Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Pietro Orsatti Scarpinato. Interviste all'alba della crisi

Scarpinato. Interviste all'alba della crisi

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di Pietro Orsatti - 15 giugno 2010

''Sembra quasi che a qualcuno sia venuta l'idea di un regolamento di conti''



Un’intervista di quasi due anni fa al magistrato Roberto Scarpinato. Ragionando di intercettazioni, legalità, lavoro e crisi economica. (disponibile anche l’audio). E poi ancora, un anno dopo, sulla televisione e il racconto sociale. Due interviste che potrebbero essere scritte oggi e che ripropongo.


Nell’atrio del secondo piano del palazzo di Giustizia di Palermo una piccola folla di magistrati della Procura, con relativi uomini delle scorte, attende il saluto del nuovo Procuratore aggiunto. È il “primo giorno di scuola” di Antonio Ingroia, nominato alla carica solo pochi giorni fa. In una saletta a lato il pubblico ministero si presenta brevemente ai colleghi. Alcuni applausi e poi tutti a lavorare. Perché il lavoro alla Procura di Palermo non manca e poi il non ancora cinquantenne magistrato palermitano ha avuto l’incarico, che fu già di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, passando praticamente tutta la propria vita lavorativa qui, in questo palazzone di travertino e cemento incastrato fra un mercato popolare e i palazzi signorili e le vetrine “firmate” che circondano il Teatro Massimo.

Anche Roberto Scarpinato è stato Procuratore aggiunto a Palermo. Poi doveva, è storia di questi giorni, diventarlo a Roma. Ha rinunciato all’incarico e ora è tornato ad essere un semplice sostituto. A Palermo. “Semplice” se lo può essere uno dei protagonisti della lotta alla mafia degli ultimi vent’anni. “Semplice” se lo può essere uno dei più attenti osservatori delle mutazioni e dei condizionamenti che hanno attraversato la nostra società nell’era, incompiuta, della Seconda Repubblica. «Se la riforma sarà approvata così come sta circolando in questi giorni avranno chiuso il cerchio», scandisce. Non c’è affanno, o fretta, nel ragionamento del magistrato. Ma urgenza, o meglio allarme. «Il punto nodale di tutta la questione è la proposta di togliere ai pubblici ministeri il potere di avviare le indagini – prosegue -, per assegnare questo potere alle forze di polizia. Questa, che apparentemente è una riforma di mera procedura, è invece una riforma di sostanza costituzionale. Perché è inutile nascondersi che le forze di polizia dipendono dai ministeri dell’interno, della difesa e delle finanze, e quindi dal potere esecutivo. Tenuto conto che in questo periodo storico, come tutti gli analisti del potere e i costituzionalisti osservano, assistiamo a un processo di verticalizzazione del potere e il potere esecutivo si rafforzerà ulteriormente a scapito degli altri poteri. Per fare un esempio della tendenza in atto il Parlamento è stato ridotto da assemblea di rappresentanti del territorio selezionati attraverso il voto di preferenza a assemblea di nominati da alcuni oligarchi». E ora la stretta della riforma della Giustizia. Il cerchio che si chiude. «Sostanzialmente sarà la politica a dovere giudicare se stessa».

Tira una brutta aria sulla magistrura. Un’atmosfera che qui a Palermo diventa più pesante. Anche Ingroia non si nasconde davanti all’inevitabile moderazione che richiederebbe l’incarico. Si prende un po’ di tempo per parlare di Cosa Nostra, inevitabilmente onnipresente per chi opera in Sicilia, e di riforma della giustizia a lato di un seminario sulla mafia dei colletti bianchi. E va subito al dunque. «Al dire il vero – esclama con un sorriso amaro – già da qualche anno non è che si respirasse un’aria leggerissima. Sembra quasi che a qualcuno sia venuta l’idea di un regolamento dei conti, un desiderio di rivalsa nei confronti della magistratura, una riforma della magistratura – più che della giustizia – che sembra mirare a ridimensionarne i poteri. Insomma, tira una brutta aria, a dir poco. Mai fare il processo alle intenzioni, ma se la proposta rimane quella ch una riforma che ci riporta agli Sessanta e Settanta con la magistratura che era un lavoro di tutto riposo e che andava al traino di quella che era l’azione di Polizia e Carabinieri, senza togliere niente alla loro capacità, ci troveremmo davanti alle forze dell’ordine anche loro indifese da eventuali pressioni del potere esecutivo». Deve essere suonato qualche campanello d’allarme anche nella maggioranza di Governo se la terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, e lo stesso ministro Alfano, a quanto risulta sia dalle loro dichiarazioni che da qualche voce di corridoio, stanno cercando di aprire un dialogo con chi, nel bene o nel male, la Giustizia l’ha amministrata nel nostro Paese. E ha fatto emergere le distorsioni della politica supplendo ad altri poteri che, di fatto, hanno ceduto le armi.

«Il nostro sistema ha perduto progressivamente tutte le forme di visibilità democratica nell’esercizio del potere – spiega Roberto Scarpinato -. La storia insegna che il vero potere non è quello che viene esercitato sulla scena delle istituzioni, ma è quello che viene recitato fuori scena. In centinaia di processi penali, da “tangentopoli” ai nostri giorni, quello che è venuto fuori è l’immagine della vera macchina del potere». Milioni di cittadini si sono resi conto che mentre sulla scena pubblica veniva presentata a uso e consumo dei media una certa dialettica politica, poi nel “fuori scena” accadeva che esponenti di entrambe gli schieramenti si ritrovavano coinvolti nelle stesse vicende di gestione poco trasparente degli affari. Questa visibilità, secondo il “semplice” sostituto palermitano, è emersa non grazie all’opposizione, non è emersa grazie al ruolo della stampa che è fortemente condizionata da chi tiene le leve del potere, è emersa soltanto nei processi penali. «Tutto ciò è diventato in parte visibile perché c’è ancora una magistratura che gode di uno statuto di autonomia e indipendenza – spiega – e in parte perché le intercettazioni riescono a rompere il muro di omertà che impedisce di vedere i comportamenti devianti che vengono consumati nel segreto delle stanze del potere. Ora, la privazione alla magistratura di iniziare le indagini determina un’ulteriore perdita di visibilità democratica dell’esercizio del potere. Se passa questa riforma ci troveremo in un’altra Italia, un Paese che assomiglierò molto di più a quello che c’era prima della Costituzione del 1948». È preoccupato? «Sono preoccupato più come cittadino che come magistrato. Perché qui cambia la sostanza della democrazia e la sostanza stessa della forma dello Stato. Cambia la qualità della vita dei cittadini. Si rischia di premiare tutti i “don Rodrigo” che dal Seicento ai nostri giorni rappresentano il prototipo del prepotente italiano che è stato ostacolato, in questi anni, solo dall’azione della magistratura visto che erano saltati tutti gli altri possibili controlli». E di esempi se ne possono fare davvero tanti, partendo dai casi dell’Unipol e della Banca popolare di Lodi dove la Banca D’Italia, la Consob e la Commissione e il potere di “termometro morale” della stampa non sono riusciti a contrastare distorsioni che sono emerse alla fine solo all’azione dei pm.

Le stesse preoccupazioni e contraddizioni dell’attuale tendenza di sistema politico e imprenditoriale fa quasi urlare un affaticato ma gongolante Leoluca Orlando impegnato a raccogliere decine di migliaia di firme per chiedere le dimissioni dell’attuale sindaco di Palermo Diego Cammarata. «Questo maggioranza vuole smontare lo Stato, vuole avere a che fare con politici senza partito – spiega accalorato – sindacalisti senza sindacato, parroci senza parrocchiani, professori senza scuola, accademici senza accademia. E senza controlli. E quando tu non vivi la dimensione comunitaria della vita il lunedì hai la depressione e il martedì dei deliri di onnipotenza. Sopprimendo di fatto le associazioni sociali, trasformiamo i cittadini solo in elettori e consumatori». E la riforma della giustizia, anche per l’ex Sindaco della “primavera” di Palermo, è la quadratura del cerchio di un mutazione genetica della Costituzione. «Stanno cambiando la Carta con legge ordinaria, perché sanno che non ci riuscirebbero mai con l’iter del referendum confermativo».

E anche la lotta alla criminalità organizzata, ovviamente, ne potrebbe drammaticamente risentire. Perché un modello sociale, politico e imprenditoriale verticistico e autoreferenziale allargherebbe la forchetta fra chi riesce ad accedere alle risorse economiche e chi è escluso dalla ridistribuzione del reddito. Ed è perciò «inutile illudersi che in realtà come queste – spiega Scarpinato – sia una realtà in cui le mafie possano essere sconfitte perché siamo davanti a un contesto sociale che produce la malattia mafia. Fino a quando esisteranno realtà sociali ed economiche così squilibrate esisterà il problema di governo di migliaia e migliaia di persone che troveranno nella mafia una possibilità di sopravvivenza economica, soprattutto in una fase economica di recessione come questa. In situazioni di questo genere o si ha la situazione Napoli, con il rischio di implosione dell’intero sistema – 140.000 persone che richiedono contemporaneamente il sussidio di povertà e riescono a campare solo grazie al sistema dell’economia criminale di sopravvivenza – o ci si ritrova come qui a Palermo dove i quartieri, come lo Zen o Borgovecchio, non fanno implodere il sistema perché esiste una mafia d’ordine, che irreggimenta e che ha codificato quello che sono le regole che bisogna seguire nel delinquere. Qui a Palermo vige ancora il cosiddetto “modello Ucciardone”, dal sistema che si creò negli anni Settanta nel carcere di Palermo in cui i mafiosi detenuti in cambio di alcuni privilegi garantivano l’ordine interno». In pratica la crisi economica, e l’esclusione sociale, comporta l’aumento e il radicamento della capacità di reclutamento di Cosa nostra. Anche quando questa sceglie un profilo basso per sopravvivere all’offensiva che, finora, lo Stato e la magistratura sono riusciti a garantire.

Un profilo basso che, secondo il Procuratore aggiunto Ingroia, ha anche contribuito una distorsione nella percezione del fenomeno mafioso da parte della politica. «La politica acquisisce consapevolezza quando ci sono i morti per strada – spiega il pm – e avverte il fenomeno come un problema di priorità. Diventa prioritario quando c’è l’opinione pubblica emozionata. La  mafia in Sicilia oggi ha un profilo basso e certo questo consente anche un dialogo, non possiamo nascondercelo, con la politica. L’altra politica, quella che non dialoga con i poteri criminali, comunque non sente appagante, in termini di consenso, la battaglia contro la criminalità organizzata quando non c’è un’opinione pubblica emozionata». E visto che ci vogliono i morti per strada per creare attenzione, in un posto come Palermo, in un palazzo di Giustizia come questo schiacciato fra la città “bene” e i quartieri popolari, dove si attende l’esito di una riforma che ormai tutti definiscono come “epocale”, è davvero difficile affrontare il lavoro quotidiano per il ripristino della legalità.

L'AUDIO DELL'INTERVISTA INTEGRALE SUL SITO: gliitaliani.it

Tratto da:
gliitaliani.it