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NOTIZIE 2007/2011 Focus Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 6

Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 6

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Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento
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13. Conclusioni

 

Giunti alla fine del nostro studio di caso, proviamo a tracciare le conclusioni. L’analisi suggerisce che il recente passato della città ha segato in modo evidente il presente, innescando dinamiche essenzialmente improntate alla riproduzione della marginalità e della dipendenza.

 

Gela, così come gran parte della Sicilia e del Meridione, presenta livelli di sviluppo sociale ed economico di gran lunga inferiore a quello di altre aree italiane e continentali. Ma le forme della sua marginalità non sono meramente economiche. Quelli economici, infatti, sono miseri indicatori e non riescono a rendere giustizia della complessità del caso.

 

Il ritardo di Gela consiste di ben altri elementi che la semplice disoccupazione, i bassi livelli di reddito pro-capite o il tasso di industrializzazione, che sarebbero stati probabilmente ben peggiori in assenza dello stabilimento.

 

La città, malgrado i sussulti e i pregevoli sforzi di tanti suoi attori, risulta infatti soprattutto degradata. Il suo degrado è innanzitutto ambientale e psicologico. La massima  riprova di questo sono gli elevati tassi di inquinamento, il suo disordine urbanistico, l’odore acre dei fumi dello stabilimento e, soprattutto, il radicamento delle persone ai luoghi e ai modi dell’esistenza. Ovvero l’incapacità di un gran numero di abitanti di superare la propria ambivalenza rispetto ai temi dell’industria e della legalità e la difficoltà a vivere una socialità piena, caratterizzata dalla fiducia.

 

Si potrebbe leggere questo radicamento come una forma suprema di resistenza. Ma non è così. Gela non resiste: piuttosto galleggia malamente tra i flutti di un disastro industriale e sociale iniziato cinquanta anni fa. Cos’altro potrebbe fare, del resto? “Ci vogliono condizioni straordinarie affinché un popolo insorga e non tutti possono essere eroi”, ha detto un brillante testimone intervistato. E le sue parole appaiono quanto mai calzanti. Cosa c’è infatti di straordinario nelle condizioni esperite oggi dalla città? Le condizioni odierne sono quelle esistenti da mezzo secolo ed esse costituiscono ormai quella normalità verso la quale raramente si insorge.

 

L’Anic/Eni ha interpretato un ruolo fondamentale nel produrre questo disastro e nell’esacerbare le patologie preesistenti. Lontana dal portare la “modernità”, se non per i suoi aspetti più triviali e consumistici, nella nostra prospettiva l’impresa di stato ha per lungo tempo dimostrato che le regole non sono vincolanti, ha addomesticato il conflitto distribuendo prebende e favori, ricompensato i singoli per la loro fedeltà, negletto la comunità e persino minacciatola.

 

L’Eni ha imposto la propria egemonia sul territorio, diffondendo l’idea che la sua presenza fosse un’autentica panacea contro la miseria e che non vi fosse spazio per nulla all’infuori di essa. Ha vincolato a sé gli uomini e le donne, gli imprenditori, la politica e il sindacato. Ha sottratto spazi naturali alla città, creato aree differenziate, inquinato orribilmente e contribuito a diffondere malattie e dolore.

 

Proprio dal dolore è stato possibile ripartire. Una partenza lenta, tutt’altro che avvincente. Ma comunque un modo di avviare un percorso di emancipazione dall’industria petrolchimica. Un percorso non ostacolato dall’azienda, del resto. L’Eni non può promettere nessun impegno per il futuro. Vent’anni è il tempo che l’azienda può darsi, secondo i suoi dirigenti. Un periodo breve, quasi un nulla nel ciclo dell’industria. Anni buoni per maturare nuovi e ricchi introiti, certo. Un lasso di tempo sufficiente a che una nuova generazione di gelesi diventi adulta e aspiri a perpetuare la vita dei padri, per poi scontrarsi con la dismissione e il vecchio fantasma della disoccupazione.

 

Non sappiamo se andrà veramente così. Ma è probabile. E se non fosse la dismissione, a troncare le illusioni sarebbero i processi di automazione dell’industria di processo, la riduzione delle linee, la specializzazione del lavoro che incalza e esclude numeri crescenti di individui.

 

Al dolore è dunque possibile aggiungere un altro tassello, un nuovo vettore di cambiamento. Si tratta della disillusione. Se si preferisce, dello sdegno generato dalla consapevolezza che dopo avere avvelenato, inquinato, persino ucciso, la fabbrica tagliava i posti e minacciava occasionalmente di lasciare la città.

 

Davvero troppo per una città abusata, lasciata per anni priva di servizi sanitari, stravolta dal punto di vista urbano e sociale, devastata dalla violenza che la presenza dello stabilimento ha contribuito ad avviare. Troppo comodo per l’azienda disporre a proprio piacimento delle persone e delle cose. Era quasi naturale che qualcuno decidesse di non stare al gioco. Vittime dirette o indirette dei veleni della fabbrica, donne e uomini addolorati e spesso in lutto, ad un certo punto hanno iniziato a scavare dietro le statistiche, i numeri “grigi” e i documenti inattendibili mostrando il volto oscuro dello stabilimento. I versamenti di greggio e sostanze tossiche nel terreno, in mare e nell’aria; i tassi sensibilmente più alti di malattie tumorali e malformazioni; la presenza mafiosa dentro e fuori lo stabilimento.

 

Da qui le verità, le condanne, il “nuovo corso” dell’Eni, l’abbattimento dei fumi, la responsabilità sociale dell’impresa. Ma quale responsabilità? I campetti di calcio, il manto erboso dello stadio, qualche fontana, il patrocinio di qualche evento culturale? Troppo comodo nell’ottica di quelle donne e quegli uomini convinti di aver pagato un dazio troppo alto all’azienda.

 

No, quello che queste vittime reali e immaginarie chiedono è ben altro. Servizi sanitari permanenti gestiti dal pubblico e co-finanziati dall’impresa, soprattutto. Ma anche la risocializzazione degli utili, sconti sulla benzina, versamenti significativi di somme a favore della comunità per la creazione dei servizi sociali mancanti o il finanziamento di quelli esistenti. E poi la bonifica delle aree devastate, la restituzione delle terre rilasciate agli imprenditori locali, la creazione di aree verdi. Aree verdi per passeggiare, ossigenare la città, ma anche aree verdi da coltivare.

 

Una parte della città, infatti, è stanca del petrolchimico. Vorrebbe il modello turismo e agricoltura, anche se sa che non basterebbe. Ci vogliono le industrie, certo. Ma anche più campagna, più sviluppo naturale e sostenibile. Da qui il problema di ripensare il futuro, di reimpostarlo in un modo più ecocompatibile. Vi è il desiderio di lasciarsi le malattie e i morti alle spalle. Ma questo non è facile. Tra i tanti vuoti lasciati dal petrolchimico, abbiamo detto, vi è quello imprenditoriale. Non che manchino le imprese e gli “spiriti animali”. Ma si tratta di realtà tra loro distanti, atomizzate, poco orientate a cooperare.

 

Come ricreare una comunità? Come ridare fiducia alla collettività? Un’amministrazione comunale persino caparbia ci prova, impone i temi della legalità e del rispetto delle regole. Ma ci riesce veramente? È davvero possibile superare l’ambivalenza che da un lato spinge i cittadini a definire immorali certe pratiche e, dall’altro, li induce a riprodurle costantemente? È possibile superare l’idea che qualsiasi cambiamento non sarà definitivo e che il “rinascimento” durerà unicamente lo spazio di qualche mandato amministrativo? È possibile neutralizzare le retoriche ricche di presa che suggeriscono che i cambiamenti di stile nella gestione della cosa pubblica siano per lo più di facciata e che quello in corso è solo un processo di sostituzione dei gruppi di interesse e non dei modi dell’amministrare? E nella nostra prospettiva, può questa amministrazione apportare dei cambiamenti significativi nell’approccio alla questione ambientale?

 

Nessuna di tali questioni è superflua o, peggio ancora, retorica. Occorre dunque sperare che non suoni vuoto o retorico anche il tentativo di abbozzare una risposta, incentrata principalmente sulla sfiducia nella possibilità di generare mutamenti strutturali in tempi ragionevoli.

 

I problemi di Gela, infatti, non sono meramente “sociali”. Il problema di Gela, e in realtà di larga parte di quel meridione di cui essa è parte, è essenzialmente antropologico. Non si tratta ovviamente di qualcosa legata all’uomo in quanto tale, il “gelese” o il “meridionale”. Piuttosto è un problema sostanzialmente strutturale e culturale. Se si preferisce, è il problema di una cultura imbrigliata da tanto tempo in una particolare struttura economica e in uno specifico ordine sociale. La cultura di questi uomini e queste donne è dunque un “artefatto” che origina da questa particolare struttura. Sarebbe però sbagliato immaginare questo processo come se fosse meramente passivo e unidirezionale. La struttura crea particolari persone, ma queste stesse persone, di rimando, rigenerano la struttura.

 

Fuori dalla circolarità astratta del discorso, non si può comprendere la realtà locale prescindendo dalla razionalità e dalla reciprocità intrinseche al suo ordine. Gela è divenuta negli anni una società di free-rider che vede nello scambio individuale il motore della trasformazione. Una trasformazione tuttavia che non può essere collettiva perché la dimensione collettiva, in un certo senso, non esiste.

 

L’affermazione apparirà radicale e non pertinente, poiché fa riferimento ad un ambiente che presenta un associazionismo tutto sommato ricco. Tuttavia, è l’obiezione da muovere, cosa ne è degli altri, ovvero di chi non si associa? E ancora, in quale modo inquadrare un volontariato che, come quello legato alla sanità, mobilita risorse finanziarie e costituisce per molti un autentico modo di sopravvivenza?

 

Queste ultime osservazioni, che non si adattano unicamente alla realtà gelese e sono anzi applicabili ad un’infinità di altri casi, acquisiscono maggior valore se si considera che Gela presenta un basso livello di civismo e di fiducia. Di prove ne abbiamo raccolte diverse nel corso della ricerca – basti pensare allo spontaneismo edilizio o all’isolamento professato dagli imprenditori – e pensiamo che, soppesando gli atteggiamenti diffusi nella società locale, gli orientamenti particolaristici siano decisamente prevalenti.

 

 Il particolarismo della società locale, in questa prospettiva, è il lubrificante dell’economia e della struttura. Come la fabbrica che si alimenta dei propri stessi scarti, la società gelese nel suo complesso si alimenta del veleno che la rende marginale, relativamente povera, dipendente.

 

Non remando insieme, rifiutando il conflitto, astenendosi dalla presa di posizioni radicali, elemosinando favori e raccomandazioni, i singoli traggono benefici certi. Piccoli benefici, poco più che elemosina, ma più che sufficienti a sopravvivere e riprodursi e ben più sicuri di quelli che si avrebbero sottraendosi al circolo della reciprocità. In questa prospettiva, la società locale è una società affatto differente da quella di meno di un secolo prima, a dispetto dei consumi vistosi che esibisce: è una società intrinsecamente feudale composta da individui e non da cittadini.

 

Certo, in questi termini l’analisi risulta impietosa e anche contraddittoria. In che conto, infatti, occorrerebbe tenere gli attivisti e tutti coloro che si impegnano duramente sul fronte della lotta ambientale o della legalità?

 

Questi ci appaiono come i più marginali tra i marginali. In ragione dei risultati ottenuti, gli attori dei  movimenti hanno dimostrato di essere ben altro che Don Chisciotte. Ma la loro è una battaglia che non potrebbe aver luogo senza il diritto e la magistratura. I loro successi non appartengono alla società locale. Appartengono solo a loro e ai magistrati che non hanno cestinato le denunce. Senza l’imparzialità della legge (e senza gli uomini imparziali chiamati ad applicarla) Gela continuerebbe ad annegare nei veleni in ragione del fatto che è meglio essere ammalati che disoccupati.

 

Per quanto radicale potrà risultare, quest’analisi non intende essere provocatoria e riflette solamente le contraddizioni e l’incongruenza della cittadinanza. Non solo quella del “popolo” e delle classi basse, ma anche di tanta borghesia locale. Una conseguenza di tale visione è che la trasformazione in quest’area non può essere il prodotto di un’azione collettiva o di massa.

Il mutamento è un processo che può essere attivato unicamente da avanguardie oppure gestito centralmente. Il fine di organizzazioni “terze” e sovranazionali, impegnate nella sorveglianza e nella facilitazione di processi sociali “virtuosi”, deve necessariamente consistere nell’identificare e fornire supporto a gruppi estranei alla logica della reciprocità.

 

Ma la consapevolezza che deve guidare ciascuna azione è che i tempi di qualunque mutamento sostanziale saranno tempi al limite dell’umano e che l’ostacolo reale non è la creazione di economie, ma la trasformazione dell’antropologia.

 

L’esperienza dello stabilimento insegna infatti che non è difficile insediare nuove forme economiche e trasformare rapidamente le economie e i territori, facendoli transitare velocemente dall’agricoltura all’industria. La vera sfida è abbattere le forme mentali. Un’impresa dai tempi biblici e dagli esiti incerti.