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NOTIZIE 2007/2011 Federico Rampini Video pro-Tibet, Pechino spegne YouTube

Video pro-Tibet, Pechino spegne YouTube

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di Federico Rampini - 25 marzo 2009
Pechino
. Poliziotti cinesi fanno irruzione in un monastero, danno l´assalto ai religiosi buddisti. Trascinano a terra diversi tibetani, con le mani legate dietro la schiena. Alcuni sono monaci riconoscibili dalle tuniche rosse.




Sembrano privi di sensi, immobili. I poliziotti cominciano a pestarli, si accaniscono a bastonate contro quei corpi distesi. Qualcuno si lamenta, degli urli soffocati si mescolano al clamore degli agenti. Un montaggio di sette minuti, sotto il titolo Chinese Police Brutality in Tibet, un estratto di 51 secondi (China´s Police Beating Tibetan) con la scena più violenta delle manganellate contro i prigionieri inermi stesi a terra: queste immagini sono visibili da giorni su YouTube. Nel mondo intero ma non più in Cina. Ieri l´accesso è stato oscurato dalla censura di Pechino. Se ne sono accorti i dirigenti del sito di video-sharing, con sede in California, quando nelle prime ore di martedì hanno notato che il "traffico" di visitatori cinesi era crollato a zero. Le autorità cinesi hanno reagito con messaggi contraddittori. Il governo ha finto di ignorare l´operazione-blackout contro YouTube. Il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang, ha dichiarato: «Molti stranieri hanno la falsa impressione che il governo cinese abbia paura di Internet. E´ vero l´esatto contrario». D´altra parte l´agenzia stampa ufficiale Nuova Cina ha accusato i seguaci del Dalai Lama di essere gli autori della "montatura". L´agenzia governativa ha citato le autorità locali del Tibet secondo cui quelle immagini di brutalità sarebbero "frammenti incollati ad arte" per favorire la propaganda del governo in esilio.
Paradossalmente c´è del vero in quel che ha detto il portavoce degli Esteri. Almeno sul Tibet, Pechino potrebbe perfino risparmiarsi questi plateali interventi della censura. La maggioranza della popolazione cinese sta dalla parte del governo, convinta che il Tibet appartenga di diritto alla Repubblica Popolare e che il Dalai Lama sia un nemico della patria. I più solidali con la linea ufficiale sono i giovani istruiti, gli utenti di Internet e di YouTube. Chi all´estero ha ancora accesso a quelle immagini può trovarci incollati molti commenti "in linea" con il governo cinese, che accusano i filmati di essere un falso. Questa reazione fu ben visibile un anno fa dopo la rivolta di Lhasa, e quando la fiaccola olimpica fu accolta da manifestazioni pro-Tibet a Parigi, Londra e San Francisco. L´opinione pubblica cinese reagì compatta in difesa del proprio governo, e i toni del nazionalismo più acceso si notavano nella "élite" del giovane ceto medio urbano, ivi compresi gli studenti cinesi nelle università occidcentali.
Nonostante l´efficacia del collante ideologico nazionalista, tuttavia, il regime preferisce non correre rischi. Il controllo delle informazioni accessibili su Internet continua ad essere stringente. YouTube è già stato vittima di oscuramenti in passato, così come altri siti Internet "scomodi", da quello di Amnesty fino (occasionalmente) a quello della Bbc e di Wikipedia. Sul Tibet i leader di Pechino restano intrattabili malgrado le profferte di dialogo con il Dalai Lama. Sulla regione hanno imposto lo stato marziale, l´hanno sigillata per impedire l´accesso di osservatori stranieri e centellinare ogni informazione. La tensione è massima per la coincidenza di due ricorrenze: il 50esimo della fuga in esilio del Dalai Lama, e il primo anniversario della rivolta di Lhasa. Nonostante l´imponente dispositivo militare, nei giorni scorsi si sono avute nuove notizie di proteste, seguite dall´arresto di cento monaci.

Tratto da:
la Repubblica