Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
NOTIZIE 2007/2011 Focus Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 8

Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 8

E-mail Stampa PDF
Indice
Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Pagina 5
Pagina 6
Pagina 7
Pagina 8
Tutte le pagine

 

[1] Per delle riflessioni su mutamento sociale e sviluppo e vita quotidiana e routine, cfr. Bourdieu (2000, 222), Heimer (2001) e, soprattutto, Germani (1971, 32-33).

[2] Propongo una definizione di capitale che sottintende, classicamente, l’ammontare degli investimenti e la capacità di mobilitare e dismettere forza lavoro. Ma accanto a questo rimarco l’importanza della macht, della “potenza” weberianamente intesa, consistente nella probabilità che un soggetto agente (l’Anic/Eni, nel nostro caso) ha di imporre il suo volere ad un altro, anche contro la sua resistenza (Weber 1961, 207). Questo potere/potenza, nella mia prospettiva, assume forme politiche, di influenza e determinazione delle scelte assunte solo formalmente dal decisore pubblico; ma va anche inteso come capacità di modificare l’ambiente, i territori e la vita (con modalità “biopolitiche”, per assumere la prospettiva focaultiana).

[3] Più precisamente, discutere di Gela significa riflettere sulle ideologie classiche dello sviluppo e sui loro significati. In particolare, sulla crisi dello stesso termine “sviluppo”, sugli errori di concettualizzazione che ne hanno accompagnato l’applicazione (determinando spesso abomini ai danni dell’ambiente e delle organizzazioni sociali) e, soprattutto, sul carattere feticistico delle ideologie della modernizzazione (impegnate a individuare modelli economici e di vita sostanzialmente univoci). Nella vastità della letteratura sul tema, cfr. Wallerstein (1983), Gruzinski (1988), Appadurai (1996), Quijano (2000).   

[4] Un’espressione forte che si rinviene, a volte letteralmente e a volte nel senso complessivo delle analisi, anche in alcune opere scientifiche. Cfr. Bordieri (1966); Hytten e Marchioni (1970); Amata (1986).

[5] È arduo tracciare una bibliografia completa sul caso di Gela. Personalmente ho rinvenuto, direttamente o attraverso citazioni, almeno una trentina di testi che a partire dagli anni sessanta ripercorrono la storia recente della città in una prospettiva storica o sociologica, con almeno un occhio rivolto all’impatto dell’industria, alle trasformazioni sociali e al suo futuro. Un numero significativo ancorché incompleto che può dare il senso della rilevanza assunta da questa vicenda locale.

[6] Avvalendomi di fonte documentarie (Autori Vari 1996) e dell’osservazione diretta, ho diviso le aree della città come segue: Centro storico; Aree residenziali (Caposoprano e Macchitella); Area Raffineria; Aree espansione anni ’50 e ’60 (Villaggio Aldisio; Margi, Settefarine). L’intenzione era quella di poter mettere in relazione la residenzialità (prossimità alle fonti inquinanti) con caratteristiche individuali legate alla classe sociale e all’istruzione.

[7] Sul ruolo e l’importanza delle figure di tramite tra il ricercatore e la comunità, v. Gobo (2001, 93-94) e Cardano (1997, 62).

[8] Ritengo che uno dei limiti dello studio stia proprio nella brevità del tempo trascorso sul territorio (25 giorni). Uno studio di questa natura, al confine con la pratica etnografica (ho infatti tentato di adottare per quanto possibili le lenti dei locali, cercando di penetrare per quanto possibile tutti gli spazi della vita quotidiana a cui mi era dato accesso), avrebbe richiesto per lo meno un paio di mesi di studio sul campo (Gobo 2001). Certamente, il largo impiego di interviste semi-strutturate e la dimensione contenuta della città hanno comunque permesso di accedere a un ragguardevole numero di dati. Tuttavia, non sono stati presumibilmente contattati molti testimoni significativi e vi è da chiedersi se la saturazione teorica sia stata effettivamente raggiunta.

[9] Una definizione un po’ enfatica impiegata tuttavia dal Corriere della Sera. Cfr. Sciacca (2008).

[10] Legambiente (2005).

[11] Circa i dati in materia ambientale per gli anni 1995-2007, cfr. DPR 17/1/1995 (“Approvazione del piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della Provincia di Caltanissetta – Sicilia Orientale); Legambiente (2005); Nardo (2006); Autori vari (2007).

[12] Dalla lettura dei dati contenuti nel suddetto DPR e da alcune integrazioni presenti nel Piano Strategico (Autori Vari 2007, 192) emerge che, sulla base dei dati disponibili, i reflui del polo industriale, dotato di 11 punti di scarico, ammontavano a circa 800 milioni di metri cubi annui. Di tale quantità, come abbiamo detto, circa il 56% aveva come scarico direttamente il mare, mentre il rimanente veniva quasi esclusivamente scaricato nei pressi della foce del fiume Gela. I fattori inquinanti del tratto marino costiero nel Golfo di Gela erano, secondo il D.P.R., costituiti da idrocarburi, l’inquinamento termico e l’eutrofizzazione. I primi due erano da imputarsi alle attività produttive del Polo Industriale e a quelle portuali, mentre l’eutrofizzazione (l’accrescimento eccessivo di organismi vegetali nelle acque) sembrava anche collegata agli scarichi civili, spesso insufficientemente o affatto depurati. I principali parametri trofici evidenziavano per il Golfo di Gela un diffuso stato di degrado, anche se limitato al settore marino prossimo alla linea di costa (caratterizzato dalla presenza di metalli pesanti, composti organoclorurati, pesticidi e altre sostanze contaminanti imputabili alle lavorazioni del Polo Industriale).

[13] Sul tema del fabbisogno idrico dello stabilimento, in una prospettiva di qualità e quantità delle acque, cfr. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (2007). Sono particolarmente interessanti le parti in cui si menziona il rifiuto dello stabilimento ad impiegare certe acque in ragione della presenza di minerali non facilmente eliminabili con processo di trattamento.

[14] Cfr. Gramsci (1975); Gruppi (1977).

[15] Cfr. Ciccarello e Nebiolo (2007, 44-46).

[16] Bosco, Varrica e Dongarrà (2005).

[17] I metalli pesanti hanno  la caratteristica di precipitare quasi immediatamente e di appoggiarsi dunque sui terreni circostanti, nel raggio di poche decine di chilometri dalla fonte di emissione. Si comprende facilmente quale sia il livello di rischio per i residenti, che non potrebbero ragionevolmente sperare in una dispersione degli inquinanti.

[18] Gebel (1997). Per una rassegna sugli aspetti tecnici della questione pet-coke così come si pongono a Gela, cfr. Nardo (2007).

[19] “In realtà”, racconta un cronista che seguì la vicenda in prima persona, “Questa storia l’ha uscita un signore del nord. Non è vero, perché un povero disgraziato lo disse in un momento di folklore… perché  stanchi di stare là si discuteva del più e del meno, le mogli  portavano il mangiare, si passava un po’ di tempo…ad un certo punto uscì fuori questa frase, che non è stata la frase vera dello sciopero, ma che suonava bene”. Anche altri sparuti testimoni negano che quello fosse lo slogan della manifestazione. Ciò nondimeno, altri lo ricordano e danno per vero il suo utilizzo. È forse secondario concentrarsi su quella frase, stabilire se esso fosse o meno il motto della manifestazione. Tuttavia ques’ultima è passata alla storia locale come la manifestazione per il lavoro a tutti i costi, anche a danno della salute. Che quello riportato sopra fosse o meno lo slogan, in fondo, è secondario: nei fatti chi si rivoltava contro la sentenza dei magistrati affermava proprio l’importanza del salario, a prescindere da altre considerazioni

[20] Foucault (2005). Sono debitore nei confronti di Pierpaolo Mudu per avermi suggerito questa prospettiva interpretativa.

[21] Per una ricostruzione di questo fondamentale passaggio, cfr. Ciccarello e Nebiolo (2007, 45-46).

[22] Cfr. Rassegna.it (2003).

[23] Cfr. Ciccarello e Nebiolo (2007, 46-47).

[24] Cfr. Boudon (1985).

[25] Il risultato di questo impegno fu il D.L. n. 22 del 7 marzo 2002 - Disposizioni urgenti per l'individuazione della disciplina relativa all'utilizzazione del coke da petrolio (pet-coke) negli impianti di combustione.

[26] “Ci si potrebbe comprare l’Italia. Noi li abbiamo spesi per il risanamento”, ha affermato un alto dirigente della Raffineria nel corso di un incontro pubblico tenuto a Gela nel giugno del 2008 in presenza di ricercatori dell’OMS, del Cnr e delle associazioni ambientaliste locali.

[27] Nardo (2006, 10)

[28] Si osservi per esempio il seguente scambio di battute:

Qual è la vostra  reazione verso i movimenti ed i vari comitati ambientali ?

Io penso che questi movimenti abbiano totalmente radicalizzato il problema da diventare quasi antagonisti. In realtà nessuno può avere un atteggiamento pro o contro l’ambiente. Siamo tutti pro ambiente perché siamo tutti madri e padri di famiglia. Quindi io credo che se avessero cercato con serenità le soluzioni ai problemi forse si poteva aprire un tavolo di confronto. Ma oggi non serve dire ha sbagliato la raffineria o la classe dirigente. Oggi bisogna mettersi attorno ad un tavolo e trovare delle soluzioni che possano consentire di convivere o di non convivere (Elisa Nuara, Assessore all’ambiente).

[29] Cfr. Brown e Mikkelsen (1990).

[30] Gli atti di riferimento sono: L. 349/8; D. lgs 152/2006; Art. 2043 C.C.

[31] La Sicilia (2007). Non sembrerebbe che la richiesta dei Verdi si fondi su basi oggettive. Essa appare  comunque un “pungolo” per l’amministrazione locale affinché accerti i danni subiti dal territorio.

[32] In modo interessante, i magistrati hanno specificato che in nessuno dei 101 casi per i quali la Syndial ha deciso di erogare il risarcimento è stato intentato o formalizzato un giudizio per il riconoscimento del danno. La società ha dunque pagato volontariamente, senza che esistesse alcun provvedimento che la obbligasse, pur ritenendo che le malformazioni accertate non siano da mettere in relazione con la propria attività industriale.

[33] È questo quanto hanno dichiarato i vertici locali dell’azienda nel corso di un incontro dal carattere tecnico svoltosi nello stabilimento nel giugno 2008 alla presenza del sottoscritto e di un folto gruppo di ricercatori dell’ISS, del CNR e dell’OMS.

[34] In ragione della forte presenza dell’Eni e delle sue associate nell’isola (a parte il caso trattato, basti pensare agli stabilimenti di Milazzo, Priolo, Augusta, Siracusa).

[35] Per un’accurata ricostruzione dello stato di avanzamento delle bonifiche e degli aspetti tecnici relativi ai luoghi, cfr. Legambiente (2005).

[36] Su questo tema si leggano le parole del Sostituto Procuratore dott. Sutera Sardo pronunciate dinanzi alla Commissione rifiuti della Camera e del Senato: “I rapporti con l’amministrazione. Mi dispiace dirlo, ma l’amministrazione ha dormito, si sta svegliando adesso, come sempre, perche´ ci sono indagini della magistratura, che improvvisamente fanno aprire gli occhi a chi li ha tenuti chiusi fino all’altro ieri. Ci accusano (per carita`, e` anche uno sfogo) di essere onnipresenti: sinceramente, farei volentieri a meno di fare queste indagini. Dormo in una caserma; non ho particolari interessi a svolgere queste indagini, lo faccio perché é mio dovere farlo nel momento in cui ritengo vi siano fatti di rilevanza penale da accertare. Probabilmente queste indagini non si farebbero, o se ne farebbero molte di meno, se gli organi pubblici facessero il loro dovere”. Cfr. Commissioni Rifiuti (2007).

[37] Una percezione che molti testimoni comuni hanno espresso nel corso delle interviste.

[38] Per una discussione tecnica sui Sic/Zps, cfr. Greenstream (2003).

[39] Annoto sul diario etnografico che il 16/6/2008, subito dopo aver intervistato l’Assessore allo Sviluppo Economico, incontro per strada un noto esponente dell’ambientalismo locale, protagonista di molte battaglie giudiziarie. Gli chiedo cosa ne pensa dell’idea dell’assessore che i vincoli Sic/Zps siano in parte inutili e costituiscano un severo limite allo sviluppo. Abbastanza sorprendentemente, l’ambientalista annuisce e si mostra assolutamente concorde, affermando che non hanno senso considerata l’estensione e che, appunto, “sono stati posti per fare un piacere a qualcuno”. In particolare, per impedire la possibilità che si dia vita a imprese agricole o di altro tipo e per non disturbare alcuni.

[40] Anche se evidentemente la fabbrica non costituisce l’unico campo d’azione del sindacato. Come nota il Segretario Generale della Cgil in apertura all’intervista rilasciatami nel giugno 2008: “Mah… per quello che sta succedendo ora il settore più problematico è quello del pubblico impiego perché, anche se può sembrare un paradosso… però rispetto al fatto che la raffineria sembra essere un sito che subisce una serie di attenzioni particolari per via dell’inquinamento e dei rischi da produzione, il settore che per ora è più in crisi in assoluto è quello dei servizi pubblici, della sanità, e del lavoro precario che ruota attorno proprio ai servizi pubblici. Proprio per una crisi finanziaria generata da tutte queste finanziarie che ogni anno i governi nazionali regionali sono costretti a mettere in piedi per risanare il bilancio e quindi tagliano i trasferimenti ai comuni. Questo taglio se non è accompagnato da un innalzamento delle tassazioni che fanno capo alle amministrazioni comunali, che per riferirmi a Gela possono essere l’Ici la Tarsu, queste tasse comunali si traducono in una riduzione di entrate. Anche i servizi essenziali hanno una riduzione di entrate. E quindi tutti i lavoratori che ruotano attorno alla monocommittenza delle amministrazioni pubbliche subiscono una difficoltà e le difficoltà maggiori che in questo momento stiamo avendo noi a Gela sono connesse al lavoro che viene dato dal municipio .E’ un paradosso ma è così”.

[41] Su questo punto, cfr. Bordieri (1966).

Tratto da: terrelibere.org