Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 Focus Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 2

Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento - Pagina 2

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Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento
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Il dissalatore ha le sue prese proprio nell’acqua antistante lo stabilimento, vicino al lungo pontile che serve per l’attracco delle navi petroliere, e pesca l’acqua da destinarsi a fini potabili lì dove lo stabilimento riversa liquidi inquinati con mercurio e altre sostanze, e i natanti compiono le proprie operazioni, con frequente riversamento in mare di sostanze oleose.

Il processo di dissalazione e il trattamento per l’epurazione delle sostanze inquinanti, ha finito col produrre un’acqua deprivata di minerali e sostanze fondamentali per la vita degli esseri umani, oltre che dalla temperatura elevata, tale da renderla sconsigliabile per l’uso potabile.

A questo occorre aggiungere problemi legati alla vetustà delle condutture e all’infiltrazione di terriccio nei tubi che rende l’acqua sporca. La portata limitata del gettito si rivela peraltro insufficiente e lascia intere aree della città prive d’acqua, per parte della giornata o per diversi giorni. La qual cosa induce i cittadini a munirsi di serbatoi, spesso di grandissime dimensioni, e di relativi motori per il tiraggio dell’acqua.

Ne risulta una inavvertita gara alla sottrazione d’acqua che amplifica i problemi tecnici di base e rende il prezioso liquido una risorsa scarsa, malgrado esso non sia oggettivamente così carente. Infine, agli inizi degli anni duemila l’acqua è stata ufficialmente definita non potabile. La cittadinanza, dunque, evita di bere l’acqua dei rubinetti e compera piuttosto quella minerale in bottiglia, impiegandola anche per cucinare e, spesso, per lavarsi i denti. Le spese nel corso di un mese sono enormi (anche più cento euro in taluni casi e nella stagione estiva) e ad esse occorre aggiungere il disagio comportato dal trasporto delle scorte dai supermercati alle abitazioni, spesso poste ai piani superiori e prive di ascensori.

A questi costi occorre aggiungere le imposte sull’acqua, che rimangono inalterate e accrescono la sensazione di essere beffati. Da qui una divaricazione delle strategie d’azione. Da un lato l’accettazione, non priva di risentimento e polemica, di chi non sa come opporsi (la maggioranza dei cittadini); dall’altro l’attivismo per lo più giudiziario di alcuni (per esempio, l’Associazione cittadini per la giustizia).

La questione idrica è una delle più interessanti del territorio e intorno ad essa si sviluppano ipotesi suggestive. Al fine di mostrare l’assurdità assunta dal problema, può essere utile notare che vi è chi, occupando posizioni di rilievo in campo sanitario, suggerisce che non è vero che l’acqua non sia non potabile e infatti la beve regolarmente (come ho potuto accertare personalmente).

Sempre lo stesso testimone ricorda che l’Asl 2 di Caltanissetta ha dichiarato l’acqua di Gela potabile e  invita a concentrarsi sull’assurdità di una formula impiegata dalla Regione che definisce l’acqua distribuita in città “potabile ma non bevibile”.  La formula, di difficile decifrabilità è stata probabilmente coniata per supportare la battaglia per la riduzione delle bollette erogate da Caltacqua, il gestore subentrato all’Eas. Almeno questa è l’interpretazione che correntemente si dà.

Tuttavia, nell’interpretazione del testimone contattato, la verità sarebbe che dell’allarme idrico si è fatto un uso politicamente spregiudicato e che gli stessi ambienti che anni addietro avrebbero premuto per far dichiarare l’acqua del territorio non potabile, avrebbero perseguito tale obiettivo con lo scopo di ottenere dalla prefettura il commissariato per le acque, raggiungendo così un potere rilevante da sfruttare a fini ben più alti che quelli della semplice amministrazione locale.

L’impossibilità di continuare a sostenere a lungo ciò che non era dimostrabile, ovvero la non potabilità delle acque, avrebbe spinto a moderare i toni, iniziando dall’impiego di una formula come quella riportata sopra. Una formula, peraltro, che sarebbe preliminare al riconoscimento della piena potabilità dell’acqua di Gela (come in effetti è parzialmente avvenuto a partire dalla fine del 2007).

L’ipotesi, suggestiva ma confusa, va riportata perché mostra quale sia il clima cittadino e quali siano le voci, i sospetti e le tensioni generate da una situazione di deprivazione relativa protratta nel tempo. Sospetti e tensioni che sorgono peraltro necessariamente,  associati come sono ad una inestricabile coltre che rende difficile il compito di accertare dati di fatto e responsabilità.

Come abbiamo visto, la semplice definizione dello stato delle acque e la loro potabilità si rivela un processo delicatissimo e sensibile, che vede le parti opporsi reciproche critiche riguardanti i criteri e le metodologie di analisi impiegate.

Se poi si ricercassero responsabilità oggettive concernenti l’insufficienza dell’erogazione delle acque e il malfunzionamento della rete idrica, ci si perderebbe nel novero di enti e livelli di competenza coinvolti nel servizio (Raffineria S.p.a., Eas, Ato, Siciliacque S.p.a., Caltacqua, amministrazione comunale, Commissario regionale per la crisi idrica).

Non vi è dunque davvero di che stupirsi, se alcuni attori della società civile e dell’ambientalismo scelgono la via dell’iperattivismo giudiziario, enfatizzando aspetti diversi e suggerendo l’esistenza di truffe condotte da un numero differente di soggetti in relazione alla gestione degli impianti, alla mancata osservanza dei contenuti delle convenzioni che regolano le relazioni tra enti coinvolti nel servizio e via dicendo in un crescendo di sospetti e denunce che divide la società locale e diffonde l’idea che non ci sia nessun interesse per la dimensione collettiva e pubblica.

5. Una rivolta per il pet-coke

Come si ricorderà, la questione idrica non esaurisce il novero dei temi spinosi che dividono la comunità. E infatti è ora giunto il momento di accennare a quella che, semplicisticamente, potremmo chiamare la “rivolta per il pet-coke”.

Questa è una delle vicende che meglio esemplifica la struttura e l’ordine delle relazioni nel territorio. Di più, è la storia che meglio di altre esemplifica il concetto di egemonia, inteso come controllo sulle forme mentali e culturali operato da un gruppo dominante su di un gruppo subordinato.[14]

All’interno di questa vicenda, come già altri hanno notato, [15] confluiscono infatti  molti temi riassumibili sotto il concetto di dipendenza. Si tratta di tematiche incontrate ripetutamente e in modo slegato all’interno della nostra ricerca, che nel corso di questa specifica vicenda si rinvengono però operanti in sincrono.

Per dipendenza occorre intendere la profonda introiezione dell’idea che la fabbrica sia centrale per gli individui e per la collettività, e che la sopravvivenza della stessa città dipenda da essa. Da qui, l’idea che occorra assecondare la fabbrica, non ostacolarla eccessivamente nella conduzione di manovre considerate fondamentale per la sua sopravvivenza, espansione o benessere.

In questo quadro ideologico, poco importa che la stabilità del sistema-fabbrica comporti dei costi sociali. Essi sono il necessario scambio per il mantenimento di quello che potremmo definire il corpo socio-industriale. Quel corpo quasi metafisico, ma quanto mai reale nelle rappresentazioni degli attori, che costituisce la fusione degli interessi della società locale a disporre di reddito e del capitale di generare profitti.

Entrando nel dettaglio, quella che chiamo la “rivolta per il pet-coke” è la grande manifestazione di popolo che ha avuto luogo all’indomani del sequestro dello stabilimento deciso dalla magistratura in seguito ad un’inchiesta che, sulla base delle norme del Decreto Ronchi (Dlgs. 22/1997), aveva indotto a definire rifiuto industriale il carbone da petrolio (o pet-coke) e giudicato illecito il suo impiego per alimentare lo stabilimento.

In breve, il pet-coke è il residuo solido che si ottiene dal processo di raffineria denominato coking. Malgrado l’elevato potere calorifico che lo caratterizza, il suo impiego come combustile non è comune in Europa a causa dell’elevato contenuto di zolfo, di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici che lo contraddistingue e al conseguente impatto ambientale che verosimilmente  deriverebbe dal suo uso. Tuttavia, esso costituisce senza dubbio un economico ed efficace modo di alimentazione della raffineria.

Diciamo che vi è un qualcosa di simbolico nell’impiego del pet-coke come carburante. Le parti meno nobili risultanti dal processo di lavorazione – paragonabile al funzionamento di un apparato digerente – prendono ad alimentare lo stesso processo; come un uomo che si alimentasse delle proprie stessi feci, insomma. Che vi sia qualcosa di perturbante in tutto ciò è confermato dall’inusuale e abbondante presenza di arsenico e molibdeno nel territorio di Gela, imputabile per l’appunto all’impiego di pet-coke;[16] ma anche dal rinvenimento di metalli pesanti,[17] diossine e un alto numero di sostanze legate al processo di combustione del pet-coke che hanno ragionevoli possibilità di generare stati tossici, malattie cancerogene e malformazioni.[18]

È all’interno di questo quadro, caratterizzato da una oggettiva devastazione ambientale e sanitaria e dalla presenza di un corrispondente provvedimento della magistratura impegnata a difendere la salute pubblica, che si colloca la reazione dei residenti. Nel 2002, apparentemente al grido di “meglio ammalati che disoccupati!”, [19]  circa ventimila abitanti di Gela scesero in strada in difesa della raffineria e contro l’ordinanza di sequestro, erigendo barricate, chiudendo le porte d’accesso alla città e ingaggiando scontri con le forze dell’ordine.

Vi sarebbero abbastanza elementi per concludere che nel 2002 si sia compiuta una ennesima, drammatica vicenda del sud. Una storia, fondamentalmente, riassumibile nei concetti di resistenza alla miseria e lotta per un’occupazione, qualunque essa sia. Oppure che in quell’anno abbia avuto luogo una rappresentazione biopolitica,[20] ovvero che si sia assistito al momento apicale di un processo di disciplinamento che è riuscito ad indurre le masse locali a interiorizzare l’etica della produzione, del lavoro e del profitto a discapito della vita.

Tuttavia sarebbe troppo frettoloso liquidare la questione unicamente in questi termini, malgrado è molto probabile che essi rappresentino accuratamente una buona parte della realtà. Per una ricostruzione corretta occorre tuttavia considerare il peso della disinformazione, il ruolo dei sindacati e, infine, la pressione del locale senatore forzista Giacomo Ventura, che s’incaricò, di concerto con lo staff dell’allora Primo Ministro Silvio Berlusconi, a far emanare un decreto che ridefiniva la natura di rifiuto del pet-coke trasformandolo in combustibile.[21]

In ordine, la disinformazione è quella dei residenti, in buona parte impossibilitati a comprendere sino in fondo ciò di cui si stava discutendo, l’importanza della violazione perpetrata dall’azienda e i suoi effetti sulla vita.

Certamente, non si può credere che quelle masse fossero nella loro interezza sprovvedute, ignoranti, insensibili. Gli effetti dell’industrializzazione erano chiari ai più in ragione degli alti tassi di malformazione e di quella confidenza con la malattia e il dolore che caratterizzava già da tempo la vita della comunità.

Quelle masse, più probabilmente, erano semplicemente ambivalenti. L’ambivalenza, infatti, è probabilmente il carattere principale di questa popolazione divisa per buona parte tra legalità e informalità, tra sentimenti ambientalisti e fedeltà all’azienda.

Lo conferma, tra l’altro, la compostezza con cui l’anno successivo la stessa popolazione accolse il sequestro di novanta serbatoi, malgrado i problemi che quest’atto poneva all’occupazione e ai profitti aziendali. Ma nell’anno della rivolta fu  probabilmente sufficiente che alcuni professionisti della mobilitazione (forse i sindacati?) enfatizzassero alcuni aspetti a discapito degli altri per ottenere quella grandiosa occupazione della città che ancora oggi ricordiamo.

Beninteso, con l’eccezione della Cgil che rivendica orgogliosamente un ruolo attivo,[22] i sindacati aderirono alla manifestazione una volta che essa fu spontaneamente indetta dalla popolazione e, inoltre, tutte le sigle respinsero ogni responsabilità per la deriva violenta che a tratti ne derivò. Tuttavia molte testimonianze raccolte da me e da altri ricercatori[23] sostengono che la “triplice” giocò un ruolo importante e neanche troppo occulto nel gestire la mobilitazione, presenziando il campo e interloquendo con attori chiave della rivolta.

Che il suggerimento sia plausibile appare confermato dalla sensazione che il sindacato gelese di questi anni risenta degli stessi limiti strutturali che ne limitarono l’azione già cinquant’anni fa e che perciò possiamo chiamare atavici.

Quei limiti che, nella lettura fornita da Hytten e Marchioni (1970), derivano sostanzialmente dal fatto che l’azienda con la quale il sindacato si trova a interagire non è stata per lungo tempo un’azienda qualsiasi, ma una “azienda di stato”. Una azienda incaricata storicamente di contrastare l’oligopolio delle grande imprese private e l’organizzazione terriera meridionale.

Un’azienda, inoltre, che persegue obiettivi capitalistici ma è chiamata a farlo in un’ottica di “socializzazione dei profitti”, ovvero di distribuzione di lavoro e benessere. Il sindacato locale, così come il resto della società gelese, si è formato considerando lo stabilimento petrolchimico come una proprietà pubblica, ovvero una entità amica e non certamente aliena.

A questa disposizione psicologica, occorre aggiungere un deficit di rappresentatività, che coinvolge peraltro anche il mondo politico in senso proprio. Sindacato e politica sono accomunate dal fatto di rappresentare in modo imperfetto le istanze collettive e sociali, mentre si presentano nei confronti dell’industria in nome di gruppi e interessi particolari.

Non è del resto un caso che molti sindacalisti siano transitati attraverso il meccanismo dell’ereditarietà del posto di lavoro (il famoso passaggio “da padre in figlio”), riproducendo in prima persona quelle che potremmo chiamare le forme elementari del dominio e contraendo dei debiti nei confronti dell’azienda sin da subito.

Non stupisce dunque che l’idea di molti sindacalisti intervistati che il sindacato moderno non debba inseguire la rottura, ma la contrattazione e la ricerca delle convergenze tra “padronato” e “rappresentanza”. Tuttavia, una prospettiva metodologicamente individualista[24] suggerisce di non indulgere troppo con la critica strutturalista e di chiedersi anche se i sindacati, che forse organizzano una grande rivolta di popolo contro la chiusura di un’azienda individuata come l’unica, vera datrice di lavoro nel territorio (quella che fornisce lavoro anche ai “padroncini”), non stessero forse compiendo la propria missione, consistente nella difesa dell’occupazione e nella salvaguardia dei salari e del benessere.

E se questo fosse vero, come uscire da questa contraddizione di fatto, da questa adesione ad un’ideologia padronale che è però anche difesa del benessere relativo? Come costringere, inoltre, uomini convinti dell’ineluttabilità dello status quo così come lo sono i sindacalisti a imbracciare una visione diversa, meno Eni-centrica? Soprattutto è davvero possibile un’alternativa al veleno e ai fumi dell’azienda?

Il tentativo di rispondere compiutamente a questi dilemmi ci porterebbe lontani dalla specifica vicenda storica trattata qui, ed è probabilmente opportuno posporre questa impresa. Per quanto verrebbe da dire che una prima risposta a una parte di quesiti è stata fornita dal Sen. Giacomo Ventura, colui, come si ricorderà, che impose la ridenominazione del pet-coke, facendolo elencare tra i combustibili anziché tra i rifiuti.

Un po’ come il Ministro Donat Cattin anni prima, il quale per far fronte al preoccupante livello di contaminazione delle acque aveva pensato di aggirare il problema elevando la soglia minima di inquinanti ammessi, il Sen. Ventura con un semplice gioco di prestigio, in spregio delle evidenze scientifiche e al principio di cautela, chiese alla sua comunità politica di trasformare per legge un prodotto dall’elevata tossicità in una sostanza come un’altra (“tanto sono tutti veleni”, sembra di udirlo dire nel chiuso delle stanze).[25]

Ma evidentemente non bastava il mero formalismo a poter mettere al sicuro dalle critiche l’azienda e la lobby politica che la sosteneva. Occorreva accompagnare il provvedimento di legge con delle garanzie e, al contempo, con un grandioso piano di comunicazione che desse la sensazione di una nuova stagione nell’attenzione dell’azienda per la difesa dell’ambiente e la tutela della salute. Ecco dunque l’annuncio di 200 milioni di euro spesi per l’ambiente,[26] e, soprattutto, l’impiego della tecnologia SNOx per l’abbattimento dei fumi (una Best Available Technology, proprio come impone l’Unione Europea).

Con questa mossa si potrebbe dire che l’epoca delle polemiche è finita. La straordinaria strategia comunicativa dell’azienda, consistente nell’ammettere gli errori del passato e nell’annunciare un cambiamento di rotta basato su investimenti più che ingenti e sulla responsabilità sociale hanno di fatto contribuito a diffondere un consenso molto più esteso che in passato.

I sindacati appaiono dunque come i principali sostenitori dello sforzo aziendale, i massimi amplificatori del nuovo corso. Ma la condivisione di questo punto di vista è larghissima anche in strati differenti della popolazione. Persino tra coloro che non esitano a definirsi critici, è decisamente comune rinvenire un certo accordo sui progressi e sugli sforzi che lo stabilimento ha compiuto in questi anni.

Sembrerebbe, insomma, di trovarsi dinanzi un clima relativamente pacificato. Una stagione nuova ma non inedita, che continua a fondarsi prevalentemente sul formalismo giuridico, il ricatto occupazionale, l’asimmetria delle forze in campo e la paura. O, se si preferisce, sul realismo e la consapevolezza di una straordinaria limitatezza delle scelte disponibili. In fondo, davvero niente di nuovo sotto il cielo.

 

7. I resistenti: argomenti e metodi della lotta ambientalista

 

Nonostante la grande campagna comunicativa condotta dallo stabilimento, esistono degli oppositori che non accettano acriticamente la retorica del mutamento e sollecitano l’azienda a continuare lo sforzo. Si tratta dei movimenti ambientalisti come Lega Ambiente, Aria Nuova e Amici della Terra.

 

Le critiche poste da questi gruppi rimarcano l’approccio sostanzialmente conservatore che si cela dietro la scelta dell’azienda di impiegare il pet-coke, sottolineano  i limiti delle tecnologie impiegate, la loro gestione e conduzione nelle condizioni ordinarie di produzione.

 

Riprendendo alcune osservazioni dell’ex-ministro Ronchi sulla imprescindibilità dei monitoraggi nel quadro tecnico realizzatosi con il decreto promosso dal Sen. Ventura, un rapporto di Lega Ambiente nota come questi controlli, obbligatori per legge, per anni non abbiano avuto luogo e tale omissione abbia cagionato una condanna per l’azienda nel 2006 (ben quattro anni dopo l’emanazione della nuova normativa).[27]

 

Partendo dall’analisi di documenti prodotti dall’Eni, lo stesso rapporto nota per esempio che le tecnologie attualmente sul mercato non sono in grado di ottenere una reale e profonda conversione delle cariche petrolifere pesanti. Nessuna di esse permetterebbe di azzerare o, almeno, di ridurre significativamente la produzione di olio combustibile e pet-coke. Dal punto di vista dell'impatto ambientale, l’utilizzo di tali residui di raffinazione in centrali di potenza pone grossi problemi, a causa dei contaminanti presenti nei greggi e concentrati nelle frazioni più pesanti (in particolare metalli, zolfo ed azoto), che conducono all’inevitabile emissione in atmosfera di prodotti altamente inquinanti.

 

Tuttavia la ricerca condotta dalla stessa Eni avrebbe individuato una nuovo complesso di tecnologie, specificamente quelle denominate Eni Slurry Technologies (EST), che permetterebbero di superare le attuali modalità  di impiego dei combustibili correnti. Le nuove tecnologie, sperimentate a Taranto e da applicarsi massivamente in uno stabilimento posto a Sorrazzana,  permetterebbe di ottenere la conversione pressoché completa di cariche petrolifere pesanti (viene praticamente azzerata la produzione di olio combustibile e coke di petrolio), ed offrire significativi vantaggi in termini di rese e qualità dei prodotti ottenuti (eccellente rimozione dei veleni presenti nelle cariche quali in particolare metalli e zolfo).