Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Focus Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 3

Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 3

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Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento
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A partire da qui si può tentare anche di affrontare rapidamente il tema delle principali differenzazioni in tema di ambientalismo. In particolare, si può notare che l’insieme di azioni intraprese dall’Eni ha in qualche modo accresciuto lo scetticismo degli ambientalisti locali nel loro complesso. Tuttavia se una forza come Lega Ambiente, che può forse essere definita la voce più tecnica e “realistica” dell’ambientalismo locale, ha deciso di inseguire l’Eni sul suo stesso terreno, ricercando soluzioni tecniche alternative (rinvenibili già all’interno dell’Eni, un’azienda che investe molto in ricerca) e richiedendo una trasformazione strutturale e un incremento degli investimenti volti a trasformare radicalmente la filosofia tecnologica a partire dalle acquisizioni esistenti, lo stesso non può dirsi delle altre forze presenti nell’area.

 

Una differenza di atteggiamento dovuto un po’ all’esiguità delle risorse umane e delle competenze e un po’ a una ideologia che spinge sostanzialmente non a migliorare l’azienda ma a espellerla.

 

Aria Nuova, ad esempio, investe le proprie esigue risorse nella ricerca; ma l’investigazione che essa conduce è essenzialmente rivolta al monitoraggio ambientale, alla ricerca spasmodica ed appassionata delle tracce del disastro ecologico perpetrato negli anni dallo stabilimento. Un’attività di ricerca condotta con mezzi poverissimi che si traduce in uno straordinaria attivismo giudiziario e nella presentazione di un numero elevatissimo di denunce alle autorità giudiziarie. Un iperattivismo che ha finito con l’alienare la simpatia verso l’associazione di molti attori locali, anche sensibili alla questione ambientale.[28] Ma un attivismo comunque benemerito, che ha permesso di identificare tantissime violazioni, a partire da quelle relative alle perdite di serbatoi e oleodotti.

 

Una investigazione che impiega metodologie probabilmente non immuni da limiti, che consiste tuttavia nell’andare sul campo, nel prelevare campioni di terra, acqua e quant’altro il ridotto armamentario tecnologico in possesso di questo gruppo permette e di farli analizzare in laboratori privati o universitari, sfruttando reti personali e amicali che possano garantire accettabile qualità ed economicità delle analisi. A partire da questi risultati si sviluppa l’attività successiva, che potremmo definire di orientamento delle attività giudiziarie. I problemi vengono segnalati e si lascia ai giudici e ai loro periti il compito di dimostrare la verità, non senza esercitare pressione, costituirsi come parte lesa e coinvolgere i media, pur restando abbastanza marginali all’interno di essi.

 

Ma parlare di Aria Nuova significa quasi necessariamente menzionare anche Amici della Terra. A livello locale, la presenza delle due  associazioni è infatti il frutto di una scissione avvenuta all’inizio degli anni duemila, causata da interessi, ambizioni e stili d’intervento differenti.

 

La differente propensione di due protagonisti dell’ambientalismo  locale, Saverio Di Blasi e Emanuale Amato, a confrontarsi con la politica è forse la ragione della divisione che ha avuto luogo poco meno di un decennio or sono. Di certo, esiste una differenza fondamentale tra i due gruppi, consistente nella centralità che la relazione tra salute e ambiente assume per Amici della Terra. In particolare può tornare utile il concetto di epidemiologia “popolare”,[29] di cui si trovavano ampie tracce nella società locale gelese.

 

Questa è una epidemiologia che parte dal basso e che origina  dall’incertezza,  dalla constatazione impressionistica dell’anormale diffusione di certe patologie e dalla diffusione di una certa medicina divulgativa, di cui trova ampia presenza nei media e che diffonde sprazzi di informazione (“la possibile relazione tra perdita di capelli e esposizione al mercurio”, per esempio).

 

È una scienza popolare, fondamentalmente “positivista” in quanto fiduciosa nella possibilità di produrre una conoscenza che fughi i dubbi e permetta di individuare associazioni incontrovertibili tra la presenza di fattori nocivi e l’insorgenza di patologie. È una “scienza” che ha un carattere fondamentalmente diverso da quello della scienza contemporanea, impegnata a coltivare il dubbio piuttosto che qualsivoglia certezza. Si potrebbe persino dire che l’epidemiologia popolare è uno straordinario acceleratore dell’insicurezza, un veicolo di propagazione di tesi spesso insostenibili che hanno il solo effetto di moltiplicare la paura e le ansie di cittadini indifesi.

 

Ma se in una prospettiva accademica e politica questi appaiono come caratteri per lo più negativi, occorrerebbe però tenere presente che l’epidemiologia popolare è anche una pratica di resistenza che permette di supplire a colpevoli vuoti di informazione e che presenta spesso straordinarie intuizioni.

 

Le interviste con i leader storici del movimento ambientalista locale sono in questo senso esemplari. L’analisi del processo individuale e collettivo che presiede alla discesa in campo, permette di vedere come certe pratiche nascano dal bisogno, a volte persino  oltranzista, di trovare giustificazioni per il dolore e dalla difficoltà di ricondurre la perdita delle persone amate all’ordine della natura (qualcosa di particolarmente evidente quando un testimone fa, per esempio, riferimento al nonno novantaquattrenne morto per tumore. Una morte “necessaria” nella prospettiva esterna di un osservatore qualsiasi, ma ciò nonostante “innaturale” nell’ottica dell’attore intervistato ).

 

Tutto questo, insieme ad altri passi d’intervista in cui si ipotizza per esempio che una certa rilevanza di tumori all’utero possano forse essere messi in relazione all’acqua impiegata per le pratiche igieniche, ci suggerisce che ci siano dei forti elementi di irrazionalità dietro il corso d’azione di questo genere di movimenti. Ma bisogna anche riconoscere che ci sia una straordinaria capacità di intuire le tendenze, dato che la percezione di questi testimoni di una frequenza anormale delle malattie tumorali trova conferma nelle ricerche fatte successivamente anche sulla base delle loro segnalazioni. E che dire del metodo impiegato per far chiaro sul numero grigio di decessi imputabili alle imprecisioni contenute nei certificati di morte, consistente nell’analizzare le esenzioni ticket? Traspare sicuramente una certa “immaginazione epidemiologica” da esso.

 

Ma la nostra analisi sarebbe meno completa se non riflettessimo anche sul deficit di fiducia che traspare da molte testimonianze. In particolare, se non spendessimo qualche parola sull’ipotesi che vuole i medici “condizionati dall’Eni”.

 

Il sospetto di alcuni testimoni, infatti, è che i dati sulle morti per tumore e altre malattie imputabili all’ambiente siano stati a lungo indisponibili perché omessi a bella posta. L’idea di alcuni è che i medici abbiano dolosamente composto per anni falsi certificati di morte al fine di nascondere gli effetti dell’inquinamento e tutelare così lo stabilimento.

 

Immagino che non sia importante discutere la plausibilità dell’ipotesi quanto riflettere sugli effetti che una certa gestione dell’informazione e certe micro-pratiche sanitarie possono comportare. La costruzione della realtà operata dagli attori sociali, infatti, sembrerebbe comporsi di tasselli apparentemente minuscoli che hanno però il potere di creare distanze abissali tra le istituzioni e la società e incrementare la cultura del sospetto.

 

Certe pratiche mediche, in uso per decenni, non solo hanno causato danni oggettivi consistenti nella perdita di informazioni utili per lo studio dei fenomeni patologici, ma hanno anche contribuito a screditare l’istituzione sanitaria e a incrementare gli spazi della “sfiducia istituzionale”. La qual cosa appare come una importante riprova della strategicità che la comunicazione assume per riequilibrare le relazioni tra istituzioni pubbliche e cittadini; ma anche come un importante indizio di quali siano gli elementi locali della crisi fiduciaria.

 

Chiunque fosse interessato a recuperare il terreno perduto nella relazione tra istituzioni e cittadini nell’area di Gela, dovrebbe tenere in considerazioni queste micro-dinamiche che hanno instaurato una seria crisi fiduciaria e che diffondono credenze molto pericolose.

 

8. Quali risarcimenti?

 

I progressivi accertamenti dei danni ambientali e alla salute degli individui, che hanno avuto luogo grazie anche alla mobilitazione degli ambientalisti, hanno indotto molti attori sociali a ipotizzare dei risarcimenti.

 

 Uno dei problemi consiste nel definire cosa  possa intendersi per risarcimento e a quale livello sia possibile erogare una qualsivoglia compensazione. Sembrerebbe che nel contesto indagato col termine risarcimento sia possibile indicare tanto l’aspettativa all’erogazione di somme da versarsi a favore di individui che hanno ricavato danni fisici dimostrabili quanto creazione di servizi, per lo più sanitari, i cui costi di gestione siano attribuiti all’Eni.

 

Il senso del termine risarcimento è dunque affine ma in un certo modo più esteso di quanto non prevedano le normative in materia ambientale,[30] che definiscono il danno ambientale “qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l’ambiente (…), obbliga l’autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato” (L. 349/86, Art. 18, c. 1). Ciò che infatti si richiede non è unicamente una sanzione in solido, ingente dal punto di vista finanziario, ma rivolta verso un’entità tutto sommato astratta  come lo “Stato”. Ascoltando la società locale (per esempio le associazioni che si occupano di malformazioni e altre patologie oppure alcuni sanitari e i loro pazienti) si comprende come l’aspettativa che va definendosi presso alcuni soggetti sia quella di vedere riconosciuti i danni biologici e quelli esistenziali.

 

Nonostante i pareri contraddittori espressi dalle  diverse corti, è ormai largamente condivisa l’idea che ogni tipo di alterazione del benessere psicofisico individuale è riconducibile alla figura risarcitoria del danno esistenziale, “consistente nell’alterazione delle normali attività dell’individuo, quali il riposo, il relax, l’attività lavorativa domiciliare e non, che si traducono nella lesione della “serenità personale”, cui ciascun oggetto ha diritto sia nell’ambito lavorativo, sia, a maggior ragione, nell’ambito familiare” ed è come tale sanzionabile.

 

Questa prospettiva sembrerebbe essere per esempio calzante nel caso di coloro che risentono particolarmente degli odori scaturenti dalle lavorazioni industriali, di quelli che hanno maturato forme di ansia come conseguenza delle improvvise esplosioni dovute al frequente cedimento dei dischi di rottura degli impianti oppure delle puerpere, delle donne in generale e delle famiglie, soggette a stress specifici, quali l’ansia di poter avere dei feti malformati o malati.

 

Circa i danni biologici, in un certo senso più oggettivi dei precedenti, lasciando da parte l’interessante controversia se siano da annoverarsi tra i danni  patrimoniali o meno, essi costituiscono delle lesioni dell'integrità psico-fisica, suscettibili di accertamento medico-legale, risarcibili indipendentemente dalla capacità di produzione di reddito del danneggiato. È abbastanza evidente che il progressivo accertamento della correlazione tra la presenza di fattori nocivi imputabili alla produzione industriale e la diffusione di patologie specifiche nella popolazione, in futuro renderà più probabili la richiesta di risarcimenti di questo tipo.

 

D’altronde nell’area esistono già degli interessanti precedenti, che ricomprendono parte delle tipologie sin qui trattate o che confermano le tendenze in via di costituzione. Nel 2003 le disciolte aziende dell'Eni, Anic Partecipazione e Isaf, hanno concordato con il Comune di Gela il pagamento di una sanzione pecuniaria di 8 milioni di euro, quale risarcimento dei danni ambientali arrecati al territorio dagli scarichi industriali del petrolchimico, dove le due società hanno operato fino agli anni Settanta.

 

I verdi di Niscemi, un paese distante poco più di una decina di chilometri dallo stabilimento, hanno recentemente proposto che l’Eni paghi almeno 50 milioni di euro a titolo di risarcimento per i danni subiti dal territorio cittadino.[31] Sempre a proposito di Eni e società correlate, nella non lontana Priolo la Syndial ha deciso di “risarcire” 101 famiglie per la nascita di bimbi malformati e per gli aborti indotti da patologie dei feti attribuibili alle emissioni di sostanze inquinanti dagli impianti del locale stabilimento petrolchimico tra il 1991 e il 1993, pagando 11 milioni di euro.[32]  

 

Come si è detto, a queste formulazioni del concetto di danno e di risarcimento, intesi in forma essenzialmente soggettiva e pecuniaria, vanno aggiunte quelle miranti a varie forme di risarcimento “collettivo” che assumano la forma di servizi, per lo più di tipo sanitario.

 

Questa modalità di risarcimento non si configura tanto come una pretesa giuridica quanto come un processo politico. Una maniera di impegnare l’azienda su un piano radicalmente differente da quello che ha regolato la sua presenza nel territorio, fondata su una logica dello scambio tra salute e denaro sostanzialmente simile a quella giuridica che quantifica i danni alle persone e all’ambiente e i risarcimenti dovuti.

 

In quest’ottica, la centralità dei servizi sanitari appare indiscutibile dal punto di vista dei soggetti intervistati. Le differenze tra “tecnici” e “cittadini comuni” non riguardano tanto la sostanza delle argomentazioni quanto il dettaglio con cui esprimono proposte.

 

L’attenzione di gran parte degli intervistati, specie dei non addetti ai lavori, è in genere concentrata sul Polo Oncologico, di cui si avverte la mancanza in città e che costringe i malati a frequenti, spossanti e costosi viaggi a Catania. Al di là dell’oggetto della rivendicazione, di grande interesse in sé stessa, ciò che questa frequente richiesta riflette è sostanzialmente la percezione di alcune importanti carenze nella sanità locale.

 

Carenze non legate alla mancanza di servizi e strutture tout-court, quanto di servizi legati a quelle che i medici chiamano patologie da industrializzazione. A partire dal ritardo con cui si è posta la necessità di instituire un registro tumori e le difficoltà ad avviare il progetto (un tema di pubblico dominio in città), sono molteplici le situazioni che hanno generato forti dubbi sull’adeguatezza della sanità locale nel fronteggiare le emergenze locali. A torto o a ragione, queste carenze vengono collegate alla mancanza di risorse economiche pubbliche. Da qui, dunque, deriva la chiamata alla responsabilità sociale dell’impresa. Al suo dover di far fronte alla crisi sanitaria ambientale che essa stessa ha causato e a cui deve far fronte provvedendo servizi permanenti e non versamenti una tantum.

 

I testimoni ascoltati individuano il dover ben preciso per l’azienda di:

                                           -            provvedere a una forma di co-finanziamento per la costituzione di nuovi servizi sanitari rivolti prevalentemente alla prevenzione e cura delle malattie da industrializzazione, essenzialmente pubblico ma supportato almeno in parte da fondi privati;

                                           -            la creazione di un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), che avrebbe per altro positive ricadute sull’occupazione;

                                           -            erogare “buoni sanitari” da concedere ai dipendenti per  visite mediche in centri di fiducia scelti da questi ultimi;

 

Infine vi sono altri che propongono che l’azienda, oltre a impegnarsi permanentemente nel finanziamento di servizi fondamentali, dovrebbe, di concerto con la Regione, “socializzare i profitti” provvedendo sconti sulla benzina ai residenti e ridistribuendo a costi sensibilmente minori l’energia elettrica in surplus prodotta nello stabilimento.

 

Misure di questo genere, ben lontani dall’essere intese come forme risarcitorie soddisfacenti, contribuirebbero comunque a rendere più sostenibile il costo della vita in un’area che resta depressa e che risente nella sua generalità degli effetti della produzione. Del resto, anche Hytten e Marchioni (1970) già negli anni settanta notavano come fosse paradossale che i fertilizzanti chimici, al tempo prodotti in grande quantità dall'Anic, fossero venduti agli agricoltori locali allo stesso prezzo di quello praticato nel nord d'Italia. In altre parole, notavano gli autori, anziché essere in qualche modo favorita dalla vicinanza di un impianto che produce fertilizzanti, l'agricoltura locale concorreva a sovvenzionare quella di altre zone più distanti, in quanto pagava la sua parte dei costi globali di trasporto, pur ritirando il prodotto direttamente dalla fabbrica.

 

 Questa situazione era solo un ulteriore esempio di come l'intesa con i grandi monopoli privati nel settore avesse prevalso su ogni eventuale intento extra-produttivistico dell'ente di Stato, innescando dinamiche persino speculative nei confronti del territorio. In una stagione come quella attuale, in cui le imprese sono chiamate a fare i conti con la propria responsabilità sociale, sarebbe auspicabile recuperare parte delle occasioni a suo tempo perdute e coinvolgere l'impresa in progetti permanenti per il territorio e per la ridistribuzione degli utili.