Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Pietro Orsatti Come si costruisce una guerra di mafia

Come si costruisce una guerra di mafia

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di Pietro Orsatti - 23 maggio 2010

Ho ritrovato un vecchio file di più di una anno fa in cui cercavo di rimettere in ordine le idee nel corso della stesura del libro “A schiena dritta”.



Alcuni brani di questa sorta di Bignami di mafia/diario personale dentro quel volume, poi, ci sono finiti. Dovevo scavare nella memoria per fare ordine, per riallacciare percorsi e storie. Nel libro, uscito a maggio dell’anno scorso, una delle figure centrali era Domenico Raccuglia, detto il veterinario, all’epoca latitante. Rileggere quelle pagine oggi fa capire quale è stato il livello di difficoltà che magistratura e forze dell’ordine per procedere alla cattura di questo boss e quale erano allora, e sono tuttora, i livelli di pericolo sul quel territorio e non solo lì. Ovvio che siano mutati gli scenari. Questo racconto fa capire quanto siano in continua mutazione gli scenari che ci raccontano Cosa nostra. Appena riesci a dare una descrizione, a fare una fotografia, di cosa è la mafia in un determinato momento, già il quadro è mutato. In questo ultimo anno, dalla riapertura delle inchieste sulle stragi agli scenari inediti della presunta trattativa fra Stato e mafia e poi alla cattura di latitanti di peso come in particolare Raccuglia, di cose ne sono successe tante. E forse è necessario ricordare da dove si viene, cosa è successo anche attraverso la ri-lettura del proprio percorso. Per questo, oggi 23 maggio, ho deciso di pubblicare quel vecchio file di appunti.

P.O.


Quando senti che sei su una storia che vale la pena seguire non è possibile mollare. Anche se le logiche redazionali te lo consiglierebbero. Anche se a volte ti ritrovi a lavorare in un territorio così delicato senza avere le spalle coperte. E allora le coperture te le inventi, le cerchi anche fuori dal tuo giornale. Mi sono trovato, per questo, a dover investire tutto il mio tempo libero su questa inchiesta, tralasciando tanti aspetti della mia vita privata e pagando prezzi, anche economici, che forse non mi potevo permettere di pagare. Ma quando hai trovato le fonti, hai appoggio sul territorio e hai la spinta a andare avanti sarebbe un delitto mollare. E c’era anche un altro aspetto da non sottovalutare. La stampa nazionale aveva praticamente mollato, all’epoca, il filone Cosa Nostra, se non per qualche sporadica uscita, accodandosi al filone “Gomorra” che, grazie al successo editoriale del libro di Roberto Saviano, tirava molto di più dell’inflazionata mafia siciliana. Meglio le sparatorie spettacolari dei Casalesi, che ti permettono di riempire pagine senza sforzo, che interpretare i segnali che arrivavano dal palermitano.

Segnali che, invece, raccontavano di una mafia in ebollizione, di una rete di famiglie, gruppi e mandamenti in cerca di uno nuovo ordine. E la storia racconta che il nuovo ordine, da queste parti, si ottiene quasi sempre attraverso il sangue.

Mi spiego meglio. Cosa Nostra ha avuto il tempo e le risorse per far fronte all’offensiva dello Stato, che dopo l’arresto di Bernardo “Binnu” Provenzano, forse per la prima volta nella storia di questo conflitto fra potere illegale e potere legale, non si è fermato, ha proseguito la sua azione colpendo gli emergenti e pericolosissimi Lo Piccolo. Poi qualcosa è successo, proprio in coincidenza con l’ennesima tornata elettorale e l’ennesimo cambio di governo. Proprio nel 2008, dopo gli ultimi blitz della catturandi, lo Stato ha perso terreno: tagli sul personale di pubblica sicurezza, tagli sulle risorse (perfino la benzina), concorrenza e mancanza di coordinamento fra i vari corpi civili e militari di polizia, rimessa in discussione di strumenti come il regime di 41 bis per i boss mafiosi in carcere indispensabili per spezzare comunicazioni da dentro e fuori i penitenziari e di conseguenza interruzione delle catene di comando dei clan. Tutto questo ha contribuito, e non poco, a indebolire lo Stato nell’azione di contrasto alle mafie, e in particolare questo calo di attenzione ha riguardato la Sicilia e le trasformazioni in atto negli equilibri di Cosa Nostra nelle provincie di Palermo e Trapani. Cosa Nostra, a differenza degli altri sodalizi mafiosi, è un’organizzazione impermeabile a “ingressi” esterni, si fonda su un insieme distorto di valori (ma pur sempre codificati e condivisi) e un controllo capillare dei territori fisici, economici e politici. Con il denaro, con le intimidazioni, e solo alla fine con la violenza. Cosa Nostra è paziente, usa le armi e l’omicidio solo come estrema ratio. L’anomalia non è che la mafia siciliana non spari. L’anomalia è che spari. La strategia stragista di Totò Riina è stata un’anomalia nella storia della mafia. I clan non vogliono essere visibili, la tradizione è questa. E Cosa Nostra è, dopo più di un secolo di storia certa, tradizione.

Un mosaico composto da appunti, letture, incontri, scarpe consumate, inchieste e reportage. Passo dopo passo, pagina dopo pagina, con la consapevolezza che sta per scoppiare di nuovo una guerra di mafia in uno dei territori più complessi e difficili del nostro Paese: il triangolo del potere tradizionale delle famiglie strategiche per i corleonesi. Cinisi, Punta Raisi, Borgetto, Corleone, San Giuseppe Jato, Partinico, Terrasini e poi, nel trapanese, Alcamo e Castellammare del Golfo: questo è il territorio dei clan vincenti della guerra di mafia degli anni Ottanta che portò alla creazione del potere assoluto di un uomo e dei suoi alleati: Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella. Questo è il territorio dove oggi si sta svolgendo una nuova guerra di mafia che coinvolge i “rampolli” dei boss arrestati, alcuni latitanti di rango come Matteo Messina Denaro e Domenico Raccuglia, e alcuni livelli più “bassi” dell’organizzazione mafiosa che, illudendosi di un vuoto lasciato dai clan decapitati dallo Stato, cercano di emergere, di conquistarsi sul campo i gradi di boss. Dal 2003 in poi in questa zona si è preparato, e consumato, un conflitto sanguinoso nato a causa del tentativo di scalata dei Lo Piccolo con l’obiettivo di prendere in mano il controllo di Palermo e della provincia.

Un giovane collega, siciliano per giunta, quando ho pubblicato i primi articoli su left – Avvenimenti relativi a questo conflitto mi ha detto: «Ma che fai? Ti metti a scrivere di questa mafia rozza e contadina?». Rozza e contadina? No, ho scritto e scrivo di mafia e basta, perché Cosa Nostra è questo: i boss possono contemporaneamente decidere chi mandare al Senato, come partecipare a un appalto, come tenere sotto controllo l’intero sistema economico produttivo dell’isola e mungerlo, giocare in borsa, fare affari internazionali e poi sparare a un rivale per una questione di un pascolo di vacche con la stessa attenzione e con la stessa determinazione. Perché la mafia è potere dal momento in cui la moglie di un boss va a in un supermercato e non paga la spesa a quando specula sui titoli alla borsa di Milano o Londra. Potere, paura, silenzio e “piccioli”. La mafia è un insieme di tanti aspetti e appetiti, ma senza il controllo del territorio non esiste. E se vuoi capire davvero che cosa sia e come agisca Cosa Nostra devi iniziare a capire chi controlla o chi aspira a controllare un determinato territorio. Questo territorio.

Cosa Nostra non è un potere solo, è più poteri fra loro strettamente legati. Intreccio che oggi, all’interno di una riorganizzazione obbligata causata dai numerosi arresti, si configura come scenario di una potenziale escalation conflittuale interna, quindi di una possibile, se non già in corso, guerra di mafia. «Ancor prima della cattura dei Lo Piccolo – si legge nella relazione Dia relativa al primo semestre 2008 -, come acclarato sotto il profilo investigativo dai riscontri dell’operazione “Gotha” del 2006, gli equilibri dell’organizzazione criminale siciliana si trovavano già in una fase delicata, ulteriormente aggravata dal venire meno della figura baricentrica di Bernardo Provenzano e, conseguentemente, della sua autorevole capacità di mediazione tra le contrapposizioni esistenti tra le anime “corleonesi” e “palermitane”. In tale contesto di strisciante conflittualità, nel 2007, il mandamento mafioso governato dal Salvatore Lo Piccolo aveva intrapreso una strategia egemonica, fondata non solo sull’espansione dell’influenza territoriale, ma anche sulla pianificazione di profondi mutamenti dei consolidati equilibri storici mafiosi, quali il graduale rientro degli appartenenti alle famiglie perdenti delle vecchie guerre di mafia, i c.d. “scappati” e i tentativi di ricostituire, in sinergia con le famiglie statunitensi, una posizione più autonoma e forte della compagine siciliana nel narcotraffico internazionale».

E la relazione prosegue indicando quale sia oggi lo scenario dei poteri in lotta prima per il controllo del territorio “tradizionale” e poi dell’intero assetto mafioso dell’isola: «La probabile stasi operativa del tessuto mafioso tende a frenare l’autonomia raggiunta dalle varie componenti, come pure qualsiasi attività illecita ed i conseguenti aspetti decisionali nei rispettivi territori di competenza, come sembra accadere per il latitante Raccuglia Domenico a Partinico e ad Altofonte, nonché per lo stesso Messina Denaro Matteo nella provincia di Trapani. Di contro, la documentazione, rinvenuta in occasione degli arresti dei Lo Piccolo, fa stato del perdurante desiderio di ricondurre la struttura di Cosa Nostra all’antica architettura gerarchica, sia pure con una diversa suddivisione mandamentale, e al recupero delle antiche regole comportamentali».
Raccuglia e Messina Denaro sono entrambe “laureati” da una più che decennale latitanza. Ognuno di loro aspira a ereditare il potere di Riina e “Binnu” Provenzano. Quello che si sta muovendo in questi mesi sul territorio è il frutto di queste ambizioni, che si vanno anche a scontrare con il pur sempre potente clan Riina di Corleone. Giuseppe Salvatore, figlio dell’anziano boss Totò in carcere sotto “intermittente” regime di 41 bis nel carcere di Opera, prima è stato scarcerato per decorrenza dei termini e poi assolto in appello per tre omicidi avvenuti proprio nel paese del palermitano tra il gennaio e il febbraio del 1995. Il figlio di Riina era accusato di essere coinvolto nell’assassinio di Giuseppe e Giovanna Giammona e del marito di quest’ultima, Francesco Saporito. E la moglie di Totò, Antonietta, sposata a Salvatore Riina dal 1974 in latitanza, è la sorella minore di Calogero e Leoluca Bagarella, ed è stata anche la prima donna incriminata per reati mafiosi. Nel periodo di carcerazione del figlio avrebbe mantenuto in piedi lo scheletro degli affari di famiglia. La presenza del clan Riina è quindi garantita. E questa famiglia ha pesato e continua a pesare in questo territorio già arroventato dalle rivalità fra Domenico Raccuglia e Matteo Messina Denaro. Anche perché Totò Riina è formalmente ancor oggi il capo di Cosa Nostra.

Torniamo alla relazione della Dia, nella quale si legge che «Le investigazioni più recenti hanno certificato un forte quadro di fluidità, caratterizzato dagli spostamenti di diversi uomini d’onore da uno schieramento all’altro, dalla soppressione o dall’accorpamento di famiglie, dalla diversa definizione di zone d’influenza dei mandamenti, spesso in una logica di alleanze incerte, sicuramente esito della mancanza di elementi apicali, capaci di assicurare una vera ed efficace dirigenza della struttura criminale». È un quadro molto simile a quello che Cosa Nostra si trovò ad affrontare nel 1969/70 dopo la strage di viale Lazio e l’ondata di arresti che pose fine a quella che viene definita “la prima guerra di mafia”, situazione che però pose le basi all’ascesa di un emergente del calibro, appunto, di Totò Riina attraverso la “mattanza” del 1978/82. Un bagno di sangue che aprì la strada alla strategia stragista di Cosa Nostra. Nuove alleanze, nuovi schieramenti: ecco cosa sta avvenendo. Per fare cosa?

Per capire la Cosa Nostra di oggi è necessario tornare indietro nel tempo, ripercorrere tutta l’ascesa dei Corleonesi e di Riina. È necessario riaprire le carte, scorrere i verbali dell’audizione della Commissione antimafia, leggere sentenze, motivazioni, verbali. In gran parte letture già fatte negli anni precedenti, ma che con l’esperienza del lavoro di “scarpe” iniziato ad aprile 2008 mi hanno consentito di vedere similitudini inquietanti fra le “guerre” del passato e quella in preparazione oggi.

E allora ripercorriamo la storia di questi conflitti, fin troppo rimossi dalla memoria collettiva, dimenticati fra le righe di centinaia di libri, miglia di pagine di inchiesta. Le guerre di mafia non sono un’eccezione nella storia di Cosa Nostra. Quando il business non basta a tenere insieme le famiglie, chi vuole scalare il potere lo fa grazie alle armi. E i conflitti più sanguinosi sono nati proprio a Palermo e nel triangolo Punta Raisi, Corleone e Castellammare del Golfo. Non scaramucce, ma guerre con centinaia di morti durate anni con ricadute devastanti su un territorio già colpito da problemi di povertà, disoccupazione, esclusione sociale. Un composito strato di emarginazione nel quale Cosa Nostra, con il suo potere di attrazione identitario, ha attinto per reclutare i propri soldati.
Nel 1962 una truffa su una partita di eroina scatenò quella che viene definita la prima guerra all’interno di Cosa Nostra. È febbraio quando i fratelli Angelo e Salvatore la Barbera, capo-mandamento di mafia delle famiglie di Borgo Vecchio, Porta Nuova e Palermo Centro, insieme alla famiglia Greco decidono di acquistare un cospicuo quantitativo di eroina da inviare ai cugini oltreoceano per saturare il mercato statunitense. Inviato a New York a controllare l’operazione è Calcedonio Di Pisa, che imbarcata l’eroina sul transatlantico Saturnia, dopo alcune settimane consegna il carico ai mafiosi di Brooklyn. Ma subito dopo lo sbarco negli Usa emerge un problema. Un grosso problema. Il quantitativo giunto oltreoceano non è quello pattuito. Di Pisa viene accusato di aver sottratto parte del carico e viene immediatamente convocata in Sicilia “la Commissione” per indagare sulla questione spinosa che rischia di mettere a repentaglio le relazioni con i “cugini” di New York. Il “processo” è breve ma accurato e la Commissione alla fine “scagiona” l’accusato. I Barbera, principali finanziatori del “business” non andato in porto, non accettano la decisione del vertice di Cosa Nostra, a cui comunque appartengono, e il 26 dicembre del 1962 Di Pisa viene assassinato su loro ordine in piazza Principe di Camporeale, a Palermo. È l’inizio della guerra.

Salvatore La Barbera, mandante dell’omicidio, è uomo di peso nel sodalizio mafioso che controlla Palermo città ed anche la persona che introduce, su raccomandazione di Vito Ciancimino, la famiglia dei corleonesi ai “piani alti” della gerarchia di Cosa Nostra. Si sente in diritto di far pesare il proprio potere e rifiuta la decisione della Commissione, nata solo nel 1958 come processo di modernizzazione e potenziamento del potere mafioso in Sicilia, e da lì a pochi anni anche in altre zone del Paese. Ma non basta, lo sgarro alla cupola mafiosa è stato troppo eclatante e la Commissione decide di punire chi ha disubbidito, mettendo in discussione il potere di controllo di quella struttura che poi, successivamente, sarà conosciuta soprattutto con il nome di “cupola”. Salvatore La Barbera sparisce con un altro mafioso, Primo Vinti. Lupara bianca per ordine dei Greco che rappresentano in quel momento il vertice della struttura di coordinamento e comando di Cosa Nostra. Dopo la morte del fratello, certa anche se non verrà mai ritrovato il corpo, Angelo La Barbera decide di rispondere e Il 13 febbraio un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo rade al suolo la casa di Salvatore “Ciaschiteddu” Greco a Ciaculli. Greco è all’epoca capo della “Commissione” della mafia, e certo non può accettare che si metta in discussione direttamente il suo potere in maniera così evidente e infatti risponde il 19 aprile, mandando due killer in pieno giorno a riempire di colpi di mitra la pescheria Impero in via Empedocle Restivo appartenente ai clan rivali. Poi tocca al boss di Cinisi Cesare Manzella, alleato dei Greco, ucciso con un’autobomba davanti al cancello di ferro della sua piantagione di limoni. E il 30 giugno dello stesso anno un’altra autobomba esplode a Ciaculli, uccidendo sette uomini delle forze dell’ordine. La repressione causata da questa strage è un colpo al traffico di eroina con gli Stati Uniti. Lo Stato, sembra, alzare la testa. Molti mafiosi vengono arrestati e il controllo del traffico rimane nelle mani di pochi latitanti fra cui i cugini Greco, Pietro Davì, Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti. La guerra si conclude soltanto il 10 dicembre 1969 con la morte del boss Michele Cavataio, uno dei protagonisti di questo conflitto, ucciso all’interno di un ufficio di Palermo da alcuni killer camuffati da agenti della guardia di finanza (conflitto a fuoco conosciuto come “la strage di viale Lazio”). La pace mafiosa ha un nome e un capo: il mercato dell’eroina e Salvatore Greco. E un clan emergente, quello dei corleonesi di Totò Riina alleato con Liggio, è ormai riconosciuto da tutta Cosa Nostra come quello con la migliore capacità militare.

Salvatore Greco, per inquadrare il personaggio al vertice della mafia negli anni Sessanta, secondo il pentito Tommaso Buscetta sarebbe coinvolto perfino nella morte di Enrico Mattei e avrebbe partecipato alla decisione di uccidere anche il giornalista Mauro De Mauro mentre era in Venezuela. Nel 1968 in primo grado viene condannato in contumacia a quattro anni di carcere al processo di Catanzaro sulla strage di Ciaculli. Ma in seguito viene assolto per gli stessi fatti. Tornato dal Venezuela, cerca di contrastare Totò Riina e i corleonesi, che hanno aprofittato prima della guerra e poi del forzato espatrio in America latina del capo delle Commissione per ritagliarsi una fetta importante di potere, alleandosi con Gaetano Badalamenti, Giuseppe Di Cristina e Salvatore Inzerillo. Ma la scalata di Riina continua inesorabile. E dopo la morte di Greco nel 1978 in Venezuela per cirrosi epatica, i corleonesi si sentono pronti al salto. E non aspettano molto a mettere in atto una scalata violenta e efficace.

Il posto di Salvatore Greco al vertice della Commissione viene preso dal cugino, Michele detto “il papa”, che si allea con Riina. Dopo dieci anni di tregua armata riesplode la guerra fra i clan. Anzi, “la mattanza”.

La tregua aveva già iniziato a traballare nel 1971 quando i corleonesi decisero di rapire Antonino Caruso, figlio di un noto aristocratico palermitano amico di Vito Ciancimino. Ma bisogna aspettare il 1978, e la morte di Salvatore Greco, per vedere esplodere la tensione rimasta, grazie al business, sotto controllo. E l’occasione per aprire le ostilità viene offerta, a quanto risulta dagli atti processuali e dalle testimonianze di numerosi pentiti, da un tentativo di tradimento. Probabilmente esasperato dalla scalata ossessiva di Riina, il boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, iniziò a prendere contatto con i Carabinieri per tentare di fare arrestare i esponenti dei clan di Corleone. La risposta di Riina è immediata e si delineano immediatamente due schieramenti: da una parte i Corleonesi spalleggiati da Michele Greco e dall’altra don Tano Badalamenti (mandante lo stesso anno dell’omicidio del giornalista di Radio Aut Peppino Impasto a Cinisi), appoggiato da Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Giuseppe Di Cristina, Tommaso Buscetta e dalle famiglie catanesi guidate da Pippo Calderone. Totò Riina, grazie all’allenza con Greco, riesce a far espellere da Cosa Nostra Badalamenti e ordina l’uccisione di Di Cristina e del catanese Calderone, il quale sarà prontamente sostituito da Benedetto “Nitto” Santapaola alleato dello stesso boss di Corleone.

Tommaso Buscetta scappa precipitosamente in Brasile alla vigilia della “mattanza”, che ha inizio ufficialmente il 23 aprile 1981 quando Stefano Bontate viene assassinato dai corleonesi a colpi di mitra. Anche Badalamenti, ormai espulso da Cosa Nostra, è costretto a fuggire negli Stati Uniti. E l’11 maggio 1981 Salvatore Inzerillo, boss di Passo di Rigano, viene assassinato davanti la casa della sua amante. È l’inizio di un massacro: nel periodo successivo alla morte di Inzerillo vengono assassinati più di quattrocento uomini appartenenti alle famiglie Bontate, Badalamenti, Inzerillo. Ma questo bagno di sangue non basta a Riina che vuole ottenere il controllo assoluto. Per colpire i superstiti fuggiti all’estero o in altre zone del Paese, vengono messe in atto “vendette trasversali”. A Buscetta, vengono ammazzati tutti i figli, i fratelli e altri parenti rimasti a Palermo dopo la sua fuga. E ancora: per convincerlo a consegnarsi nelle mani dei corleonesi, a Salvatore Contorno, uomo di spicco del clan Bontate, vengono uccisi trentaquattro parenti. Nello stesso periodo i corleonesi, con l’aiuto dei catanesi di Santapaola, aprono un conflitto diretto con lo Stato, prima con l’omicidio di Pio La Torre, segretario del Pci in Sicilia, e poi con l’assassinio dell’ex generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato da poche settimane Prefetto di Palermo, ucciso il 3 settembre 1982 in via Carini a Palermo. Totò Riina ha dimostrato, con un bagno di sangue, di avere il potere militare e il pieno controllo di Cosa Nostra. Ma con l’attacco allo Stato e in particolare con l’omicidio Dalla Chiesa ha aperto un fronte che cambierà profondamente la reazione civile alla mafia. Con l’assassinio di Dalla Chiesa Riina sdogana l’antimafia. Da quel momento si apre una nuova stagione che si concluderà solo con l’arresto di Totò Riina avvenuto dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e l’attuazione della strategia “stragista” dei primi anni Novanta.

Scriveva Giovanni Falcone pochi giorni prima della strage di Capaci in cui perse la vita: «Esplode così nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni 1981-1982. Due opposte fazioni si affrontano in uno scontro di una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano uomini d’onore delle più varie famiglie spinti dall’interesse personale – a differenza di quanto accadeva nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra le famiglie – e ciò a dimostrazione del superamento della compartimentazione in famiglie. La sanguinaria contesa non ha determinato – come ingenuamente si prevedeva – un indebolimento complessivo di Cosa Nostra ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose, che, depurate degli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si ricompattavano sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente a dimostrazione della sua potenza, a cominciare dall’aprile 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele nonostante l’impegno delle forze dell’ordine».. Una storia che potrebbe ripetersi, e che già, in piccola parte, si sta ripetendo.

Una sentenza, quella del processo Gotha, e un’operazione condotta dai Carabinieri su ordine della Dda di Palermo, il blitz Perseo del 16 dicembre, hanno dimostrato anche ai più scettici che Cosa nostra, dopo anni di sommersione, sta vivendo una nuova fase di riorganizzazione e di “cambio di vertice”. E lo starebbe facendo attraverso i consolidati metodi e processi dettati dalla tradizione. Uno o più piani di azione, anche contrapposti, accordi, alleanze e quando serve le armi. E andiamo ai documenti, quindi, per capire davvero cosa sta succedendo da tre anni a questa parte in Sicilia e in particolare nel palermitano.

Il processo Gotha fotografa quello che era diventata Cosa nostra nel 2006, quando a fare da collettore, se non capo ad interim dell’organizzazione, era ancora Bernardo Provenzano e i Lo Piccolo erano impegnati a scalare i mandamenti di Palermo anche grazie a qualche mirata “ammazzatina” di esponenti dei gruppi rivali. Nel triennio 1993-1996 Provenzano si era trovato sul fronte opposto a quello di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca che, dopo l’arresto di Riina, volevano prendersi Cosa nostra dichiarando di fatto guerra allo Stato. Per tutti, e soprattutto per il vertice corleonese, Binnu era diventato l’uomo delle trattative, «spesso poco trasparenti, anche con segmenti importanti delle istituzioni», come racconta la sentenza del processo. «Difficilmente l’avrebbero messo “spalle al muro” con motivazioni nostalgico-affettive per la sua antica provenienza corleonese».

È a questo punto che sale alla ribalta un membro di spicco dei clan, Antonino Rotolo. Questi capisce la debolezza, soprattutto militare, di Provenzano e cerca di attuare la “scalata” su Palermo con altri due boss, formando quella che viene chiamata “triade”. Il gruppo di potere in questione era costituito dal “sanguinario”, dal “costruttore” e dal “medico”, rispettivamente Antonino Rotolo, Francesco Bonura e Antonino Cinà che di fatto da qualche anno governavano Palermo città.

Di Rotolo ci si può fare un’idea dal racconto del collaboratore di giustizia Giuseppe Marchese: «Santo Inzerillo fu invitato quel gio

rno (il 26 maggio 1981, ndr) a una riunione per un chiarimento. Voleva sapere a tutti i costi chi aveva ucciso il fratello Francesco. Ad un segno di Antonino Rotolo – prosegue Marchese – io, Francesco Davì, Salvatore Scaglione e Raffaele Ganci, bloccammo Inzerillo mentre Antonino Rotolo gli mise una corda al collo e lo strangolò». Rotolo, boss di Pagliarelli, nel 2005 è vulnerabile nello scontro a distanza con Lo Piccolo. La sua stessa incolumità fisica è continuamente in pericolo. Essendo da tempo agli arresti domiciliari rimane un obiettivo più facile rispetto a Salvatore Lo Piccolo che, da latitante, può spostarsi a suo piacimento. Ad allarmare Rotolo è soprattutto la convinzione di non poter contare sull’appoggio di Provenzano. Le posizioni moderate, assunte negli anni, hanno avvicinato Binnu a Giulio Gambino e allo stesso Lo Piccolo, portandolo a sottovalutare, secondo Rotolo, i pericoli di una probabile vendetta dei “perdenti” della seconda guerra di mafia che si ripresentano su Palermo dopo decenni di esilio proprio grazie all’appoggio di Salvatore Lo Piccolo. «Provenzano sembra, quindi, non comprendere le conseguenze dell’accreditare nei vertici di Cosa nostra un uomo come Lo Piccolo – proseguono i magistrati – che apparteneva al gruppo di Saro Riccobono distrutto quasi completamente dal crudele agguato del 30 novembre del 1982 in cui simultaneamente morirono per strangolamento, colpi d’arma da fuoco e scioglimento nell’acido quindici persone. Forse Binnu non sa che Michele Micalizzi, il braccio destro del boss Saro Riccobono e scampato al terribile agguato miracolosamente, ha finito di scontare la pena e sta uscendo di prigione». Tutto questo avviene mentre i superstiti della fazione dei “perdenti”, «con il cuore pieno di odio girano indisturbati per le strade di Palermo, come Salvatore Di Maio, a cui i Corleonesi avevano ucciso un figlio».

Le intercettazioni fra Rotolo e Cinà raccontano chiaramente il clima del momento. L’11 agosto 2005, dopo aver valutato tutti i possibili scenari, Rotolo e Cinà decidono che Salvatore Lo Piccolo e il figlio Sandro devono essere uccisi. Ritengono che si sia giunti «a un punto di non ritorno». Come durante la guerra di mafia dei primi anni Ottanta, ai tempi dell’ascesa a colpi di omicidi di Riina, Rotolo e Cinà si “tengono chiusi”, non parlano con nessuno, fingono di fare altro, di essere impegnati in altre vicende. Pensano d’impostare le cose in modo tale che quando gli avversari saranno consapevoli di essere in guerra in realtà quella guerra sarà già finita. Sentono il dovere di non dare conto a nessuno di quel progetto di eliminazione dei due avversari, violando il codice interno che sancisce che l’omicidio di un boss sia autorizzato dalla Commissione. Ma in quel progetto un ruolo ben preciso deve ricoprirlo proprio il vecchio Binnu che, al momento, la Commissione la governa, e soprattutto a cui difficilmente Lo Piccolo può negare un incontro. Pensano che sia compito di Binnu attirare il boss in una trappola. Ci avrebbe poi pensato un “gruppo di fuoco” del boss di Pagliarelli a eseguire materialmente il lavoro sporco. Provenzano è con le spalle al muro. O si elimina Lo Piccolo con il suo aiuto o inizia un altro «bagno di sangue». Rotolo, inoltre, decide, d’informare Provenzano attraverso Cinà di «un fatto grave» che lo riguarderebbe direttamente. Proprio Binnu , fa sapere Rotolo al boss latitante, era stato designato come la vittima di una congiura maturata all’interno dell’organizzazione. Si trattava di una vecchia storia di circa dieci anni prima. Ne parla anche Giuseppina Vitale, sorella del boss Vito Vitale capo del clan Fradazza di Partinico, all’autorità giudiziaria il 25 febbraio del 2005. «I fratelli Vitale di Partinico, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e Mimmo Raccuglia avrebbero progettato l’assassinio dell’anziano leader corleonese per il suo orientamento antagonistico rispetto all’ala stragista» dell’organizzazione criminale. Quel progetto, secondo “Giusi” Vitale, era appoggiato da Riina e Bagarella, all’epoca già detenuti. L’operazione Gotha e l’arresto dei Lo Piccolo rendono inutile questo tentativo, ma non prima di ulteriori spargimenti di sangue . Ormai è evidente a tutti che, dopo quasi venticinque anni, la pace imposta con le armi dai Corleonesi sta per finire. Senza dubbio i contrasti interni si sono aggravati. E i preparativi della guerra s’innestano in un contesto in cui la posta in gioco è molto più importante della violazione delle regole sul “ritorno degli scappati”, stabilite più di vent’anni prima, o del riaffacciarsi del ruolo predominante della Sicilia nel traffico internazionale di stupefacenti. Questi sono solo i fattori scat

enanti. Infatti le rivalità sono profonde dentro l’organizzazione. Le cause risalgono a decine di anni prima; non sono altro che la prosecuzione in forma diversa della seconda guerra di mafia. Altre cose ancora dipendono dal come reagire alle iniziative di contrasto all’organizzazione provenienti dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, che hanno decimato l’organizzazione militare e non di Cosa nostra. «Su questo punto, in particolare, si contrappongono diverse ideologie. C’è chi vuole tentare ancora una volta la carta dell’intimidazione, se non addirittura dell’attentato eccellente, seguendo la strategia di Riina». Le intercettazioni e le testimonianze alla base del processo Gotha tra Rotolo e i suoi alleati dimostrano che questi aveva tutte le intenzioni di innescare la guerra. «Con la guerra si deve risolvere la lotta per la successione al vertice tra il boss di Pagliarelli e Lo Piccolo», scrivono i magistrati. E i vertici sono ancora quelli da vent’anni. Totò Riina e basta. Il resto sono dettagli insignificanti dal punto di vista formale e sostanziale.

Sul mandamento di Porta Nuova si assiste a un blitz orchestrato sempre da Rotolo che estromette Giovanni Lipari (arrestato poi nella successiva operazione Perseo del 16 dicembre 2008 e morto suicida lo stesso in giorno mentre era in custodia, ndr) da una carica che gli spettava in favore di Nicola Ingarao (ucciso nel giugno 2007 su ordine di Salvatore Lo Piccolo, omicidio ordinato senza il consenso della Commissione) fido scudiero del capo. Mentre nel mandamento di San Lorenzo solo la famiglia capeggiata da Cinà e Girolamo Biondino stava con Rotolo, mentre le altre famiglie erano con Lo Piccolo, compresa quella di Carini, il cui reggente Vincenzo Pipitone aveva “giurato” due volte, prima di fronte a Rotolo e Cinà e poi davanti a Lo Piccolo». Un doppio giuramento, tanto per non sbagliare. Lo stesso clima, quindi, di venticinque anni prima alla vigilia della seconda guerra di mafia. «Allora, il golpe di Riina e Provenzano aveva scalzato dai posti di comando delle cosche di Palermo i boss di famiglie che rappresentavano la mafia da qualche generazione – ricostruiscono i magistrati -. Quei boss, nel “mondo” di Cosa nostra, erano considerati uomini di valore, in grado persino di rassicurare importanti esponenti delle istituzioni e del mondo dell’economia. Molti di loro erano morti. Altri erano stati costretti all’umiliante esilio. Ora c’è una nuova generazione di protagonisti: Nicola Mandalà, Gianni Nicchi, Sandro Mannino, Giuseppe Salvatore Riina, Sandro Lo Piccolo. Tra loro ci sono anche i figli dei “perdenti”, come Giovanni Inzerillo figlio di Totuccio. I figli sono cresciuti. Hanno avuto il tempo di conoscere le questioni più spinose, di coltivare amicizie, di fare esperienze criminali. E hanno le energie e la rabbia per riprendersi ciò che gli era stato sottratto».

Poi gli arresti e il processo Gotha. è dopo questo colpo che a qualche anziano boss (sospinto a dovere da qualche maturo e determinato capo come Matteo Messina Denaro) viene in mente di riportare l’antico ordine, rifacendosi addirittura alla Commissione provinciale di Palermo di prima della seconda guerra di mafia. Per riportare ordine e tradizione? O per cercare di dare il colpo di grazia alla dittatura di Totò Riina proseguita nonostante la carcerazione di questi a partire dal 1993?

Fra le migliaia di pagine della sentenza del processo Gotha e sulle motivazioni degli ordini di cattura dell’operazione Perseo, vi sono chiare tracce dei due latitanti “di rango” Domenico Raccuglia e Matteo Messina Denaro. Sono probabilmente loro “i duellanti”, se non per la scalata al comando della Commissione certamente per sedere accanto all’erede di Riina come consiglieri. Hanno l’età, la competenza, i mezzi, l’autorevolezza per assumere questo ruolo. Messina Denaro è già visibile, attivo, fa politica e affari: lui nella Commissione già c’è in rappresentanza di Trapani e provincia. Di lui si parla nelle intercettazioni. Emerge il suo ruolo di “ispiratore” del tentativo di creare una nuova Commissione che superi Riina, anche se gradualmente nel tempo. Lui è l’ultimo superstite di rango di una certa Cosa nostra, lo stratega delle ultime fasi compulsive della strategia stragista di Riina e Bagarella. Le carte le ha, eccome. Inoltre nell’ultimo anno si sta muovendo con meno spregiudicatezza. È maturo.

Del boss di Altofonte, Raccuglia, invece si parla poco, ma quando esce fuori il nome del “veterinario” tremano le vene ai polsi. Leggendo le intercettazioni si capisce che chi parla lo teme, ne ha paura. Raccuglia ha un modo tutto suo per comunicare: le armi. Parole poche se non nessuna. È invisibile non solo alle forze dell’ordine ma anche agli altri mafiosi, e ha consolidato il suo potere nel territorio di Partinico, Borgetto e comuni limitrofi. Lo scontro con i Lo Piccolo lo ha visto vincente. Quando è partito il tentativo di Sandro Lo Piccolo, Raccuglia ha bloccato, in armi, l’avanzata dei due ambiziosi boss.

In una delle intercettazioni ambientali che hanno portato alla serie di arresti fra due esponenti di Cosa nostra, Paolo Bellino e Domenico Caruso, al centro del tentativo di ricostruzione della Commissione, la figura del boss di Altofonte sembra essere determinante per ogni possibile accordo. Nel colloquio gli interlocutori elogiano il latitante Raccuglia Domenico: «Minchia persona d’oro!». Bellino dichiara di aver incontrato il latitante che gli avrebbe manifestato il suo rammarico perché Badagliaccia (altro mafioso dello schieramento più scettico al tentativo di riorganizzazione, ndr) non aveva ancora riconosciuto la sua autorità. Nella parte conclusiva del dialogo Caruso fa riferimento a un progetto di riorganizzazione, da parte di Messina Denaro e di alcune famiglie mafiose di Palermo in contrapposizione al gruppo dei Lo Piccolo, sostenendo che anche il sodalizio mafioso di Borgetto

(probabile sede della latitanza di Raccuglia e comunque sotto suo totale controllo) aveva assicurato la sua adesione: «Intanto la palombella è arrivata dove doveva arrivare, ritornò, no dice che per ora la cosa è troppo delicata… dobbiamo vedere se possiamo organizzare di qua… no, minchia non è possibile, con tutto questo apparato che c’è da portarsi d’appresso, no! Vogliono, questi del Borgetto, vogliono fare, lo vogliono fare scendere… se scendono quelli, ti ricordi il L’Ora (storico giornale siciliano, ndr) che tu lo aprivi il pomeriggio, che ce n’erano uno, due, tre, quattro morti». Uno due tre quattro morti ogni giorno come ai tempi della guerra dei Corleonesi. Se scendono quelli di Borgetto, ovvero gli uomini di Domenico Raccuglia. In questo momento Raccuglia, se vogliamo azzardare un confronto, si trova in una situazione analoga a quella di Riina alla fine degli anni Settanta. Ha il controllo del suo territorio e di fatto non risponde pienamente, qui, alla Commissione. Ha uomini e capacità militare, come ha ampiamente dimostrato sul campo. Ha autorevolezza e un passato da killer formato alla scuola di Leoluca Bagarella, e quindi ha rispetto e relazioni con il gruppo di potere di Corleone. Forse addirittura di più di Lo Bue, che ha in mano pro tempore il mandamento che fu prima di Liggio e poi di Riina. L’incognita è se deciderà di fare da sé e provare a fare il salto di qualità o affiderà il suo braccio a qualcuno, a un erede designato da Totò Riina, per rimettere ordine a Cosa nostra. Quello di domani, ora che lo Stato ha spazzato via gran parte dei potenziali rivali a Palermo, sarà l’ordine di Riina o quello di Raccuglia?

Tratto da:
gliitaliani.it