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NOTIZIE 2007/2011 Focus Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 5

Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 5

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Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento
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12. Le prospettive degli attori istituzionali

 

Sulla base del quadro sopra presentato dovrebbe risultare probabilmente più facile riflettere sugli scenari economici possibili, complementari o alternativi all’industria petrolchimica.

 

Ma, ancora prima che dalle testimonianze dirette raccolte nel corso della ricerca, sarebbe bene partire dagli obiettivi presentati nel Piano Strategico del Comune di Gela, ovvero dal documento che indica gli obiettivi che l’amministrazione locale perseguirà da qui agli anni venti di questo secolo.

 

Il lavoro – che è il frutto del prolungato ascolto di un vasto numero di testimoni privilegiati, alti funzionari, politici e stakeholders – così come da capitolato d’appalto, si prefigge di “ricostruire la città” puntando su uno “sviluppo multisettoriale, autopropulsivo e sostenibile” (Autori Vari 2007, 8).

 

Più in dettaglio, l’obiettivo del documento consiste nel generare un percorso che conduca alla ragionata e progressiva dismissione del polo petrolchimico, alla bonifica e alla riconversione dell’area. Passi fondamentali in questa direzione sono:

                    -            la riqualificazione, tutela e valorizzare del patrimonio naturalistico;

                    -            il recupero e la valorizzazione a fini turistici del patrimonio storico e archeologico;

                    -            lo sviluppo di un sistema culturale integrato inscritto in un sistema a rete;

                    -            la generazione di un turismo culturale integrato e sostenibile, che permetta una gestione economica delle risorse culturali, anche attraverso la creazione di un sistema museale e ricreativo;

                    -            la valorizzazione integrata del patrimonio culturale;

                    -            l’istituzione di laboratori sulla cultura della legalità;

                    -            l’istituzione dei laboratori di idee e progettazione, con esperti di livello internazionale, che possano elargire cultura, mestieri e opere effettive;

                    -            riqualificazione del sistema scolastico e formativo.

 

Dal punto di vista delle azioni, tra le opere fondamentali per l’attuazione del piano si individuano:

 

        -             l’attuazione del piano di risanamento ambientale a tutela della salute;

        -            la riconversione del porto isola in porto commerciale e/o turistico e/o di cantieristica navale;

        -            la riqualificazione dal punto di vista urbanistico e architettonico della città, demolendo e ricostruendo ove necessario;

        -            l’istituzione di laboratori di idee e progettazione, con esperti di livello internazionale, che possano elargire cultura, mestieri e opere effettive.

 

Più in generale, secondo il Piano occorre:

 

                    -            definire il posizionamento economico della città;

                    -            definire il posizionamento competitivo ;

                    -            attivare processi di trasformazione agroindustriale dei prodotti tipici dell’area;

                    -            attivare  processi di animazione economica attraverso la istituzione di strutture di supporto.

 

Come è ovvio che sia, per esplicita ammissione degli autori, l’analisi condotta riflette indicazioni e interessi provenienti dal programma “Nuovo Rinascimento” dell’attuale Sindaco Crocetta (Autori Vari 2007, 355).

 

In questo senso, il Piano va realisticamente inteso più come un ritratto delle volontà e delle ideologie rinvenibili nel presente che come una attendibile previsione di ciò che sarà effettivamente il futuro della città.

 

I possibili cambi di direzione politica, infatti, rendono labile la natura di documenti di questo tipo, specie quando gli obiettivi sono di così lungo periodo.

 

Alla luce di questo (pre)giudizio, ritengo che il Piano Strategico costituisca una documento interessante perché esso appare innanzitutto come una fonte storica, malgrado sia stato scritto in questi giorni e si rivolga al futuro. Esso ci parla delle buone intenzioni delle odierne elite politiche locali e, al contempo, ci pone dinanzi ai limiti dello sviluppo in un’area che presenta forti resistenze alla programmazione e alla ragionevolezza (in ragione della preminenza degli interessi particolari su quelli generali).

 

In particolare, le interviste condotte sul campo ci permettono di mettere a fuoco una serie di ostacoli.

 

Il primo problema, sembrerebbe, è di tipo organizzativo. Precisamente, legato alla condivisione degli obiettivi. Le interviste rivolte ai politici locali evidenziano infatti un pessimismo di sfondo molto evidente. Alcuni testimoni concentrano ad esempio la propria attenzione su quella che potremmo definire la scala locale dei bisogni. Nella loro prospettiva, al centro dell’azione pubblica non dovrebbe stare tanto il perseguimento di grandi obiettivi quando la realizzazione di servizi minimi.

 

In altri termini, quel che i testimoni di questo orientamento notano è che il grado di (sotto)sviluppo di Gela non lascia adito a progetti ambiziosi di trasformazione. Peraltro, dalle loro parole emerge un chiaro scetticismo circa la possibilità di un percorso di trasformazione radicale delle relazioni con lo stabilimento (“Bisogna solo avere la volontà di imporla ricordandosi che quando le cose si impongono il rapporto diventa conflittuale”).

 

Il chiaro pessimismo di un testimone come il locale assessore all’economia è in questo senso estremamente preoccupante. Gli spazi per uno sviluppo sostenibile che egli intravede sono legati unicamente all’agricoltura. Ma non sembrerebbe che questo settore abbia al momento possibilità significative di espansione. Significativamente, egli accentua l’importanza dei Sic/Zps, ovvero dei vincoli paesaggistici, idrogeologici e di inedificabilità che caratterizza gran parte del territorio circostante la Riserva Naturale Orientata del Biviere.[38]

 

Si tratta di vincoli controversi a causa dell’estensione e che sembrerebbero suscitare alcune perplessità persino tra alcuni ambientalisti. Tra questi vi è infatti chi suggerisce che “quei vincoli siano stati posti per fare un piacere a qualcuno” e che servano di fatto a impedire la nascita di imprese competitive.[39] Ma al di là della plausibilità di tali vincoli, quel che è rilevante è il sostanziale scetticismo del responsabile circa la possibilità di uno sviluppo ecosostenibile.

 

Uno scetticismo largamente condiviso dall’assessore al turismo, il quale non ritiene che il settore di propria competenza, per l’appunto il turismo, costituisca una realistica via allo sviluppo, in ragione della devastazione territoriale apportata dallo stabilimento e anche per la mancanza di una cultura imprenditoriale orientata verso di esso.

 

Peraltro, lo stesso testimone solleva dei forti dubbi sulla capacità degli imprenditori locali di farsi interpreti del mutamento, in ragione di limiti culturali e per quella sfiducia, ampiamente analizzata nel corso del presente testo, nei confronti dell’ambiente sociale circostante. Infine, in modo abbastanza interessante, sembra di poter affermare che lo stesso testimone mostri un atteggiamento abbastanza fiducioso nei confronti dello stabilimento, ritenendo efficaci gli sforzi ambientali sin qui sostenuti (“l’inquinamento è più puzza che inquinamento vero e proprio”, dice in un passo l’ intervistato).

 

L’unica tra i testimoni istituzionali che sembra condividere appieno la fiducia nella possibilità di un mutamento sostanziale come quello teorizzato nel Piano Strategico è l’Assessore all’Urbanistica. La testimone appare assolutamente certa dell’efficacia degli sforzi fatti e nota come la giunta abbia “liberato gli imprenditori”, risolto il problema dell’acqua e intrapreso la via di grandi opere infrastrutturali che hanno ottime possibilità di cambiare il volto della città.

 

Lasciando perdere i dubbi già largamente espressi sull’efficacia di questi sforzi, che sono comunque reali ma intervengono in un quadro seriamente compromesso da anni di gestione “grigia”, ciò che è rilevante è la differenza nelle visioni espresse da questi attori. In via teorica, il problema che emerge è legata alla varietà nei livelli di informazione, nelle idee relative allo sviluppo locale e all’atteggiamento dei soggetti (riassumibile grossolanamente nella coppia oppositiva fiducia/scetticismo) operanti in una struttura direttiva.

 

Tutti elementi legati alla costituzione del clima organizzativo e alla possibilità di incidere efficacemente sull’ambiente a partire dalle motivazioni dei singoli membri (Campbell, Dunnette, Lawler et al. 1970; Moran T. e Volkwein 1992). Non che con questa affermazione si voglia negare il diritto alla pluralità e alla divergenza di opinioni, peraltro obbligata all’interno di una struttura democratica come un’amministrazione comunale. Soltanto si intende rimarcare che l’agenda personale dei responsabili di settore appare una variabile importante per l’efficacia dell’azione collettiva e queste diversità costituiscono un problema ulteriore in quadro caratterizzato da un numero consistente di “minacce” e “debolezze”.

 

Peraltro, come riconosciuto a più riprese dagli attori e dalle fonti consultate in questa ricerca, le differenze non si annidano unicamente a livello locale. Alle agende individuali degli amministratori locali, occorre aggiungere la pluralità di interessi e visioni che caratterizzano i livelli amministrativi superiori (Provincia, Regione e Stato) e che hanno di fatto rallentato i processi di trasformazione intrapresi dalla giunta Crocetta nel corso dei propri mandati.

 

Inoltre, a livello locale bisogna tenere conto dell’importanza di altri soggetti, come per esempio i sindacati. Come abbiamo notato in precedenza, a questo punto della storia essi sono organismi cresciuti all’interno dell’industria, saldamente legati ad essa per vicende personali dei dirigenti e per “missione” (la difesa del lavoro).[40]

 

È possibile per il sindacato locale immaginare qualcosa oltre l’industria? Ancora prima che dalle interviste raccolte in prima persona, inizierei da alcuni stralci d’intervista rilasciati da alcuni importanti organizzatori sindacali locali per la versione cartacea e digitale della rivista Rassegna Sindacale all’indomani di quella che ho chiamato la “rivolta per il pet-coke”:

 

 «Nel frattempo i lavoratori sono preoccupati: la raffineria rischia seriamente di chiudere i battenti in maniera definitiva, per la gioia di chi ha pensato che Gela debba dedicarsi esclusivamente al turismo senza avere per questo ancora costruito un albergo degno di nota e senza avere nel frattempo chiarito chi depurerà le acque reflue cittadine e chi dissalerà l’acqua del mare che, in assenza della raffineria che cura per la città anche questi servizi essenziali, non potrà più  essere distribuita in città come ad Agrigento. Questo è uno dei  drammi che vivrà Gela, oltre a quello legato alla perdita dei posti di lavoro» (Giovanni Ferro, Segretario Generale della Cgil di Gela, intervista rilasciata a Rassegna.it (2002))

 

 

Amoretti: Noi non ci stiamo a farci incastrare nell’alternativa tra il cancro e la fame. Il sindacato, più di chiunque altro, ha affrontato le questioni del risanamento e della salute dei lavoratori. Forse l’impegno è stato discontinuo, ma in questa battaglia siamo sempre stati in prima fila.

Rassegna:  Come giudica la Cgil  l’operato della magistratura in questo caso?

Amoretti: Il profondo rispetto che nutriamo per le prerogative dei magistrati ci consente, però, anche di criticarne le singole decisioni. A nostro parere la magistratura si è fidata di tecnici che hanno preso un clamoroso abbaglio. In ogni caso, era comunque possibile affrontare  la situazione con maggiore duttilità, senza la drammatizzazione di cui siamo stati testimoni.

Questa vicenda ha anche aperto un conflitto con le associazioni ambientaliste. Il sindacato è molto vicino a questo mondo. L’ambientalismo è un fenomeno positivo, ma non sempre tutte le sue iniziative sono giuste. Quando gli amici della Legambiente arrivano a mettere in discussione perfino le centrali eoliche dell’Enel, si arriva al fondamentalismo. Il dissidio è inevitabile.

Rassegna:  Tra le  ipotesi prospettate in questi giorni, c’è stato anche chi ha riproposto per la Sicilia il modello di sviluppo “terra e mare”.

Amoretti:  Questa è una gigantesca baggianata. L’agricoltura ha un livello di occupazione che è tuttora il doppio della media nazionale, ed è estremamente difficile ipotizzarne una crescita se nello stesso tempo si vuole un settore moderno e tecnologicamente all’avanguardia. Il turismo è senza dubbio una risorsa sottoutilizzata, ma non è la medicina per tutti i mali. I luoghi più ricchi del mondo sono quelli dove l’industria ha un ruolo importante, non si capisce perché per la Sicilia questa non debba essere valido.

Rassegna:  L’industria siciliana è anzitutto la chimica. Che prospettive ci sono per il settore?

Amoretti:  Una potenza mondiale come l’Italia deve essere presente nel mercato internazionale della chimica. Serve però la volontà politica di migliorare: occorre quindi puntare al prodotto finito, non limitandoci alle semilavorazioni. Per questo vogliamo arrivare presto all’Accordo di programma. Solo in quella sede sarà possibile verificare le intenzioni dei governi, nazionale e regionale, rispondendo anche alle esigenze di compatibilità ambientali emerse in questi giorni (Aldo Amoretti, Segretario Generale Cgil Sicilia ai tempi della vicenda pet-coke, intervista rilasciata a Togna (2002)).

 

 

Sono passati alcuni anni da quando queste dichiarazioni furono rilasciate e nel frattempo la Cgil sembra essersi aperta maggiormente all’idea di attività alternative a quelle petrolchimiche. Ad ogni modo il modello proposto continua essenzialmente a rimanere quello industriale.

 

Sintetizzando le posizioni dei sindacati confederati, si può notare in generale che la cifra interprativa di tutte le  dichiarazioni raccolte non sia la chiusura verso ciò che esula dall’industria. Più verosimilmente è la diffidenza, l’impossibilità di scorgere le condizioni strutturali per una grande trasformazione dell’economia locale.

 

 La sensazione, in altri termini, che la maggior parte delle proposte alternative allo stabilimento siano al momento prive di fondamenta. Nella prospettiva di questi particolari attori, il sindacato deve essere realista, così come esige la morale della responsabilità.

 

A causa di questo atteggiamento i dirigenti sindacali sono stati accusati di aver barattato la salute con il lavoro. Non crediamo che quest’accusa sia esatta, ma avvertiamo la sensazione che un eccesso di responsabilità abbia finito col rendere queste organizzazioni eccessivamente arrendevoli dinanzi alle sfide di uno sviluppo sostenibile. Talmente arrendevoli da aver indotto molti a confondere le loro posizioni e interessi con quelli dell’industria.

 

Probabilmente, la verità è che l’insostenibilità delle posizioni di chi parla di un futuro economico complementare o radicalmente alternativo all’industria deve averli spinti a ritenere più attraenti gli altri interlocutori: anch’essi dei “venditori di fumo”, ma per lo meno reale, come quello emesso dalle ciminiere dello stabilimento.

 

Ma qualunque siano le ragioni di questa diffidenza, una ulteriore sfida dell’amministrazione locale è costituita dal processo di coinvolgimento dei sindacati nel progetto di trasformazione economica.

 

E se per caso qualcuno si chiedesse quali sono le ragioni che mi spingono a dedicare tanto spazio ad organizzazioni che sono tutto sommato marginali nel processo politico-direttivo, ricorderei che la rivolta del pet-coke ha dimostrato quale sia la centralità dei sindacati nella gestione del cambiamento.

 

Chiunque pensasse di prescindere da loro, dalle “parti sociali”, rischierebbe probabilmente di trovare la propria strada un ostacolo in più e vedrebbe la meta più lontana. Con questo non si intende suggerire che i sindacati siano irresponsabili o ciechi. Non vi sarebbe niente di più inesatto. Solo che occorre indurli a condividere i progetti, mostrare loro la solidità delle basi su cui sorreggono, al fine di indurli a collaborare alla trasformazione senza maturare sensi di colpa. E soprattutto permettendo loro di attrezzarsi, di non dover luogo ad una sfida che li vedrebbe impegnati sul fronte esterno e anche su quello  interno, dell’organizzazione e dei ruoli. Una sfida, quest’ultima, persino peggiore della prima, dacché li costringerebbe a rivedere equilibri e posizioni che, ancora prima che collettivi, sono probabilmente personali.

 

E del resto perché pensare che questo processo debba riguardare unicamente i sindacati? Lo stesso discorso, immaginiamo, può teoricamente valere per ciascuno dei livelli coinvolti nel processo. Non si può realisticamente immaginare qualsivoglia forma di mutamento senza tenere in debito conto la matassa di interessi che si celano in Provincia, in Regione, in Parlamento e tra le associazioni di categoria. Interessi collettivi (di particolari categorie di imprenditori e dei loro rappresentanti) e individuali (a gestire i finanziamenti che le trasformazioni di questo genere comportano per conseguire obiettivi economici, politici e di influenza personale).

 

Le grandi trasformazioni solitarie, purtroppo, sono possibili unicamente a chi detiene quantità ingenti di capitale e tutto il potere che da esso deriva. E a volte non è sufficiente neanche quello, come dimostra l’esperienza di Mattei che dovette girare il meridione in lungo e largo per poter ottenere il consenso necessario a sfidare chi lo ostacolava.

 

D’altronde, di tutto ciò il Comune è ben avvertito, considerata l’importanza che i tavoli di consultazione hanno all’interno del Piano Strategico elaborato nel frattempo dalle istituzioni locali. Solo che al momento la percezione è quella di un isolamento di fatto. Beninteso, non che l’idea delle trasformazioni nelle forme economiche locali origini dal nulla e veda avversa l’opinione pubblica.

 

Al contrario, l’idea che il turismo e l’agricoltura rappresentino delle modalità desiderabili di sviluppo è abbastanza diffusa nella popolazione (a giudicare almeno dalle interviste condotte in loco). Solo che la popolazione divide con il sindacato lo scetticismo e l’ambivalenza nei confronti dei cambiamenti.

 

La gestione della comunicazione diviene allora uno strumento fondamentale. Peraltro, in un clima di incertezza diffusa, l’opinione pubblica diviene in genere facilmente manipolabile. Ciò non dovrebbe suonare come un insulto e una sottovalutazione della capacità di discernimento della gente comune. Ma la vicenda esemplare della mobilitazione del 2002, quella “per il pet-coke”, mostra che l’opinione pubblica è estremamente sensibile a certe tematiche e la sua reazione può essere imprevedibile (o forse estremamente prevedibile!).

     

Ma l’idea del turismo, dell’impiego intensivo delle risorse archeologiche, del museo e quella del rilancio dell’agricoltura non esauriscono il novero delle proposte. In chiave riassuntiva e al fine di introdurre un nuovo tema relativo alle proposte per un differente sviluppo locale, può essere utile partire dal dibattito in materia di infrastrutture intermodali (aeroporto, porto, strade veloci).

 

 

Comprensibilmente il tema delle infrastrutture suscita una certa attenzione tra gli attori sociali e ad esso è infatti dedicato un certo spazio nel Piano Strategico. In particolare, le elite locali, e un po’ anche la gente comune, discutono da qualche tempo degli scenari legati all’espansione del porto.

 

Questo progetto, malgrado le osservazioni critiche che suscita da parte di alcuni, potrebbe effettivamente costituire un canale di occupazione per un certo numero di addetti e vale dunque la pena accennare velocemente alla questione.

 

Come si legge nel Piano Strategico l’idea di fondo è che “il nuovo contesto di riferimento europeo pone l’Italia al centro di numerose direttrici, orizzontali e verticali, nel quadro delle reti transeuropee. Quale ideale centro del Mediterraneo, la Regione Sicilia gode di una posizione geografica di rinnovata strategicità. I corridoi multimodali rappresentano un’importante occasione di sviluppo per il territorio siciliano nell’ottica di una comune ridefinizione delle politiche sul trasporto e la mobilità a scala sovranazionale” (Autori Vari 2007, 311).

 

 All’interno di questa quadro ha dunque preso piede l’idea di recuperare un rapporto col mare interrottosi molti decenni fa e, comunque, mai troppo intenso.[41] Così come il progetto mirante alla costruzione di un aeroporto, anche l’idea del porto suscita alcune immediate perplessità in ragione del fatto che le strutture portuali siciliane ospitano un traffico di container sensibilmente inferiore rispetto agli altri porti nazionali.

 

Per dare un’idea della differenza basterà notare che secondo dati non recentissimi i porti di Palermo, Catania e Trapani hanno movimentato nel loro insieme circa 47.000 container contro il milione e mezzo di Genova, i 2 milioni e 650.000 di Gioia Tauro, i 400.000 di Napoli e così via (Autori Vari 2007, 323).

 

A questo occorre aggiungere che il resto delle infrastrutture viarie nell’isola sono in generale insoddisfacenti e che un buon principio dell’urbanistica suggerisce che la costruzione di grandi opere commerciali e/o industriali debba essere preceduta dalla creazione delle strade necessarie a raggiungerle.

 

Ad ogni modo il progetto della riqualificazione delle distinte aree marittime del Porto Rifugio (impiegato attualmente per diporto e pesca), del pontile sbarcatoio (attualmente fuori uso) e del Porto Isola (quello costruito dall’Eni e impiegato in massima parte per l’approdo delle petroliere) è interessante per il modo in cui potrebbe  intersecarsi con il tema del recupero delle aree bonificate. Come si legge nel sito dell’Associazione Interporto del Golfo di Gela, una lobby che raccoglie alcuni imprenditori marittimi:

 

le aree dismesse della raffineria di Gela sono ideali per far nascere l’area Intermodale per i terminal containers dato che tale aree sono dotate dalla linea ferroviaria, vi è una grandissima centrale elettrica, vi sono le strade, e gli spazi necessari sfruttando anche le aree dell’ASI e la grande Pianura Gelese per le esigenze del trasporto intermodale. Precisiamo che rimodellando con poche decine di milioni di euro il Pontile ex Agip avremmo gli ormeggi per le grandi navi container che scalano le rotte intercontinentali (Marco Fasulo, responsabile dell’Associazione Interporto del Golfo di Gela).

 

A questi ambiziosi progetti legati al mare, occorre aggiungerne altri di portata ridotta ma ben accolti. In particolare quelli legati al diporto, da considerarsi un’appendice degli sbocchi turistici immaginati da molti e quelli legati alla cantieristica. Certamente, entrambe le attività sembrerebbero oggettivamente avere una capacità di impiego ridotta e la seconda nascerebbe in una situazione di vuoto. Intendo dire che la cantieristica andrebbe costruita praticamente dal nulla e questo pone dei problemi legati all’attrazione di aziende esterne e alla formazione della manodopera. Ad ogni modo, entrambe fanno comunque parte di quella diversificazione delle attività che un territorio come quello di Gela ha certamente bisogno.

 

Proprio il tema della formazione, evidente nel caso della cantieristica, riemerge molte volte nelle conversazioni con gli attori economici del territorio ed è, non a caso, uno dei punti sollevati a più riprese pure nel Piano Strategico.

 

Coerentemente, questo documento mira a sviluppare attività di formazione per la riqualificazione e per la creazione di competenze specialistiche legate direttamente alle politiche di tutela, valorizzazione, fruizione e gestione del patrimonio culturale, delle attività agricole, manifatturiere, industriali e turistiche delle piccole e medie imprese esistenti nel territorio.

 

Più nel dettaglio, esso intende promuovere un processo di conoscenza sul tema dell’innovazione e della ricerca nel sistema delle piccole e medie imprese, finalizzata all’innalzamento delle qualità del tessuto produttivo in termini di processo e prodotto al fine di mantenere un elevato grado di competitività. In altri termini, il Piano ritiene che sia necessario potenziare la capacità di innovazione del tessuto imprenditoriale, soprattutto dei settori prevalenti del territorio, attraverso interventi che aiutino le imprese ad aggregarsi e raggiungere quella massa critica necessaria ad avviare progetti di ricerca e di innovazione finalizzati a trovare soluzione tecnologiche comuni capaci di innalzare il livello della qualità aziendale (Autori Vari 2007, 35).

 

Queste iniziative risultano estremamente interessanti e di esse si avverte certamente il bisogno. Tuttavia possiamo dubitare che le iniziative di formazione possano rivelarsi efficaci in presenza di bassi livelli di fiducia nei confronti dell’ambiente esterno e, spesso, della stessa comunità d’affari.

 

Ciccarello e Nebiolo (2007, 112-115) hanno, per esempio, ben ricostruito la vicenda  giudiziaria ed economica di Stefano Italiano e del gruppo cooperativo da lui presieduto, l’Agroverde (operante, come si ricorderà, nel settore agricolo).  In breve, l’imprenditore dapprima fu accondiscendente nei confronti delle vessazioni della criminalità organizzata (pizzo, imposizione di fornitori e mezzi di trasporto, etc.); successivamente, ovvero dopo molto tempo, decise di denunciare la situazione alle forze dell’ordine. Tuttavia la poca chiarezza attorno alla vicenda, le difficoltà a interpretare la reale posizione di Italiano e la natura delle relazioni che aveva intrattenuto con le organizzazioni criminali, resero vacillante la sua reputazione e determinarono l’allontanamento di un certo numero di associati dalla cooperativa rendendo difficile la sopravvivenza dell’imprenditore e del gruppo da lui diretto.

 

La vicenda si risolse bene tanto per Italiano (divenuto uno dei simboli locali della resistenza alla mafia) quanto per la cooperativa. La storia, tuttavia, mostra l’impatto che certe problematiche socioambientali possono avere sulla comunità d’affari e si può ritenere che certi ritardi siano, ancora prima che il segno di un deficit della cultura d’impresa esistente nell’area, la conseguenza di un clima di sfiducia che impone prudenza e basso profilo da parte degli imprenditori.

 

È perciò plausibile ritenere che il principale impegno delle amministrazioni locali e dei restanti attori debba consistere nell’aumentare il livello di fiducia della società locale. Una sfida antropologica dagli esiti, a nostro avviso, abbastanza incerti.