Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
NOTIZIE 2007/2011 Focus Nell'inferno dei migranti

Nell'inferno dei migranti

E-mail Stampa PDF
Indice
Nell'inferno dei migranti
Pagina 2
Pagina 3
Tutte le pagine

mo-ettore-web.jpg

di Ettore Mo - 4 gennaio 2009
Tapachula. (Chiapas, Messico) - Se la politica del governo messicano sul problema emigrazione-immigrazione dovesse continuare a correre sui binari del rigore e dell’inflessibilità, legioni di centro-americani del Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua ...


... entrati illegalmente in Messico per raggiungere e varcare la frontiera con gli Stati Uniti, dovrebbero rassegnarsi alla deportazione forzata, com’è avvenuto negli ultimi anni per migliaia di stranieri sprovvisti di visto e senza documenti.
«Il Messico - continuano a ripetere fino alla noia i funzionari dell’Ufficio emigrazione - è un Paese di transito. Vi si può accedere senza difficoltà alcuna dal Guatemala. Ma chi intende fermarsi e lavorare lo può fare solo dietro richiesta o invito da parte di una famiglia o azienda messicane: quando non si tratti di lavoratori agricoli stagionali, cui viene solitamente concesso il permesso di soggiorno per la durata di tre mesi. Queste le regole da rispettare, se non si vuol correre il rischio di essere rispediti senza troppe cerimonie al Paese d’origine».

Le altre puntate: Tra i mutilati di Kabul (26 maggio) Kabul, il futuro sta arrivando (4 maggio) Herat, la frontiera degli italiani (12 maggio) Caracas, Sangue e note dietro le sbarre (15 agosto) Nel Venezuela del terrore (24 agosto) Col piombo nel sangue (31 agosto) La lunga fame dei campesinos (7 settembre) Aspettando la Bestia, il treno dei desperados (28 dicembre) Nell’inferno dei migranti (4 gennaio)
Contrada incantevole, il Messico. Ma le ragioni che spingono dentro i suoi confini fiumane di gente sono molte e non di rado oscure e complesse: una miscela esplosiva alimentata, da una parte dalla disperazione di migliaia di poveracci in cerca di lavoro e di un minimo di benessere (i tre quarti del cocktail) e dall’altra dallo sciroppo dell’illusione (un quarto soltanto) per chi sogna di avvicinarsi all’Eden dell’America del Nord. Secondo l’amara definizione di padre Flor Maria Rigoni, che vive qui da oltre vent’anni e ha fondato quattro Casas del Migrante, il Messico non è solo un Paese di transito ma di «espulsione, rifiuto e deportazione » ed è ormai diventato «un campo minato» e «un cimitero senza croci». Il sacerdote appartiene all’ordine fondato da Giovan Battista Scalabrini che dal 1800 si occupa degli emigranti sparsi in ogni parte del mondo. Inconsueta figura di frate missionario la sua, a 64 anni è agile e quasi sbarazzino, i sandali ai piedi, bianca la tonaca di lino, la barba grigia fluttuante sul petto e su un grosso crocifisso di legno appeso al collo, vivacissimi gli occhi dietro le lenti. Instancabile viaggiatore, si esprime disinvoltamente in sei lingue, arabo incluso. Non si ha neanche il tempo di finire una domanda che si è già travolti dalla sua risposta.

Vita densa di avvenimenti, sempre in salita e tutta di corsa: e raccontata con la stessa rapidità, senza enfasi e ridondanze. Dalla nascita, nell’ottobre del ’44, in un paesetto della Val d’Ossola invaso dai partigiani, all’infanzia in quel di Bergamo, alla giovinezza in seminario fino al giorno dell’ordinazione, che lo vide prete a 25 anni. Ma la tonaca non gli impedisce di imbarcarsi come marinaio-elettricista (mestiere appreso nel porto di Genova) su una motonave della flotta Lauro che lo avrebbe portato fino al largo del Madagascar: e lì c’è il racconto di una rissa scoppiata a bordo, di rimorsi, pentimenti e messaggi che il mare gli ha lanciato ogni giorno durante la circumnavigazione del Sudafrica: un’esperienza, ammette, che lo ha segnato per sempre. «Da un punto di vista profano - scriverà -, segnato dalla mano del destino; da un punto di vista teologico, da quella della Provvidenza».

Quando mette piede in Messico, il 6 gennaio dell’85, alla funzione del missionario aggiunge quella del medico, professione che era in grado di esercitare dopo il regolare e sudato conseguimento della laurea e che inoltre gli consentiva di entrare nei campi profughi delle Nazioni Unite, dove «il prete non contava niente». E a giustificazione dei suoi continui spostamenti nell’orbe terrarum, aggiunge: «Un missionario, quando si ferma, è come l’acqua stagnante, marcisce». Da tempo, la sua base fissa è Tapachula, frenetica «capitale» dello Stato del Chiapas e città di transito con una popolazione esorbitante e in continuo aumento, grazie alla presenza di vastissime comunità del Centro America, che vi hanno messo le radici. Il timore che i messicani siano stati messi in minoranza non può essere accantonato a cuor leggero, anche se il delegato dell’Ufficio emigrazione, Jeorge Umberto Yzar, ci scherza sopra: «Spesso, quando salgo sull’autobus - dice con un sorriso - mi sembra d’essere in un altro Paese, che so... il Nicaragua, l’Honduras, El Salvador. Ognuno di loro parla spagnolo con accento diverso. Ma a questo punto mi viene in soccorso il fiuto: e fiutandoli uno per uno, riesco a capire se vengono da Managua o da San Pedro Sula o non piuttosto da Santa Ana o da Puerto Barrios. Ciò che hanno in comune è l’azzurro del Mar dei Caraibi».