo, e non è colpa dell’estate.
  





Il clima in Sicilia ogni giorno che passa si sta facendo sempre più pesante, soffocante, cupo. Troppe le ombre e gli interrogativi. Qualcuno si sta muovendo, tende una rete fatte di segnali piccoli e eclatanti.
Ombre che sembravano ormai essere retaggio del passato diventano di nuovo concrete. Non solo la tensione continua dell’aspro scontro fra politica e  magistratura provocato probabilmente dalla delicatissima fase delle indagini in corso sulle stragi del ‘92 e della trattativa fra mafia e pezzi dello Stato che tanti scenari e responsabilità collettive e personali potrebbero far emergere. Non solo i veleni inevitabili di di due processi “di peso” come quello a Marcello dell’Utri e al Generale dei Ros Mario Mori. Ora anche minacce e intimidazioni dirette. Minacce e intimidazioni prima ai pm che lavorano sulle inchieste più delicate su Cosa nostra come emerso a luglio scorso da un’informativa del ministero dell’Interno che, a quanto risulterebbe, si sarebbe basata su alcune intercettazioni telefoniche. La stessa informativa riportava che non solo i pm erano uno dei possibili obiettivo delle minacce ma anche le donne e gli uomini della Questura e in particolare della squadra Mobile.

E ora la minaccia, diretta, inequivocabile alla squadra Catturandi.

La notizia era già circolata qualche giorno fa, ma solo oggi è salita agli onori della cronaca.

Vediamo di che si tratta:

Quattro poliziotti della catturandi di Palermo sarebbe stati fotografati e spiati. La procura ha aperto un’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dal pm Francesca Mazzocco. Il primo episodio risale all’inizio di agosto – secondo quanto scrive Repubblica-Palermo – quando la moglie di un poliziotto è stata fermata per strada da tre uomini in auto, che con la scusa di chiederle un’informazione le hanno mostrato alcune foto che ritraevano il marito e altre persone, commentando le immagini con frasi del tipo: “Che bei mariti avete, che belle famiglie”.

L’ispettore e i suoi familiari sono stati già trasferiti. I quattro poliziotti della catturandi fanno tutti parte del gruppo che ha arrestato fior di boss e che ora è concentro sulla cattura del latitante Matteo Messina Denaro. L’inchiesta conta sulle immagini della telecamera di un negozio che ha ripreso l’auto con i tre uomini che hanno avvicinato la donna.

Santa pigrizia giornalistica detta la soluzione più semplice, quella più facile e rassicurante. La squadra è sulle tracce di Matteo Messina Denaro? Quindi è Messina Denaro ad aver inscenato questo teatrino. Repubblica on-line addirittura ci titola. Si, il mafiosazzo che minaccia lo sbirro, che altro può essere? Ma c’è sempre un però. Un dettaglio che non torna, uno scenario che suona strano, se non addirittura falso. Qualcuno pensa davvero oggi che Matteo Messina Denaro non sia consapevole che un’azione di questo tipo non riuscirebbe a creare alla Catturandi il pur minimo problema di tipo operativo? Chiariamo subito una cosa, questo teatrino delle minacce ai familiari di uno degli appartenenti alla squadra (e non si tratta solo di quello riportato dall’Ansa e fra poco spiegheremo perché) a quelli della Catturandi li ha fatti incazzare ancora di più, e, se fosse possibile, li sta spingendo ad aumentare la determinazione a portare avanti presto e bene il proprio lavoro.  Di Matteo Messina Denaro si può dire un po’ di tutto, che sia un narcisista anche un po’ megalomane, che sia feroce e crudele, che sia abilissimo a gestire la propria latitanza e i propri affari. Ma che sia un fesso no.

È evidente che l’intimidazione fatta alla moglie del poliziotto non era diretta “alla persona” ma alla squadra. E fin qui, spero, concordiamo tutti. La questione è un’altra. C’è qualche famiglia mafiosa a Palermo oggi a essere in grado di mettere in piedi il pedinamento di un ispettore di polizia e dei suoi familiari? E non solo. Qui bisogna raccontare qualche altro fatto oltre a quelli riportati da mamma Ansa.

Prima di tutto che le foto erano già circolate (in forma di album “di famiglia”?) all’interno dell’Ucciardone, lo storico carcere di Palermo. E questa cosa suona proprio strana, ancora di più di quella di un Matteo Messina Denaro che si scomoda a mandare qualcuno dal trapanese a Palermo per far imbestialire quelli della squadra d’élite della polizia. E poi che le foto non riguardano solo uno degli uomini della Catturandi, ma ben quattro come riporta anche Repubblica.

E alla fine c’è il dato più allarmante. Il luogo dove è avvenuto il fatto (e qui tutti si scordano di parlarne). In una strada di Brancaccio. Stiamo parlando di uno dei quartieri a più alta densità mafiosa della città e dove la Catturandi negli anni ha eseguito decine e decine di operazioni e arresti. E non solo. Brancaccio è anche il mandamento dei Graviano, i boss di Gaspare Spatuzza il pentito che dice la verità se parla del suo ruolo esecutivo nella strage di via D’Amelio ma mente se racconta degli intrecci fra Cosa nostra, affari e politica (e Marcello Dell’Utri e “quello di Canale 5”). Quello stesso pentito che si è visto rifiutare il programma di protezione dal sottosegretario Mantovano nonostante che fosse richiesto da tre procure (Palermo, Firenze e Caltanissetta). Strana coincidenza, vero?

Chi sa anche un minimo di storie di mafia è perfettamente consapevole che le coincidenze in questo ambito non esistono. Se qualcuno di Cosa nostra vuole mandare un messaggio sceglie con grande cura luogo, modalità, persone. E spesso quello che in prima analisi sembra essere l’obiettivo primario dell’azione mafiosa non lo è. Il destinatario del massaggio di solito non è uno solo, e di solito è quello più difficile da individuare.

E non finisce qui. Perché c’è anche la questione “tempo”. Cosa nostra non sceglie mai i tempi a caso. E qui si infittisce la palude degli interrogativi.

Cominciamo con il dire che la squadra Catturandi di Palermo negli ultimi tempi ha subito una sovraesposizione mediatica senza precedenti con l’arresto di Domenico Raccuglia e Gianni Nicchi. Una sovraesposizione imposta dallo scenario politico particolare. Dopo anni di profilo basso (dopo gli arresti clamorosi di Brusca e poi Provenzano e i Lo Piccolo) e di contemporaneo affermarsi di un ruolo egemone e determinante nelle attività investigative dei Carabinieri, la squadra si è ritrovata a giocare un ruolo determinante anche probabilmente grazie ad alcuni aggiustamenti interni alla procura palermitana e dove forse non ha giocato un ruolo secondario la nomina di Antonio Ingroia a procuratore aggiunto (non a caso contestata?). E non solo. Il governo, e in particolare il ministro leghista Roberto Maroni, per controbilanciare le polemiche contro la magistratura, i tagli alle forze di polizia, le leggi e leggine come il lodo Alfano, il Ddl intercettazioni, i soldi alle “ronde”, il processo breve, avevano un disperato bisogno di “successi” e di “eroi”. E cosa di meglio che spendersi mediaticamente il lavoro della Catturandi?

La Catturandi è un simbolo. Un simbolo della lotta alla mafia. Un simbolo di un nuovo corso di legalità nel nostro Paese. E anche un simbolo, da contrastare in questo caso, per chi vuole mettere a tacere anche le voci realistiche e critiche. Gli uomini della Catturandi hanno raccontato pubblicamente le difficoltà burocratiche e economiche del proprio lavoro. Hanno denunciato i ritardi di anni nel pagamento degli straordinari accumulati per effettuare catture clamorose come quelle di Bernardo Provenzano. Gli uomini della Catturandi non hanno nascosto la testa nella sabbia davanti al Ddl sulle intercettazioni e coraggiosamente e pubblicamente hanno spiegato perché lo ritenevano e ritengono sbagliato.

Su Palermo in questa fase, ripetiamo, c’è una cappa di paura e tensioni. Si sono riaperte, anche grazie alle tante vittorie della Catturandi e non solo, vecchi filoni di indagine sulle stagioni più oscure della nostra Repubblica e nuovi scenari in gran parte inediti. Emergono figure e circostanze finora solo ipotizzabili. Si cominciano a vedere i contorni del coinvolgimento di uomini e ambienti della politica e degli apparti dello Stato in episodi terribili come quelli delle stragio del 1992 e del 1993. E ancora. Si arriva perfino a riaprire inchieste che si credevano seppellite in archivio come quella sulla morte nel 1950 del bandito Giuliano avvenuta a Castelvetrano. Proprio quel luogo del trapanese centro del potere della famiglia Messina Denaro allora e oggi, prima con Francesco (il ministro degli esteri della prima “commissione” di Cosa nostra negli anni ’60) e poi con Matteo poi (anche questa una coincidenza?). Servizi, uomini dello Stato, politici, imprenditori, mafiosi. Il quadro che comincia a delinearsi oggi è davvero terribile.

E poi questa nuova ondata di intimidazioni, di ombre, di fughe di notizie mirate (ce ne sono state, eccome, in questi mesi). Siamo proprio certi, davanti a tutto questo, che ci si trovi davanti al “semplice” atto di intimidazione di un mafioso verso un poliziotto?

Tratto da:
gliitaliani.it