Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
NOTIZIE 2007/2011 Federico Rampini Borse, un venerdi di paura

Borse, un venerdi di paura

E-mail Stampa PDF

federico-rampini-web.jpg

di Federico Rampini - 25 ottobre 2008
L´anniversario del 24 ottobre 1929 – The Great Crash – inizia con una bufera che soffia da Oriente, travolge l´Europa con molte Borse ai limiti della chiusura tecnica, finisce a Wall Street con un cedimento serio ma non quella frana finale che era parsa imminente.




E´ Tokyo a dare il segno della mattinata.
L´indice Nikkei perde il 10%, è affondato dal crollo dei mercati di sbocco del made in Japan, dal micidiale rialzo dello yen, dagli avvisi di tagli agli utili della Sony e altri colossi asiatici come la Samsung coreana. L´Asia precipita e i suoi leader riuniti a Pechino annunciano un fondo comune anticrisi di 80 miliardi di dollari. In altri tempi la notizia sarebbe clamorosa. La forza dell´emergenza riesce a ricompattare antichi rivali come cinesi, giapponesi, coreani. Ora colpisce solo l´esiguità di quel fondo, studiato per soccorrere paesi a corto di liquidità: 80 miliardi di dollari, un quarto del valore che entro poche ore dall´annuncio verrà distrutto solo nelle Borse europee. Quello strumento patetico, inadeguato, evidenzia la sproporzione tra la catastrofe in atto e i mezzi che i governi faticosamente mettono in campo. E´ ancora mattino quando crolla un altro mito, il cartello petrolifero dell´Opec. I suoi dirigenti denunciano un «drammatico collasso» nei prezzi del petrolio, abissatisi in meno di quattro mesi da 147 a 63 dollari. L´Opec decide tagli pesanti alla sua produzione, cancella 1,5 miliardi di barili al giorno. E´ una misura che a luglio avrebbe fatto schizzare i prezzi al rialzo, quando nel mondo assetato di energia la speculazione finanziaria puntava sui futures del greggio. Adesso la reazione è al contrario, il barile perde un altro 5% in giornata. E´ la deflazione generalizzata la chiave di un calo che coinvolge perfino l´oro, bene-rifugio per eccellenza: meno 20% dall´inizio del mese. D´altra parte sull´oro giocava una componente finanziaria che ora agisce a rovescio: gli hedge fund (su cui aleggiano voci di bancarotte) devono vendere tutto ciò che hanno in portafoglio, alla rinfusa, per fare cassa e fronteggiare una marea di riscatti dei clienti: ma così facendo accelerano a loro volta i crolli delle Borse, che alimentano ulteriori ondate di riscatti, in un circolo vizioso di cui non si avvista la fine. Lo stesso effetto perverso coinvolge la bolla dei derivati, quella malafinanza all´origine del disastro attuale: i governi di tutto il mondo vorrebbero vederli in un angolo, invece accade l´opposto. Poiché una quota consistente dei titoli "tossici" sono i credit default swaps cioè contratti assicurativi legati al rischio d´insolvenza, con i ripetuti crolli delle Borse e l´ecatombe industriale della recessione il loro valore teorico si gonfia ulteriormente, le ultime stime situano il volume complessivo dei derivati a 500.000 miliardi di dollari.
E´ su questo sfondo che l´Europa si avvita nel nuovo venerdì nero. Nella mattinata sfiorano perdite del 10% piazze importanti come Parigi e Madrid, quest´ultima penalizzata dalle voci di bancarotta dell´Argentina dove le imprese spagnole hanno investito molto. Milano e Francoforte chiudono a meno 5% ma nel frattempo in Italia sono stati più volte sospesi per eccesso di ribasso gli scambi sui titoli delle grandi banche: se le nostre sono le più solide del mondo, gli investitori non se ne sono accorti. Il fuggi fuggi travolge anche Eni, Telecom, Fiat. Sotto choc i mercati non riescono a reagire neppure quando circolano voci di imminenti tagli dei tassi della Bce e della Bank of England. Colgono il risvolto negativo: se le banche centrali si decidono a ridurre il costo del denaro, è la conferma che la recessione sarà pesante. In Gran Bretagna è già sottozero il Pil del trimestre. In Spagna il tasso di disoccupazione balza a un livello di serio allarme, 11,3%. Interi settori industriali sono spazzati da venti distruttori. In un giorno si concentrano gli annunci di licenziamenti per Nissan e Volkswagen in Europa, la Chrysler taglia un quarto dei posti di lavoro in America, Renault annuncia chiusure forzate di stabilimenti.
Poi l´apertura del mercato americano si rivela meno catastrofica, viste le premesse. A differenza dei mercati asiatici ed europei, Wall Street si aggrappa a qualche straccio di notizia positiva. Accoglie con sollievo l´aumento delle vendite di case nell´ultimo mese: ma i più disincantati vi leggono in filigrana la dura realtà sociale di un´ondata di vendite forzate, le famiglie sempre più numerose che non riescono a pagare le rate sui mutui. Il colosso industriale General Electric, in difficoltà, si fa prestare liquidità direttamente dalla Federal Reserve. Il Tesoro annuncia che dopo Aig nazionalizzerà altre compagnie assicurative. Per gli inguaribili ottimisti queste sono le prove che i dispositivi d´emergenza stanno operando a dovere. Ma sono altrettante conferme che ancora non si è toccato il fondo, neppure per il capitolo dei dissesti finanziari. La sola Aig ha già bruciato gran parte dei finanziamenti pubblici (123 miliardi di dollari) e appare come un pozzo senza fondo. Il Wall Street Journal preannuncia altri scossoni finanziari quando i fondi pensione saranno costretti a "battere cassa" presso le aziende, per coprire ammanchi spaventosi che impediscono di fornire le prestazioni previdenziali promesse.
Sorprende il bilancio finale del venerdì nero: se al -3,5% di ieri si sommano le tante emorragìe precedenti, comunque non è l´America a star peggio. Pur essendo l´origine, la causa prima e l´epicentro indiscusso di questa crisi, la Borsa di Wall Street a ottobre ha perso "solo" il 26%. Peggio hanno fatto la Borsa italiana e tedesca; molto peggio l´India (meno 36%), il Brasile (meno 48%) e la Russia (meno 53%). La ripartizione dei danni è ingiusta ma questo squilibrio deve racchiudere qualche lezione.
Il vertice di Pechino tra i paesi asiatici e l´Unione europea, sullo sfondo del tracollo delle Borse, mette in evidenza una contraddizione acuta nella gestione di questa crisi: per quanto il mondo sia cambiato, non è cambiato abbastanza. L´assenza americana pesa su quel summit di Pechino, lo rende marginale. La vacanza di potere negli Stati Uniti, dove l´interregno tra due presidenze crea un inevitabile rallentamento nelle decisioni di politica economica, è paralizzante anche per gli altri. C´è chi spera nel "tesoro di guerra" che la Cina ha accumulato con i suoi attivi commerciali, ma Pechino non è ancora pronta ad assumersi responsabilità mondiali per uscire da questa crisi: ha passato gli ultimi 30 anni a studiare il modello americano, non a elaborarne uno alternativo da esportare nel resto del mondo. Perfino il surplus accumulato dalla Repubblica Popolare con le sue riserve valutarie � che ormai sfiorano il record storico di 2.000 miliardi di dollari � appare di colpo come un arsenale modesto rispetto ai volumi di transazioni dei mercati finanziari mondiali.
La caduta dell´euro nei confronti del dollaro è un altro segnale. Il revival di decisionismo politico dei governi europei non è bastato a fugare la convinzione che noi siamo un anello debole in questa crisi. Due forze spingono la rivalutazione del dollaro. Anzitutto la fuga di capitali dai paesi emergenti e da tutti gli investimenti a rischio sta premiando la moneta americana che torna ad essere vista come un rifugio in tempi di insicurezza. Inoltre è diffusa la convinzione che l´America, pur essendo all´origine di questa recessione, sarà la prima a uscirne perché con la nuova presidenza adotterà cure energiche mirate a sostenere l´economia reale, non solo la finanza. L´Unione europea dopo avere incassato gli effetti d´annuncio positivi dei suoi piani di salvataggio delle banche, ora è l´oggetto di esami più severi: il ritorno di statalismo comincia a preoccupare i mercati per le sue conseguenze sulle finanze pubbliche. In un´epoca in cui lo Stato sembra la risposta a tutto, i mercati s´interrogano sui divari di solidità tra singoli Stati. Un´indicazione grave viene dall´Italia, dove i contratti "credit default swaps" sul debito pubblico ormai costano più di quelli sulle singole banche. E´ la prova che il rischio-solvibilità del Tesoro italiano comincia a preoccupare gli investitori internazionali, visto che ormai i rischi delle singole istituzioni finanziarie fanno capo a lui.

Tratto da: la Repubblica