Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Focus Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 4

Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 4

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Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento
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9. Le bonifiche e gli scenari territoriali

 

Qualsiasi discussione sui progetti permanenti per il territorio deve necessariamente fare i conti con il tema delle bonifiche e della riqualificazione territoriale. È certamente possibile discutere delle bonifiche come interventi essenzialmente ecologici, fondamentali per la salubrità dell’ambiente in cui vivono le persone. Ma occorre tenere in mente che gli spazi bonificati sono spesso anche aree dismesse.

Aree, cioè, in cui sono venute meno le attività contaminanti ma economiche dell’industria.

 

Tenere questo in mente è fondamentale perché, come nota Iaccarino (2005) la dismissione è un evento posto al termine di un ciclo vitale che non può considerarsi semplicemente industriale. Alla dismissione di un sito segue spesso un processo spontaneo di degrado territoriale e sociale, il cui dilatamento nel tempo complica le possibilità e le azioni per un recupero, da intendersi non unicamente in termini di bonifica ma anche come intervento sulle condizioni sociali e lavorative del contesto in cui il sito si colloca. Nella prospettiva dell’autore, la dismissione va  considerata alla stregua di un processo potenzialmente “anomizzante”, che può generare forme gravi e diffuse di disagio a causa delle rotture sociali che comporta (con riferimento ai salari, ai tempi della vita e all’organizzazione generale delle comunità coinvolte).

 

Da questo punto di vista, la dismissione (e le bonifiche) sono da intendersi come il confine tra presente e passato delle forme economiche e sociali di un luogo. Si comprende dunque come qualsiasi riflessione sull’impatto sociale dell’industria in un territorio debba confrontarsi ad un certo punto della storia con il futuro degli spazi rilasciati e di quelli che lo saranno.

 

Non dimentichiamo infatti che nella prospettiva dell’azienda il petrolio sembrerebbe costituire un core-business  solo per i prossimi vent’anni.[33] Questo significa che gli anni venti e trenta del presente secolo potrebbero rivelarsi gli anni di una crisi profonda della società locale gelese e, probabilmente, siciliana.[34]

 

Una crisi che non va letta unicamente in termini di rilascio di posti di lavoro con scarsa possibilità di reimpiego in città o nell’isola (a meno che non si sviluppino nel frattempo industrie o settori in grado di occupare stabilmente un numero equivalente di disoccupati industriali). Piuttosto, una crisi che va interpretata in termini territoriali, in cui al problema della disoccupazione si aggiunge quello di un suolo devastato che non può essere reimpiegato a fini lavorativi, a meno di scegliere la via di una colpevole negligenza potenzialmente foriera di effetti indesiderati sulla vita.

 

10. Lo stato delle bonifiche

 

L’area di Gela è stata dichiarata ad alto rischio di crisi ambientale già nel 1990. Ma, come si è già detto, il Piano di disinquinamento per il risanamento ambientale è stato messo a punto con il DPR 17 gennaio 1995.

 

Successivamente, con la L. 426/98 il sito di Gela viene annoverato tra i primi quindici siti di interesse nazionale del Programma Nazionale di Bonifica. L’area a terra degli interventi, definita da un atto del Ministero dell’Ambiente del gennaio 2000, si estende su una superficie di 4,7 km quadrati che include il polo industriale, i centri di stoccaggio olio e relative tubature e la discarica di rifiuti speciali. Le superfici a mare sono pari a 46 km quadrati, comprese tra i torrenti Gattano e Birillo. Infine, nel programma sono inclusi la Riserva del Lago Biviere e i torrenti presenti in zona.

 

Con riferimento ai finanziamenti, sono stati stanziati inizialmente l’equivalente di oltre venti milioni di euro. Tuttavia questi soldi sono rimasti largamente inutilizzati per oltre un quinquennio. Questi fondi servivano a finanziare un totale di 47 interventi, di cui 14 a carico delle aziende (prevalentemente facenti capo all’Eni) e 33 a carico dello Stato.

 

Dal punto di vista degli interventi sin qui eseguiti, L’Eni  ritiene di avere assolto i propri doveri e per essa l’attivazione dello SNOx, le attività di manutenzione svolte e alcune opere di risanamento interne allo stabilimento dovrebbero essere annoverati tra gli interventi di bonifica. Con riguardo all’azione delle istituzioni pubbliche, più che alle bonifiche delle aree contaminate si è fin qui realizzata la caratterizzazione e bonifica di una ex-discarica di rifiuti, la realizzazione di fognature, il raddoppio di un depuratore di reflui e la creazione di reti di rilevamento dell’inquinamento atmosferico. Nel 2000 il Piano è stato commissariato e la sua realizzazione affidata al Prefetto di Caltanissetta.[35]

 

Al presente quadro ambientale di derivazione industriale, occorre aggiungere che l’intero territorio di Gela è interessato dalla presenza di discariche improvvisate (ben 47 sono le aree individuate). Esistono altresì zone impiegate per l’estrazione abusiva di inerti, ovvero cave abusive che finiscono col fungere da discarica per rifiuti incontrollati di ogni tipo, che sono per giunta situate in siti protetti. Occorre inoltre tenere in conto gli effetti della serricoltura intensiva nei pressi dell’area protetta del Biviere. Si tratta di una industria abusiva, insediatasi arbitrariamente in aree demaniali, che fa ampio uso di pesticidi e fertilizzanti su un suolo sabbioso e facilmente penetrabile sino al livello delle acque di falda.

 

In definitiva, il novero degli interventi di bonifica realizzati appare al momento ridotto e sostanzialmente inadeguato allo stato ambientale dell’area. Nei quindici anni trascorsi molti sono stati gli ostacoli pratici, di natura politica e finanziaria, che hanno reso il Piano di bonifica lento nella sua realizzazione e gradualmente meno ambizioso. Peraltro, le azioni appaiono al momento praticamente bloccate, anche se nuovi accordi vengono siglati e ulteriori interventi potrebbero aver luogo in tempi non lunghissimi.

 

Per quanto non vi sia probabilmente da dubitare sulla buona volontà di molti degli attori pubblici coinvolti, la lentezza del processo di bonifica colpisce l’osservatore esterno, favorendo l’insorgenza di dubbi sull’efficacia della macchina amministrativa e interrogativi sulla natura dei possibili interessi che rallentano l’esecuzione dei lavori.[36]

 

Ad ogni modo, si può  sostenere che l’attribuzione delle responsabilità unicamente al livello locale sia abbastanza iniquo e che le colpe si distribuiscano più o meno uniformemente lungo i vari livelli amministrativi coinvolti (Enti locali, Regione, Stato). Tuttavia le testimonianze raccolte suggeriscono che sia plausibile l’ipotesi che l’organizzazione sociale locale debba essere interpretata alla luce dei particolarismi e degli interessi, peraltro non sempre legittimi, di gruppi ristretti. Occorre infatti tenere in mente che l’economia delle bonifiche è estremamente delicata e costituisce un terreno privilegiato d’azione per le “ecomafie” (Legambiente 2003).

 

 Come abbiamo già avuto modo di notare, una vasta area del territorio provinciale appare caratterizzata non soltanto da un diffuso stato di degrado, ma soprattutto dalla presenza di una pericolosa forma di criminalità organizzata che ha incorporato spezzoni significativi dell’imprenditoria locale e anche della pubblica amministrazione (Lalli 2002; Bucca, Colussi e Urso 2004).

 

È evidente che le risorse stanziate costituiscono un obiettivo per le speculazioni di questa imprenditoria criminale e che il contrasto al processo di infiltrazione richieda estrema accuratezza, generando un surplus di lentezza che si somma a quella “fisiologica”, derivante dal frastagliato rapporto che caratterizza le forze sociali e politiche del territorio.

 

Bisogna però stare attenti a che la legittima azione di contrasto della criminalità organizzata non finisca col divenire da un lato un alibi per giustificare i ritardi e, dall’altro, che venga interpretato dalla cittadinanza come un pretesto in nome del quale premiare gruppi ristretti vicini alle amministrazioni.[37]

 

Infatti la sensazione è che il piano di risanamento, così come le altre opere ambientali e pubbliche, abbiano in genere una valenza molto più estesa di quella letterale e tecnica. Una valenza che potremmo definire simbolica e comunicativa.

 

Il risanamento ambientale è infatti un tema che genera aspettative sociali diffuse e le sue modalità di gestione tendono a sollevare interpretazioni collettive che, nel quadro comune di sfiducia politica, non possono che essere negative e persino “complottiste”.

 

Nel contesto gelese, è stato notato, molte decisioni pubbliche intraprese nel passato avrebbero finito per esempio col rafforzare l’idea che la legalità è un concetto etereo e continuamente rinegoziabile.

 

Questo, come si è visto, è accaduto a proposito di edilizia, insediamento industriale, acqua, pet-coke, serricoltura. Possiamo dunque affermare che l’ambiente costituisce uno spazio tematico e d’azione che meglio di altri si presta alla manipolazione e trasmissione di simboli e valori.

 

Gli immaginari collettivi, le percezioni comuni che sin qui abbiamo discusso, sono esattamente il risultato di processi di manipolazione simbolica che hanno avuto luogo nel corso del mezzo secolo di storia delle relazioni tra comunità locale e industria. Il risanamento dunque, al di là degli effetti sanitari, è anche uno spazio a partire dal quale è possibile innovare l’ordine delle relazioni e gli immaginari collegati. Perdere anche questa partita sarebbe drammatico per gli aspetti connessi alla salute pubblica, alla fiducia istituzionale e, come vedremo, anche all’economia.

 

11. Quali scenari per l’economia locale?

 

La relazione tra diritto all’ambiente e forme economiche dovrebbe essere abbastanza chiara e non necessitare di particolari approfondimenti (Hinterberger, Luks e Stewen 1999; Rifkin 2004). La gran parte di quei complessi processi di alterazione dell’ambiente che possiamo riassumere col termine “inquinamento” hanno, infatti, una natura economica.

 

Certamente non occorre leggere l’espressione economia come un sinonimo di produzione. Esistono infatti forme economiche che non hanno un carattere immediatamente riconducibile alla produzione di merci e allo scambio monetario. Per esempio, le forme e i luoghi dell’abitare sono spesso in sé slegati dalla produzione, ma sono ad ogni modo riconducibili ad essa (basti pensare alle case coloniche e ai terreni attorno ai quali esse sorgono oppure alla raffineria di Gela e la “città nuova” che si sviluppa in relazione ad essa).

 

Tuttavia gli anni che vanno dalla rivoluzione industriale ai giorni nostri appaiono caratterizzati dalla prevalenza delle forme manipolative connesse alla produzione industriale. Lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la loro raffinazione, modificazione e vendita sono chiari esempi della relazione tra sviluppo economico e preservazione ambientale. È a partire da questa banale considerazione che qualsiasi riflessione sul futuro delle aree a rischio ambientale dovrebbe partire. O, se si preferisce, è partire da qui che qualsiasi discussione sul futuro di Gela dovrebbe iniziare.

 

Il primo passo per avviare una qualsivoglia riflessione, tuttavia, dovrebbe probabilmente consiste nel chiedersi quale sia il presente dell’economia gelese e quali siano le basi esistenti per progettare il futuro.

 

Approfondendo la questione e riassumendo i dati presentati nel Piano Stregico del Comune di Gela (Autori vari 2007, 249-310), si nota come all’inizio degli anni duemila si sia registrata una crescita alquanto contenuta del numero di occupati interni al sistema locale del lavoro (+2%) e decisamente inferiore alla media provinciale. L’aumento dei tassi di occupazione nel comparto industriale sono in questo senso esemplari: a Gela si registra un aumento pari all’1% contro il 6-7% delle aree limitrofe (i sistemi di Mazzarino, Vittoria e Riesi). Significativamente, negli anni 2000-2002 la quota d’occupati interni all’industria si riduce di circa 500 unità. Gli estensori del suddetto Piano notano infatti che il “sistema industriale gelese sembra dunque aver visto indebolirsi nel tempo la sua capacità d’assorbire occupazione e di contribuire alla creazione di ricchezza” (Autori Vari 2007, 251).

 

In una prospettiva quantitativa, nel 2005 risultano attive nel territorio di Gela 5.349 imprese. I settori di appartenenza di queste imprese riflettono la specializzazione industriale dell’area, come è denotato dalla rilevanza che hanno i comparti manifatturiero (12% delle ditte)  e costruttivo (13,2%) in confronto alle zone limitrofe (dove entrambi i comparti si attestano attorno al 9-10%).

 

Le imprese manifatturiere di maggior rilevanza dal punto di vista delle dimensioni operano nella fabbricazione di prodotti in metallo (4,2%) e nell’industria alimentare (2,6%). Inoltre, secondo i dati del Censimento 2001, il settore manifatturiero occupa circa il 34,6% degli occupati nel comune di Gela. Altri settori, come trasporti, magazzinaggio o comunicazioni risultano invece abbastanza sottodimensionati e registrano una incidenza abbastanza bassa in termini assoluti e anche in comparazione alla media provinciale.

 

In termini generali, l’industria locale è costituita da piccole imprese dell’indotto generato dallo stabilimento (manutenzione, fabbricazione di prodotti petroliferi raffinati, plastiche e chimica di base, trasporti) e da piccole e medie aziende attive nei settori metalmeccanico e dei prefabbricati, operanti quasi esclusivamente nei mercati locali.

 

Da un punto di vista occupazionale risulta di un certo peso l’industria metalmeccanica, caratterizzata da circa una ventina di stabilimenti e da 350 occupati. Secondo i dati intercensuari, nel 2001 il settore metalmeccanico presentava localmente un incremento occupazionale straordinario (+89,4%). Esso si caratterizza tuttavia per essere un settore ancora a forte valenza artigianale, come è denotato dal fatto che il 70% delle imprese occupa meno di 10 addetti. Ad ogni modo, questo settore risulta in grande espansione com’è confermato da dati più recenti che mostrano, per il periodo 2002-2006, una crescita ulteriore del 61,5%.

 

Risultano in forte crescita  anche le piccole imprese attive nei settori della chimica di base (+16%) e della lavorazione della gomma e delle plastiche (+20%). Con riferimento alla grande industria petrolchimica, i dati presentati nel Piano Strategico mostrano invece che l’incidenza in termini occupazionali dello stabilimento è in forte calo  in relazione tanto al comparto petrolifero che chimico. In particolare, i dati intercensuari mostrano a partire dal 2001 una riduzione del 39,3% degli occupati nel primo comparto e un letterale dimezzamento di quelli impiegati nel secondo (-50,8%). Sintetizzando questa situazione, gli autori del Piano Strategico notano che:

 

Il quadro complessivo vede il settore storico del territorio affrontare una forte calo della propria capacità d’assorbimento dell’occupazione locale e un comparto che acquista rilevanza per numerosità d’impresa e quota d’occupazione assorbita ma in cui non si sviluppa parimenti un processo di strutturazione aziendale. Il riflesso occupazionale della crisi del petrolchimico è particolarmente rilevante vista la struttura del distretto chimico provinciale (Autori Vari 2007, 264).

 

Concentrandoci per il momento su  un altro settore, le attività commerciali appaiono numericamente rilevanti nell’economia locale, per quanto le tendenze strutturali nazionali delineatesi a partire dagli anni novanta abbiano prodotto effetti negativi.

 

In particolare, le trasformazioni nei sistemi di distribuzione e le riforme legislative intervenute nel settore hanno prodotto nel periodo intercensuario un calo del 2,5 delle ditte locali e un decremento pari al 4,7 tra gli addetti.

 

Più in dettaglio, si è assistito all’espansione del commercio all’ingrosso, l’unico comparto del settore che vede una crescita delle ditte e degli addetti. Ad ogni modo, l’aumento degli occupati non appare proporzionale alla triplicazione delle aziende operanti nel comparto.

 

Nello stesso periodo, gli occupati nel commercio al dettaglio diminuiscono di 270 unità, mentre gli esercizi che chiudono sono circa un centinaio. All’inizio degli anni duemila il quadro “rimane quello di un settore commerciale costituito principalmente da piccoli negozi di vicinato, con una dimensione media di esercizio inferiore alle due unità” (Autori Vari 2007, 269). La situazione non cambia in epoche più recenti e nel 2006 le tendenze di inizio decennio risultano ampiamente confermate (inclusa l’espansione del commercio all’ingrosso).

 

Coerentemente con i dati sopra presentati, il comparto agricolo risulta poco sviluppato (corrisponde al 17% delle imprese attive complessivamente nell’area) rispetto ai livelli provinciali (27,6%) e regionali (30%). Sul totale della superficie comunale nel 2000 solo 8.364 mq. sono destinati all’agricoltura contro i 18.451 della vicina Butera o 17.521 dell’altrettanto prossima Mazzarino (entrambe aree notevolmente più piccole di Gela).

 

Sintetizzando la situazione del settore, la specializzazione agricola è alquanto bassa, malgrado il territorio comunale ospiti la piana alluvionale più estesa della Sicilia meridionale. Ad ogni modo, con riferimento alla produzione si nota un prevalenza delle produzioni di frumento seguite dalle coltivazioni di uva e coltivazioni ortive. Inoltre, si notano alcune produzioni di qualità nelle serricolture e nella produzione di carciofo, espansesi in ragione di un processo di riqualificazione del comparto dipendente dalla crescente domanda di prodotti tipici locali. Significativamente, negli anni 2002-2006 si è assistito ad una crescita delle imprese operanti nel settore pari al 26%.

 

Con riferimento ai servizi, secondo gli autori del Piano “le imprese gelesi lamentano un difficile accesso “non solo ai servizi avanzati, dichiarati assenti, ma anche ai servizi base” (Autori Vari 2007, 273). Il comparto, nel 2005, contava circa 250 unità locali (pari al 4,7% delle imprese operanti nel territorio). Le imprese di servizi presenti nell’area sono perlopiù direttamente legate allo stabilimento petrolchimico (impegnate soprattutto in magazzinaggio e trasporti) e tra queste una sola offrirebbe attività di servizi in senso stretto (in particolare, ricerca). In termine di addetti l’incidenza è alquanto bassa tanto in termini assoluti quanto relativi (in riferimento alla media provinciale e regionale).

Con riferimento all’industria turistica gelese, questa costituisce, come si è già notato in precedenza, una attività dall’impatto limitatissimo. A causa della presenza industriale, evidentissima anche da un punto di vista paesaggistico, e della mancanza di imprese operanti nel settore, il turismo culturale o vacanziero è assolutamente marginale nel quadro economico locale.

 

I dati disponibili mostrano che nel 2005 Gela ha ospitato circa 10.500 turisti con una permanenza media di 3,5 giorni paragonabile a quella di aree ben più blasonate dell’isola. Tuttavia, le presenze straniere in città sono imputabili in buona parte al traffico di uomini d’affari e addetti all’industria che lo stabilimento genera e ai flussi generati dagli emigrati di ritorno nei periodi estivi o in altri periodi di ferie. Le strutture alberghiere esistenti, infatti, risultano assolutamente proporzionate al turismo d’affari, ma assolutamente insufficienti ad intercettare o produrre flussi turistici di massa.

 

Tuttavia, notano gli estensori del piano, “il modesto livello di turisticità di Gela non lo si deve esclusivamente a scelte improprie a degli operatori locali o al solo impatto del petrolchimico. Piuttosto ad una scarsa attitudine ed una modesta sensibilità verso gli asset più importanti per lo sviluppo del settore, in primo luogo la costa”. Quest’ultima, infatti, risulta ampiamente compromessa in varie, splendide parti a causa della serricoltura abusiva sviluppatasi a ridosso del mare nella parte orientale, oltre che per l’impatto visivo dello stabilimento, del suo pontile lungo 3 km e delle navi petroliere che si stagliano continuamente al largo della costa in attesa di attraccare (delle visioni francamente poco rassicuranti nella prospettiva di chi è interessato ad un turismo naturalistico).