Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Focus Il coraggio di Paolo Borsellino

Il coraggio di Paolo Borsellino

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Il coraggio di Paolo Borsellino
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di Antonino Di Matteo - 19 luglio 2008
"Paolo Borsellino era un magistrato che con la passione e il rigore morale che lo contraddistinguevano rappresentava il concretizzarsi del principio costituzionale della "legge uguale per tutti"

Io appartengo a quel gruppo di giovani siciliani che si sono determinati ad affrontare la dura avventura del concorso in magistratura negli anni Ottanta, proprio perché affascinati dalla inebriante brezza, anzi, dal forte vento di pulizia e di ribellione che era rappresentato dalla esperienza del pool antimafia di Palermo. E quindi il nome, il lavoro, il carisma di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino rappresentavano già allora per me, ma vi assicuro per molti altri magistrati che sono anche qui oggi in questa sala, l’ideale punto di riferimento di un cammino appena intrapreso con la decisione di dedicare tutte le nostre forze al perseguimento di un sogno, quello di diventare magistrato. Superato il concorso, una serie di eventi e di coincidenze, hanno fatto incrociare la mia piccola storia di giovane magistrato con la grande storia del giudice Borsellino e con le tragiche vicende della strage di via d’Amelio.

Conservo indelebile il ricordo dell’entusiasmo e dell’emozione che provai quando durante l’uditorato conobbi personalmente Paolo Borsellino e constatai immediatamente l’enorme carica umana che sapeva trasmettere anche ai colleghi più giovani. Ho impressa nella memoria la sensazione di sgomento e di angoscia che mi assalì al momento in cui appresi la notizia della strage e che mi indusse d’istinto, in quel terribile 19 luglio 1992 (stavo facendo il tirocinio mirato ed ero già stato assegnato alla procura della Repubblica di Caltanissetta), a venire in questo Palazzo, nei corridoi della Procura dove ebbi modo di respirare quell’aria di rabbia, di desolazione, di disperazione che ammorbava veramente questo intero Palazzo di Giustizia. Ricordo quando, solo dopo un anno di esperienza alla procura di Caltanissetta, il procuratore Tinebra che oggi è presente e ne sono contento, ritenne di farmi entrare in quel ristretto gruppo di magistrati che seguivano le indagini e i dibattimenti per le stragi. Ero entusiasta e orgoglioso di potere fare parte di quel gruppo e di poter dare il mio contributo, sentivo forte il peso della responsabilità, della gravosità e dell’impegno, avevo la coscienza dei miei limiti, la paura di non essere all’altezza, la paura anche di poter essere eventualmente strumentalizzato. Ho lavorato per sei lunghi anni a quelle indagini ed è stata l’esperienza, professionale ed umana che più mi ha segnato. Ricordo tutto di quei momenti, di quei processi, perché tutto vivevo con l’intensità, la passione, l’emozione di chi scopre giorno per giorno quanto sia faticoso ma allo stesso tempo esaltante il difficile cammino di ricerca di verità così complesse come quella sulle stragi.

Bene, in quel periodo, in quegli anni dell’immediato post-stragi era tangibile il grande impegno dello Stato in tutte le sue articolazioni per scoprire e processare gli esecutori, gli autori della strage. Gli uffici giudiziari di Caltanissetta vennero messi nelle condizioni di lavorare al meglio, con un grande dispiego di forze ed energie da parte del Ministero per la organizzazione del supporto ai magistrati. Vennero applicati magistrati esperti provenienti da altra sede, si avvertiva lo spasmodico e prioritario impegno di tutte le Forze di Polizia per quelle indagini. Si respirava la viva attenzione dei mass media e quindi dell’opinione pubblica.