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NOTIZIE 2007/2011 Focus Italia radioattiva: l'inchiesta

Italia radioattiva: l'inchiesta

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Italia radioattiva: l'inchiesta
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di Monica Centofante - 4 novembre 2008

9 miliardi di Euro. Tanto è costata agli italiani, a seguito del referendum abrogativo del 1987, la decisione di spegnere definitivamente le centrali nucleari nel nostro Paese.




Tuttavia ancora oggi, a distanza di oltre 20 anni, i rifiuti radioattivi sono custoditi non in condizioni di massima sicurezza e gli impianti non ancora completamente smantellati.
Ne ha parlato lo scorso 2 novembre la trasmissione “Report”, condotta in studio dalla giornalista Milena Gabanelli che ha mandato in onda su Rai Tre l’inchiesta “L’Eredità” a firma del giornalista Sigfrido Ranucci. Delineando il quadro inquietante di un'Italia pronta a tornare al nucleare, ma già sepolta da 30 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, destinati, fra qualche anno, a diventare 120.000.
Lo smantellamento, spiega Ranucci, era stato affidato – solo nel 1999 – alla società pubblica Sogin, nata al momento della privatizzazione da una costola dell'Enel. Che fino ad ora ha provveduto unicamente a spostare le barre di combustibile da alcuni impianti.
Per questo alla centrale nucleare di Caorso (vicino a Piacenza), la più grande d’Italia, vi sono circa 700 barre di combustibile con 1.300 kg di plutonio. Materiale recuperabile per il 97%, perché ancora utile per produrre energia elettrica, ma che per questo sarà consegnato ai francesi. Mentre a noi torneranno le scorie “e da qualche parte dovremmo metterle”. Lo sottolinea in studio la Gabanelli apostrofando: “Perché il nucleare non è un'attività come le altre”. “Quando è stata costruita la centrale di Caorso, un funzionario dell'Enel andò un paio di volte in comune a Piacenza e sbrigò tutta la faccenda da solo. E' andato più o meno così dappertutto con molto pressappochismo, un po' di bugie e tanta ignoranza sugli effetti collaterali”.
Anche negli impianti della Casaccia, a 25 Km da Roma, si contano 100 fusti contaminati da plutonio che dagli anni ’80 devono ancora essere messi in sicurezza. Nel deposito n. 10 – annota ancora Ranucci – si trova “il materiale più strategico”: “un centinaio di Kg di uranio arricchito” e “5 Kg e mezzo di plutonio”. Che per il project manager Casaccia, Giuseppe Bolla, potrebbe, nell'ipotesi, anche essere utilizzato a fini militari. In risposta al giornalista afferma deciso: “E' materiale sensibile. Ci sono dei problemi di security che anche io devo rispettare”.
Peccato però, che l'unico problema di security manifestatosi fino ad oggi sia stato provocato dall'esplosione del sistema antincendio montato dall'Elektron. Che, lo spiega Ranucci è la “stessa ditta incaricata dal vecchio commissario della Sogin, Carlo Jean, di mettere al riparo gli impianti nucleari dagli attentati terroristici”. Da allora, dopo una catastrofe evitata per miracolo, la situazione non è mai davvero cambiata. Ad affermarlo è questa volta un ex dirigente dell'Enea che al giornalista racconta come l'impianto sia stato mandato avanti “per oltre un anno e mezzo senza niente, senza l'antincendio, mettendo nel turno di reperibilità, h 24, facendo dormire le persone dentro, gente che non sapeva neanche dove stessero gli estintori. C'è stato un allarme il personale è scappato”.
E che dire delle 64 scatole a guanti in cui veniva assemblato il combustibile nucleare e tutte contaminate tanto che negli ultimi 2 anni 9 operatori hanno inalato plutonio?
E del fatto che la Casaccia è anche il più grande deposito di rifiuti radioattivi d’Italia con circa 7 mila metri cubi chiusi in depositi arrugginiti ormai al limite della capienza?
Storie di vera follia  che si ripetono a Garigliano, nella campagna di Caserta, zona ad alta pericolosità sismica nella quale ha sede una centrale spenta dal ’78; a Borgo Sabotino, dove vi è il problema della grafite radioattiva impossibile da spostare se prima non si localizza un sito appropriato o sugli argini della Dora Baltea che ospitano il centro nucleare di Avogadro di Saluggia, in un sito che ha subito già tre allagamenti in 15 anni. L'ultimo nel 2000, annota Ranucci mentre scorrono le immagini, “da allora è stato tirato su questo muro in cemento. Da più di 20 anni, circa 100 persone sorvegliano 1635 metri cubi di scorie radioattive e siccome non sapevano dove seppellirle le hanno interrate sotto questa collinetta”. E questo nonostante dal '75 l'Ente di Controllo sul nucleare vieti di stoccare rifiuti liquidi. La Sogin, nel frattempo, ha avuto altro da fare: “La piscina, vecchia di 40 anni che contiene le barre di uranio, ha perso liquido radioattivo che è colato nel terreno in profondità minacciando la falda”.