Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 La catena di san libero La Catena di San Libero n. 369

La Catena di San Libero n. 369

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La Catena di San Libero n. 369
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di Riccardo Orioles - 20 settembre 2008

Notizie vere, notizie false Un avviso di garanzia ai sensi dell'articolo 656 del Codice Penale è stato inviato ieri dalla Procura di Catania al direttore del quotidiano locale La Sicilia, Mario Ciancio.

 

 La decisione dei magistrati catanesi sarebbe motivata dalla "notizia", pubblicata con grande evidenza dal quotidiano catanese nel maggio scorso, di un presunto tentativo di rapimento perpetrato da zingari all'uscita di un supermercato. Nel particolare clima di quel momento - si osserva negli ambienti della Procura etnea - una "notizia" del genere una (per altro priva di ogni riscontro) avrebbe potuto facilmente dar luogo a incidenti anche molto gravi, particolarmente ai danni di elementi della comunità rom; è pertanto da ritenersi largamente violato il disposto dell'art.636 che vieta la "pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l`ordine pubblico". "La decisione della Procura di Catania - ha dichiarato poco più tardi il Presidente dell'Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Franco Nicastro - è ineccepibile e abbiamo già provveduto a titolo cautelativo a sospendere dall'Ordine il nostro iscritto Mario Ciancio. Non si pubblicano con leggerezza notizie così gravi e completamente prive di ogni supporto giornalistico". "A questo proposito - ha aggiunto Nicastro - voglio congratularmi con i ragazzi del sito universitario Step1 che sono stati i soli a comportarsi da giornalisti in quest'occasione, andando immediatamente a cercare le fonti sul campo e denunciando quindi l'assoluta inconsistenza dell'accusa, formalizzata adesso anche dalla piena assoluzione dei due giovani zingari ingiustamente accusati. Bravi ragazzi, continuate così" Di parere diverso ("Inammissibile ingerenza di una magistratura politicizzata") il segretario dell'Associazione Siciliana della Stampa, che ha fatto pervenire un "rispettoso e solidale" messaggio al collega Ciancio. "Sono sempre stato il primo a difendere gli zingari e questa assoluzione è tutto merito mio" ha dichiarato infine, su consiglio dell'agenzia che cura la sua immagine, l'onnipresente teatrale Antonio Fiumefreddo.

 

Heimat Sant'Angelo di Brolo è un comunello di quattromila abitanti nell'interno della provincia di Messina e il miglior modo di arrivarci è, o almeno era una volta, la motocicletta; e precisamente la Bianchi 125 su cui mio padre, molti anni fa, andava a raggiungere la scuola di montagna dove insegnava, con me bambino accovacciato sul serbatoio e alberi e fiori che sfilavano allegri ai margini della trazzera. Il paese, che allora era molto povero, era composto quasi esclusivamente di bambini e donne, la maggior parte degli uomini essendo a quell'epoca emigrati in Belgio, in Germania o al nord; mandavano, ogni mese, quasi tutta la paga nelle "librette" delle famiglie rimaste a casa e per questo inghiottivano molti duri bocconi dai tedeschi, dai belgi, dai "non si affitta a meridionali". E' uno dei posti del mondo a cui voglio bene. L'ho rivisto per caso l'altro giorno, alla tivvù. Niente di straordinario, per fortuna: era solo il tiggì regionale e non era una notizia d'importanza. Pare che le autorità abbiano deciso di mettere da quelle parti un campo provvisorio per emigranti (algerini, tunisini, neri, gente sopravvissuta a stento al mare estivo e ai suoi annegamenti). E, siccome anche Sant'Angelo di Brolo ormai avrà pure lui i suoi bravi fascisti, qualcuno ha organizzato una piccola manifestazione contro gli emigranti. "Non li vogliamo qui!", "Fuori da casa nostra!", "Via gli stranieri!". I cartelli e le grida (queste ultime non troppo forti, da razzisti alle prime armi) erano quelli regolamentari, e così pure le interviste che i giornalisti del Ministero andavano prendendo in giro. La gente, davanti al microfono, parlava con timidezza, un po' per la non-abitudine, un po' per la vecchia buona educazione montanara; ma insomma, sia pure senza gridare, diceva quel si voleva che dicesse. Solo qualcuno, fra i giovani, cercava di fare la faccia feroce, ma senza riuscirci poi tanto. Il tiggì andava, e io rivedevo la moto di mio padre, e i santangiolesi di allora, e quella povera scuola degli anni Cinquanta. ________________________________________

Dibattito fra italiani su un ammazzato "Purtroppo gli stranieri - anche se italianizzati come mr. Abba - non si sentono soggetti agli stessi "doveri" dei "nativi" e in molti casi hanno scelto l'Italia come nuova patria perchè qui è tutto permesso, non c'è Forza Pubblica che tenga e se vengono presi escono subito grazie ad una magistratura tollerante (o forse perchè le carceri sono sovraffollate). Nel caso non solo i tre hanno rubato, ma - inseguiti - hanno ritenuto di opporsi alle loro vittime. Caso ha voluto che è morto un ladro, ma se la sprangata avesse spaccato la testa al derubato quanti avrebbero espresso la loro pelosa solidarietà al provero italiano bianco? Avrebbero detto: se l'è cercata!! Principal". (dal forum di corriere.it) ________________________________________

Giornalisti antimafia In Sicilia, dal 1960 ad oggi, sono morti ammazzati otto giornalisti che avevano scritto e detto cose "sbagliate": Cosimo Cristina, Mauro de Mauro, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno e Giuseppe Alfano. Solo tre di loro erano giornalisti professionisti, mentre Alfano, Impastato e Rostagno sono stati iscritti all'albo solo dopo la morte. Tutti loro avevano scritto e parlato di mafia, ma ad ucciderli è stata anche la loro solitudine e l'indifferenza a cui li ha condannati la "gente perbene". A volte il silenzio è più pericoloso della lupara, ma oggi c'è chi ha deciso di parlare, e per giunta davanti alle telecamere. Per non abbandonare al rischio della solitudine il giornalista Pino Maniaci di Telejato (aggredito il 29 gennaio scorso dal figlio minorenne del boss Vito Vitale) un gruppo di associazioni siciliane ha invitato la cittadinanza a leggere al posto di Pino il notiziario dell'emittente di Partinico. "Siamo tutti Pino Maniaci - ha detto don Luigi Ciotti - perché Pino non deve sentirsi solo, e perché abbiamo bisogno di un giornalismo fatto d'impegno civile che ci aiuti a non essere distratti o indifferenti". Anche Rita Borsellino ha aderito all'iniziativa, "perché, come diceva Peppino Impastato, voglio insegnare il valore della bellezza ai giovani". I video dei "cronisti per un giorno", per tutta l'estata, sono raccolti sul sito dell'associazione Rita Atria. Persone impegnate in parrocchie, sindacati, associazioni, comitati, ma anche singoli cittadini e perfino giornalisti hanno trovato in questa iniziativa il coraggio della denuncia, che è più facile quando non si è da soli. I cittadini si stringono attorno all'informazione antimafia, che esce dal suo pericoloso isolamento: l'efficacia di questo patto virtuoso tra giornalisti e cittadini va ben oltre i confini di Partinico. La politica nazionale è sorda a questi problemi, talmente impegnata nelle commemorazioni delle vittime da ignorare chi viene minacciato da vivo. Nel frattempo, sul sito dell'Ordine dei Giornalisti della Sicilia, Pino continua ad essere "invisibile" e non compare tra i nomi degli iscritti: sicuramente si tratta di una svista. [carlo gubitosa] Info: www.ritaatria.it - www.telejato.it

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La ritirata C'è un dato che deve preoccupare la sinistra più della sconfitta elettorale: dopo il crollo politico, sta perdendo anche la battaglia culturale. Lo vediamo ogni giorno in tv, lo verifichiamo nei bar, sugli autobus: la cultura di sinistra sta battendo in ritirata, i suoi valori sembrano scomparire, la marea della cultura di destra, che dalla marcia su Roma in poi coincide sostanzialmente con la subcultura fascista, monta in modo spaventoso e rischia di sommergerci tutti, fino ad impedirci di esprimere la nostra opinione. Se la sinistra dovesse perdere la "guerra civile" della cultura, l'Italia entrerebbe in un tunnel paragonabile al franchismo. Non è difficile accorgersi che, mentre gli esponenti del centro-sinistra tendono addirittura ad autocensurarsi, l'obiettivo della destra (di governo ed extraparlamentare) è l'egemonia culturale. L'offensiva sul terreno della scuola, dell'università, del cinema, dello spettacolo, dei mezzi di comunicazione, televisione in primis, è massiccia. Il metodo è quello della propaganda "a spallate". Ci prova Alemanno, forte della sua posizione di sindaco della Capitale, a riportare indietro le lancette dell'orologio di An, sostenendo che il fascismo non è stato il male assoluto. Lo segue a ruota La Russa, che da ministro della Difesa difende i valori e gli uomini della Repubblica di Salò! Con le spallate qualcosa passa, le coscienze fasciste si rallegrano e non è sufficiente a raffreddarle neppure il richiamo di Fini, che chiede ai militanti di destra di riconoscersi nei valori antifascisti. È chiaro che c'è una lotta interna ad An per il controllo del partito, ma è altrettanto chiaro che la base è schierata con i nostalgici di Almirante: persino il capo di Azione giovani di Roma, tal Iadicicco, che conta come il due di picche, si è permesso di rispondere al leader del suo partito che "i ragazzi di Azione giovani non possono, non vogliono e non saranno mai antifascisti". Nel frattempo, quelli di Forza Nuova e di altre non meglio identificate sigle, che prima si riunivano nel sottosuolo, ora vanno in giro a vantarsi della loro "appartenenza": tra un raid a Villa Ada, un pestaggio di giovani usciti da un concerto e un oltraggio alle lapidi in memoria dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, tengono pubbliche conferenze, fanno pubbliche manifestazioni (autorizzate). Come prevedibile, i fascisti sono tornati, vogliono l'uomo forte e carismatico, vogliono credere, obbedire e combattere. Il loro unico problema è che l'uomo forte non c'è: delusi da Fini, non possono virilmente identificarsi con quella macchietta di Storace, né tantomeno con la Santanchè, che è donna. Il Pd protesta per le frasi di Alemanno e La Russa, ma è poco credibile. È quello stesso Pd che ha mantenuto, dopo il recente restauro, l'incisione "Mussolini dux" sull'obelisco d'epoca fascista dello stadio Olimpico di Roma. La battaglia della cultura si perde anche su questo terreno. Zapatero, da quando è premier, ha fatto portar via, nonostante gli strilli del partito popolare di Aznar, tutti i simboli del franchismo, a partire dai monumenti. Allora non ci si deve sorprendere se, una volta disperso il patrimonio dei valori della sinistra, un commerciante milanese uccide un cittadino di pelle nera urlandogli "sporco negro". Nè se il questore di Milano e lo stesso pm sostengono che non c'è l'aggravante del razzismo. Né, ancora, se un dirigente del Catania consiglia di dare bastonate sui denti agli avversari. [riccardo de gennaro]