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NOTIZIE 2007/2011 Focus Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento

Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento

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Lo chiamavano ''sviluppo'': il complicato rapporto di Gela con l'Eni e le prospettive di risanamento
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di Pietro Saitta - 9 novembre 2008 - terrelibere.org







Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
“La Sicilia come il Texas”, è quello che molti pensano. Mezzo secolo dopo il conto del sogno è servito: malformazioni, malattie da industrializzazione, risorse idriche devastate e sottratte ai territori, criminalità organizzata. Gela è una delle capitali italiane della petrolchimica: inizia da qui la resistenza ai padroni dell’oro nero. Il risanamento e l’impatto socioeconomico dell’industria petrolchimica.

1.      Gela


“Il rappresentante della General Electric guardava il panorama dal finestrino dell’automobile. Era stupito dalla bellezza della campagna, quella che si incontra venendo da Catania…Finalmente arrivammo in quel punto della strada dove, all’improvviso, si vedono i camini della raffineria e la città che si estende a perdita d’occhio…Ad un tratto, il manager americano mi chiese se era vero che le forze alleate fossero sbarcate a Gela quando ci fu la liberazione dell’isola. Risposi di sì, che ricordava bene. ‘Ah’, disse, ‘quelle sono dunque le case rimaste in piedi dopo il bombardamento?’. Fu allora che capii… È così che chi viene da fuori vede Gela: come una città bombardata…”.

Credo che nel racconto di questo testimone, un imprenditore locale che siede al vertice di una impresa metalmeccanica di medie dimensione oltre che della sezione gelese di Confindustria, vi siano tutti i principali elementi necessari ad introdurre, anche cronologicamente, il nostro studio di caso. La campagna innanzitutto, la raffineria poi, lo spontaneismo edilizio successivamente, una estetica urbana “apocalittica” infine.

Ciascuno di questi elementi può essere inteso come una vicenda a sé, meritevole di approfondimenti e ricostruzioni storiche e antropologiche. Tuttavia, per quanto si possa guardare ad ognuno di questi elementi come storie e settori particolari, sarebbe meglio osservare l’intreccio di queste dimensioni in una prospettiva sistemica. Sarebbe cioè opportuno osservare come ciascun tassello di queste isolate storie economiche, sociali e politiche prepari il campo per le svolte complessive successive (delle “cesure” vere e proprie, talvolta; delle semplici “innovazioni” caratterizzate da sostanziale continuità, più spesso).

A ridosso di queste macro-storie, si addossano, com’è ovvio, tante altre piccole storie, di matrice tanto individuale quanto collettiva (propria di specifiche categorie e sottogruppi presenti nell’area) a cui è però devoluto l’onere quotidiano del mutamento e delle trasformazioni. Trasformazioni tuttavia che, con la chiara eccezione della svolta industriale e del conseguente passaggio da forme economiche di tipo rurale ad una economia mista (industria, terziario, edilizia, agricoltura), non hanno quasi mai caratteri radicali.

In altri termini, dopo lo sconvolgimento iniziale, risalente ai primissimi anni sessanta (quelli in cui si insedia lo stabilimento petrolchimico dell’Anic Gela S.p.A, una società dell’Eni), il territorio gelese non va incontro ad ulteriori shock e ogni mutamento assume sembianze per lo più “minime”, incanalate cioè nella quotidianità e nelle routine amministrative.

[1]

In questi anni così “ordinari” non mancheranno momenti topici, come per esempio la guerra di mafia degli anni ottanta e novanta, l’assalto al municipio contro le politiche anti-abusivismo del 1983 o la grande manifestazione di piazza e popolo del 2002 “a favore del pet-coke”. Tuttavia questi sono da considerarsi momenti eccezionali, che costituiscono l’apice di fermenti  dal carattere sporadico, per quanto profondamente connaturati alla sistemica della vita quotidiana (se non altro perché la mafia è una presenza radicata e profondamente intrecciata con l’economia locale, l’abusivismo è collegato all’abitare e la rivolta per il pet-coke è connessa ai salari e all’esistenza).

Ma a tempo debito vi sarà spazio per approfondire ciascuno di questi argomenti. Quello che ora preme sottolineare è che la vicenda di Gela non si esaurisce nella dimensione locale e nel suo essere, per l’appunto, un semplice studio di caso.

Questa cittadina affacciata sul Mediterraneo, infatti, incarna a suo modo questioni più ampie, legate ai temi dello sviluppo e della dipendenza. La sua è una storia locale  molto meno particolare e minuscola di quanto possa apparire. Al suo interno confluiscono modalità di relazione e potere che hanno caratteri generali e a loro modo universali e che sono in sostanza connessi alla relazione tra grande capitale[2] e territori periferici.

Parlare di Gela significa infatti discutere della relazione tra centro e periferia, degli esiti dell’industrializzazione diretta centralmente, del sottosviluppo (o dell’“industrializzazione senza sviluppo”),[3] delle relazioni “coloniali” (un’espressione forte, secondo chi scrive decisamente calzante, ma riproposta frequentemente dagli attori sociali),[4] del ricatto occupazionale, dell’incertezza, del rischio sanitario e della resistenza che essa genera in ristretti gruppi, della passività delle masse e dell’illegalità come risorsa.

In fondo, non deve essere un caso se una città di poco più di 77.000 persone sia riuscita nel corso del tempo ad inspirare una ingente massa di libri, [5] studi e repertori vari di impronta direttamente o vagamente sociologica. Che si veda o meno il nesso intercorrente tra il particolare e il generale, quello di Gela è uno di quei casi emblematici che diventano sintomo e simbolo di una crisi connessa in ultima analisi al capitale e ai suoi effetti sulle persone e i territori.

2.      Metodologia e obiettivi

La ricerca qui presentata, dedicata all’impatto sociale dell’industria petrolchimica operante nel territorio Gela, è  di tipo qualitativo. Lo studio si è avvalso di 51 interviste semistrutturate rivolte a testimoni locali così divisi:

                                          -            soggetti istituzionali (politici in carica);

                                           -            membri dell’universo associazionistico (ambiente e salute);

                                           -            imprenditori (settori manifatturiero, edile, agricolo);

                                           -            testimoni “privilegiati” (soggetti che per la posizione ricoperta al momento in passato sono in grado di fornire una visione dettagliata di fasi storiche importanti);

                                           -            lavoratori del settore industriale (operai dello stabilimento e dell’indotto);

                                           -            cittadini (uomini e donne selezionati in ragione del quartiere d’appartenenza).[6]

 

In aggiunta alle interviste in profondità, è stato realizzato un focus group che ha coinvolto 9 operai in pensione appartenenti al reparto Clorosoda, uno dei più pericolosi tra quelli presenti all’interno dello stabilimento petrolchimico (chiuso nel 1994).

Il focus group in questione ha scarsa rappresentatività dacché,  per quanto numerosi siano i partecipanti, è arduo attribuire una qualsivoglia validità a un singolo incontro (Morgan 1988; Krueger 1994; Liamputtong e Ezzy 2005)  e anche perché il gruppo era estremamente selezionato, composto com’era da un’unica categoria di lavoratori, per giunta riuniti in un’associazione impegnata a rivendicare un risarcimento per le condizioni di lavoro intrattenute per circa un ventennio nel reparto in questione. Il focus group, tuttavia, serviva a raccogliere quanti più dettagli possibili sulle modalità di lavoro all’interno di reparti critici dell’impianto petrolchimico e anche sul fenomeno del “pendolarismo” lavorativo (in ragione della relazione tra esposizione prolungata a fattori patogenici e l’insorgenza di malattie professionali). L’incontro è stato peraltro l’occasione per un interessante processo di ricerca-azione, dacché ad esso ha presenziato nella veste di ascoltatore un esperto medico legale, che ha avuto modo di consigliare il gruppo sulla plausibilità delle singole azioni giuridiche individuali.

Inoltre mi sono avvalso di un certo numero di conversazioni informali tenute con differenti tipologie di soggetti in situazioni variegate legate alla vita quotidiana e ho avuto altresì modo di frequentare la mensa dello stabilimento Eni per un periodo di circa due settimane, intrattenendo sporadicamente delle conversazioni con gli operai e ascoltando discorsi relativi, oltre che a famiglia, calcio e ad automobili, alle condizioni di lavoro e di sicurezza all’interno della fabbrica. Le conversazioni informali e gli stralci utili di discorso estorti nel corso dei miei pranzi allo stabilimento sono stati riportati in un diario etnografico che ho puntualmente aggiornato per tutto il corso della ricerca.

In particolare, il nostro studio qualitativo si proponeva di indagare e rinvenire:

1.      orientamenti ed idee relativi ai piani di risanamento, e più in generale, alla rigenerazione dell’area di Gela a partire dai bisogni e dalle aspirazioni dei cittadini (collezione di punti di vista e analisi “dal basso”); 

2.      le vocazioni territoriali e i possibili agenti di trasformazione  (quali forze economiche e sociali sono attive in città e quale impatto hanno sulla vita della città);

3.      rappresentazioni e percezioni legate al rischio ambientale (salienza e riconoscimento del rischio da parte degli attori sociali);

4.      percezioni in merito ai servizi sanitari pubblici (facilità di accesso; corrispondenza ai bisogni diffusi tra la cittadinanza; suggerimenti in merito al loro potenziamento e alla loro riorganizzazione);

5.      le relazioni fiduciarie “orizzontali” e “verticali” (ovvero la fiducia esistente tra attori istituzionali e  quella serbata dai cittadini nei confronti delle istituzioni);

6.      le visioni relative allo sviluppo presenti nel tessuto sociale (“continuità” o “innovazione” del modello economico fondato sull’industria petrolchimica);

7.      il mutamento della cultura operaia e le relazioni interne alla fabbrica (solidarietà e coesione).

 

La ricerca non mirava evidentemente a ottenere risultati muniti di rappresentatività in senso statistico; piuttosto intendeva fornire indicazioni relative alle principali problematiche sopra menzionate e alle prospettive degli attori sociali nell’area indagata.

Entrando nel dettaglio, occorre specificare che l’orientamento espresso nel piano consiste nel superare la distinzione tra testimoni “privilegiati” e “non privilegiati”. Si ritiene infatti che, in linea di principio, tutti gli attori locali possiedano un punto di vista “privilegiato”, essendo essi in grado di fornire rappresentazioni e punti di vista differenziati ma egualmente titolati, in ragione della conoscenza dell’ambiente e delle sue problematiche e in quanto depositari e produttori di “retoriche comuni” relative ai luoghi.

Per tale ragione, si è ritenuto necessario includere nello studio alcuni cittadini comuni, impiegati nel petrolchimico o semplicemente residenti nell’area considerata. L’adozione di questa visione “egualitaria” ha portato a considerare meritevoli di attenzione tanto i soggetti istituzionali quanto i “semplici cittadini” e, sul piano metodologico, ha implicato la scelta di adottare una traccia di intervista dalla struttura comune per tutti i casi selezionati, ma ciò nonostante flessibile.

La traccia di intervista è stata applicata in modo ragionato, dedicando a seconda degli interlocutori uno spazio più o meno ampio alle varie tematiche ma restando pronti a cogliere gli spunti inattesi che sono emersi dalle conversazioni e a sfruttare le conoscenze acquisite nel corso dell’indagine per innovare la griglia e meglio adattarla ai diversi attori e alle circostanze.

I soggetti contattati sono stati originariamente reclutati sulla base di un criterio di “pertinenza” (nel caso dei soggetti istituzionali, delle associazioni ambientaliste, sanitarie e di imprenditori) e, successivamente, con metodo “reputazionale” (chiedendo a ciascun testimone di indagare altri soggetti che a loro giudizio meritassero di essere ascoltati in ragione del ruolo o dei risultati ottenuti nel corso della loro carriera) (Warner 1963; Hunter 1963; Stone 1988).

I risultati, che si prestano ad ovvie critiche in ragione del rischio di autoselezione (King, Keohane e Verba 1994; Liamputtong e Ezzy 2005), non sembrano però eccessivamente condizionati dai limiti connaturati al metodo. Molti dei soggetti contattati con questo criterio, infatti, esprimevano spesso posizioni radicalmente opposte a quelle degli individui che ne avevano consigliato l’ascolto ed erano, in certi casi, in rapporti di semi-ostilità con essi.

Un ruolo fondamentale, inoltre, è stato giocato da un “intermediario/garante”[7] la cui credibilità e influenza sul territorio si è rivelato un prezioso passpartout  per avere rapidamente accesso a testimoni, rendendo possibile ad una sola persona l’ardua impresa di contattare un numero tutto sommato elevato di testimoni in poco meno di un mese di lavoro.[8]

Vale inoltre la pena di sottolineare che la prospettiva analitica che ho prescelto è per così dire sistemica. Essa pone infatti al centro della riflessione il capitale e la sua capacità trasformativa, ma, come si sarà compreso, non prescinde per questo motivo dal ruolo degli altri attori sociali coinvolti nel processo di mutamento.

L’enfasi sul capitale non trova la propria ragione d’essere in una avversione aprioristica, ma nel riconoscimento della profonda asimmetria che caratterizza le relazioni presenti in campo.

Nel descrivere un dinamica essenzialmente di potere come quella discussa qui, non è possibile fare a meno di definire chiaramente i ruoli degli attori. E la centralità assunta dal capitale nella descrizione corrisponde esattamente alla vastità di investimenti, risorse economiche e influenza che l’“impresa di stato” ha messo in campo per trasformare questo territorio e trasformarlo in una “capitale della petrolchimica”.[9]

Ciò, come si diceva, non significa però trascurare il ruolo di coloro che gravitano nell’area di azione del colosso industriale, ovvero di quel operatore che marca il campo e incorpora in sé, in ragione della propria evidente e naturale centralità, tutti i processi attivi e reattivi degli attori presenti nel campo.

A partire da questa concezione “disposizionale”, è possibile definire lo spazio dell’azione (il “campo”) come quel luogo creato dagli attori attraverso le loro relazioni; e in particolare attraverso azioni miranti costantemente ad affermare e contrastare le posizioni di dominio e subalternità, di avanguardia e retroguardia (Bourdieu 1994).

E ad iniziare da questo primo inquadramento, possiamo immaginare lo spazio anche come un movimento centrifugo, prodotto da soggetti marginali interessati a riappropriasi di aree sottoposte all’egemonia di un potere che essi avvertono come alieno (Lefebvre 1991). Infine possiamo definire l’ insieme di relazioni conflittuali sin qui ipotizzate e il gioco alla reciproca neutralizzazione che ne consegue, come delle pratiche di resistenza, volte a riequilibrare i differenziali di potere in campo (Scott 1990).

Fuori da formule astratte, la breve cornice teorica qui presentata serve a introdurre i principali argomenti del presente rapporto, incentrato per buona parte sul risentimento di alcuni attori sociali (marginali e vittimali, isolati o appartenenti ad associazioni) e sulle loro aspirazioni a ricevere delle forme di risarcimento per i danni subiti, sugli scenari economici alternativi o complementari allo stabilimento e, infine, sulla “chimera delle bonifiche” (come recita il titolo di un pessimistico rapporto di Legambiente).[10]

L’idea di fondo, in altri termini, è che la storia contemporanea dello stabilimento debba essere letta nella sua relazione con le forme di opposizione e resistenza sorte nel territorio nei primi anni novanta, oltre che con il mutamento del quadro legislativo nazionale in materia di difesa ambientale.

Del resto, queste stesse legislazioni vanno intese come il frutto di molteplici lotte decentrate sostenute da differenti oppositori impegnati ad agire dal basso o da dentro le istituzioni, oltre che come un passo obbligato da parte del legislatore in ragione degli alti costi sociali e sanitari derivanti dall’inquinamento industriale. Riconoscere dunque il diritto di voce a tali oppositori non è tanto un tributo dovuto nei confronti di chi esercita la cittadinanza attivamente quanto una necessità metodologica, considerato il peso che molti di questi soggetti hanno avuto nel sottolineare la gravità della situazione ambientale gelese, le sentenze giudiziarie che hanno contribuito a produrre e la progettualità che si cela dietro alcune proposte.

Questo non significa evidentemente che questi attori abbiano sempre ragione o che i loro punti di vista si basino sempre su fatti inoppugnabili. Al contrario, molte delle loro pretese e supposizioni in materia di ambiente e salute si fondano su presupposti fallaci o indimostrabili. La chiara debolezza di alcune argomentazioni, tuttavia, nulla leva all’importanza delle questioni che esse racchiudono.

Questioni riassumibili nelle formule del diritto alla salute, ad una informazione accurata, a risarcimenti personali e collettivi che assumano le forme di somme, pensioni, strutture sanitarie e altro ancora. Ma anche questioni più generali, legate alla preponderanza del dubbio in territori così fortemente caratterizzati dalla presenza industriale, alla disperazione che lo sviluppo può generare quando intacca o dà l’impressione di intaccare la salute, alle divisioni che l’industria crea in seno alle comunità. E anche alla possibilità di cambiare le economie locali, di renderle ecosostenibili o, quantomeno, non dirompenti in termini di salute pubblica.

Gela non è forse un caso speciale, ma è senz’altro uno spazio fisico e morale che permette di vedere da vicino molte di queste fondamentali dinamiche della modernità. Dinamiche all’interno delle quali confluiscono temi propri della sociologia dei movimenti, dell’ambiente e dell’economia. In questo senso, interrogarsi su questo territorio è un modo per semplificare la riflessione e interrogarsi su questioni ampie a partire da un caso minuto e particolare.

Nel presente documento sono discussi in maniera sintetica i risultati dello studio relativi ai punti sopra elencati. Per una discussione più completa si rimanda dunque alla versione estesa del Rapporto.

3.      Ambiente: fatti e percezioni

Nell’introdurre la nostra analisi sulle percezioni dell’ambiente da parte degli attori sociali, potrà risultare opportuno discutere brevemente le caratteristiche attuali dello stabilimento Enichem di Gela.
 
Il locale petrolchimico è un complesso di grandi dimensioni che ospita varie società, tra cui Raffineria di Gela, Polimeri Europa, Syndial, Enichem, Agip Petroli, ecc.

Nel sito vi sono due impianti di distillazione atmosferica, un impianto di distillazione sottovuoto, un Gofiner, due Coking, un impianto per il cracking catalitico, uno di alchilazione e un Claus per il recupero dello zolfo. L’Agip Petroli ha una capacità di raffinazione di circa 6 milioni di tonnellate di greggio e produce benzine, gasolio, gpl e petcoke.

La raffineria è alimentata da una centrale termoelettrica da 262MW che brucia diversi combustibili (olio combustibile Atz , Tar e Btz, metano algerino, etc.) tra cui, caso unico in Italia il coke da petrolio, meglio noto come pet-coke, una sostanza di scarto del processo di cracking.

I fumi emessi sono trattati con il cosiddetto processo SNOx, che dovrebbe rimuovere polveri, ossidi di azoto (NOx) e di zolfo (SOx).

Le acque vengono trattate in un impianto di depurazione Tas/Cte. Un impianto biologico garantisce il trattamento delle acque di scarico oleose di raffineria e dei reflui urbani di Gela. Il complesso industriale utilizza 20 milioni di metri cubi d’acqua potabile provenienti da un dissalatore, costruito con il finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno e gestito dall’Agip, mentre per gli abitanti ne rimangono solo 9 milioni.

L’impianto eroga una serie di servizi comuni, come vapore ed energia elettrica, dissalazione dell’acqua di mare, distribuzione di fluidi, ecc. Le sostanze chimiche trattate ed emesse dalle industrie di Gela includono biossido di zolfo, ossido di azoto e polveri legate ad attività di raffinazione, oltre ad ammoniaca, fluoro, acido fosforico, dicloroetano e cianuri .[11]

Per quanto sia esplicativo della complessità dello stabilimento, questo mero elenco tecnico non dice in sé nulla relativamente ai livelli di inquinamento rilevati. A tal proposito, ricorderò al lettore che nel corso degli anni sono state avviate diverse indagini giudiziarie, conclusesi spesso con sentenze di colpevolezza ai danni di alti funzionari dello stabilimento.

Una delle indagini più impressionanti è probabilmente quella del 2003, che ha portato al sequestro di novanta serbatoi, le cui perdite avrebbero cagionato gravi infiltrazioni nelle falde acquifere. Senza eccedere in tecnicismi, si può notare che “i dati disponibili evidenziano che lo stabilimento è fonte causale di impatto sulla qualità dell’aria con riferimento particolare alle rilevanti emissioni annue di biossido di zolfo, ossidi di azoto e particolato” (DPR n. 915, 22). Con riferimento all’inquinamento dell’acqua, si è invece accertato che per lungo tempo il 56% dei reflui del polo industriale hanno avuto “come corpo ricettore direttamente il mare, mentre il rimanente è stato quasi esclusivamente scaricato nel fiume Gela in zona foce” (DPR n. 915, 23).[12]

Tuttavia, in questa fase non è tanto utile insistere su quanto lo stabilimento abbia inquinato nel corso degli anni, quanto riflettere sul genere di interrogativi e tensioni che alcuni elementi precedentemente riportati nella breve lista tecnica hanno sollevato. In breve, queste tensioni riguardano l’impiego delle risorse idriche, l’uso del pet-coke come combustibile per l’impianto e l’efficacia della tecnologia SNOx.

L’adeguatezza delle nuove tecnologie  è al momento una questione per specialisti. Il sistema di abbattimento dei fumi, considerato dai più un fatto positivo nella lotta all’inquinamento, è infatti ampiamente criticato dagli ambientalisti per la dubbia efficacia. Ma la tematica è al momento troppo tecnica per diffondersi tra la popolazione e viene posta in una stagione di distensione nella relazione tra industria e società, in cui tutti apprezzano gli sforzi finanziari intrapresi dalla raffineria per mitigare il suo impatto ambientale. Le alte questioni, invece, coinvolgono la cittadinanza nella sua interezza per i riflessi che hanno avuto sulla vita quotidiana della comunità.


4.      La questione idrica

Iniziamo dunque dalla questione idrica, che si pone per prima nella storia delle relazioni tra città e industria e che incarna anche simbolicamente la questione del potere. Nei suoi caratteri di fondo, il problema è così delineato: l’industria impiega acqua di falda, mentre alla popolazione è riservata acqua dissalata. Un’acqua, quella a cui ha accesso la popolazione, che non viene bevuta e che è impiegata unicamente per i servizi igienici e per lavarsi.

E se ci si chiedesse come è possibile che questo avvenga, la risposta è che gli impianti industriali potrebbero essere danneggiati dall’acqua salina, per quanto trattata.[13] Stando così le cose, si è dunque ritenuto che  fosse meglio invertire la logica e destinare acqua di dubbia qualità alle persone piuttosto che alle cose.

Ancora più interessante, in una prospettiva attenta alle relazioni di potere, è il fatto che nel periodo che va dal 1963 agli anni novanta, il 50% dell’acqua di falda portata in città dall’invaso sul fiume Dirillo per mezzo di un acquedotto costruito dall’Anic, appositamente trattata attraverso un impianto di trattamento delle acque presente nello stabilimento, non veniva impiegata per fini industriali, ma civili.

Tuttavia la popolazione a cui l’acqua così trattata veniva distribuita non era quella di Gela nella sua interezza, ma quella residente nel Villaggio Macchitella, composta all’epoca da personale dell’industria (Vasta 1998, 47-48).

Intorno alla metà degli anni settanta, impiegando i fondi della cassa del mezzogiorno, viene costruito un dissalatore, gestito dalle maestranze dello stabilimento. L’acqua prodotta viene ceduta all’Ente Acquedotti Siciliani (Eas) per tutti gli usi civili.