Archivio Antimafia Duemila

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La Catena di San Libero

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4 ottobre 2010

La Catena di San Libero n. 388 curata dal giornalista Riccardo Orioles



Qua comandano quelli della Trabant

Fare macchine che non si vendono, coi soldi dello Stato, e alla fine accusare gli operai

La Trabant non si vende e il Partito accusa gli operai. “Dovete lavorare di più - dice il Partito -  E' che siete abituati troppo bene. Ma d'ora in poi vi faremo vedere....”.
Tutti gli apparatnik, tutti i politici, tutti i giornali annuiscono gravemente.

Nessuno propone la soluzione più logica (nazionalizzare la Trabant e metterla in mano agli ingegneri) anche perché, in teoria, la fabbrica è già nazionalizzata: vive dei soldi pubblici, produce pessime macchine ed è gestita da gente che di partito s'intende forse, ma di automobili assai meno. Gli unici rimedi che conoscono sono: uno, più sacrifici; due, più polizia.

Esattamente la situazione della Fiat. Cacciati gl'ingegneri dai vertici (qualcuno si ricorda ancora di Ghidella?), sostituiti da gente fidata del Partito (Romiti nell'88, adesso l'ineffabile Marchionne), le macchine vengono male e nessuno ne vuole.

Fra tutte le consolidate auto europee, la Fiat è quella (- 26 per cento) che va peggio. Non per colpa dei coreani o dei cinesi: soffre Psa, Volkswagen, le europee.

Buttare fuori a calci il compagno Marchionnov? Non se ne parla nemmeno. Sacrifici, licenziamenti e, se qualcuno protesta, polizia. E siccome qui in Unione Sovietica c'è un partito solo, nessuno seriamente protesta (seriamente vuol dire vendita forzata o nazionalizzazione).

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Cose Nostre

Trasferito d'autorità un poliziotto, Raffaele Mascia, che faceva indagini sulle infiltrazioni mafiose in città.
Minacciato (testa di capretto mozzata) un compagno, Roberto Giurastante,  che faceva inchieste sui traffici di rifiuti nella regione.
Queste due notizie vengono, rispettivamente, da Imperia e da Trieste.

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Il Quarto Reich di Brighella

Che fa un capo dello Stato riformista anzi semplicemente democratico anzi, mi voglio rovinare, addirittura conservatore e di destra se il sindaco di un paese propugna la superiorità della razza bianca locale e vuole insegnarla per forza ai bambini innocenti delle scuole? Manda messaggi? Si appella alla buona volontà di un minisstro? Lascia intendere che forse non va bene?.Manda direttamente la truppa, reparti delle Forze armate, che disperde la folla razzista a calcio di fucile e fa ala ai bambini neri.

Non l'ha fatto Di Pietro o Vendola e nemmeno Bersani. L'ha fatto un presidente degli Stati Uniti, il repubblicano Eisenhower,, a Little Rock nell'Arkansas nell'autunno  del '57. Pochi anni dopo, nel '62, fu Kennedy a mandare quattrocento federali nel Mississippi, dove i razzisti locali - governatore in testa – pretendevano di fare i razzisti nell'università.

Anche qui, le baionette spianate e qualche buon spintone fecero un buon lavoro. Ad Adro, nel Quarto Reich di Brighella, il sindaco ribelle e razzista invece è ancora lì.

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La vera notizia


«La vera notizia a me l'ha detta Eva, una ragazza del Centro per disabili con cui lavoro - racconta Mauro Biani - "Hai sentito? - mi ha detto -  Sakineh non l'ammazzano più, la impiccano". Una frase che vale più di cento editoriali»

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Giudici a Berlino


Qua in Sicilia, a Catania i giudici non hanno la tradizione di Palermo. Un modo eufemistico per dire che negli anni 70 mettevano in galera l'ingegnere Mignemi che denunciava scandali edilizi, negli anni '80 indagavano sui conti di Giuseppe Fava, negli anni '90 coprivano i Cavalieri e un paio di anni fa non si accorgevano che i Santapaola scrivevano editoriali sui giornali di Ciancio. Qualche giorno fa, fra la sorpresa generale, sono piombati sull'unico giornale non di Ciancio della Città, Sud, che - a quanto avevano sentito dire - aveva intenzione di parlar male del presidente Lombardo.

Sarebbe bellissimo se Catania prima o poi diventasse una città normale, a cominciare dal Palazzo di Giustizia e da coloro che l'abitano. Non sembra un momento vicino.
Ci sono magistrati borbonici (quelli cresciuti col vecchio Di Natale: il persecutore di Fava, per intenderci), ci sono magistrati liberal (quelli del caso Catania di qualche anno fa: i persecutori di Scidà, per intenderci).

Tutt'e due, fra di loro, si fanno a quanto pare una gran guerra, dando notizie, negandole, incriminandosi - per interposta persona - a vicenda, ciascuno coi suoi notabili, i suoi amici, le sue bestie nere.
Noi (salva la solidarietà coi colleghi di Sud  -  solo i colleghi) noi non c'entriamo, siamo di un altro mondo, forse – ci pare a volte - di un altro pianeta.

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Parlare di "politica"? Bravo chi ci riesce


E' diventato impossibile parlare di “politica” perché ormai la divaricazione fra il mondo Vip e quello nostro è tale, che pare di ragionare con gente di pianeti diversi.
I nostri problemi (di noi di questo pianeta) sono i seguenti:

1) E' morto il sistema industriale con cui l'Italia era uscita dal Terzo Mondo. Morto ammazzato, con l'eliminazione di Keynes, la fine (teorizzata) del sindacato, la riduzione (proclamata) del rapporto di lavoro a mero fatto occupazionale, “militare”. Tutto ciò, naturalmente, ricaccerebbe in dieci anni l'Italia fuori dell'Occidente (l'Argentina “prima” era un paese prospero e avanzato) ma ai grandi manager non gliene frega niente perché loro – individualmente e come ceto - non sono italiani, sono multinazionali. La Fiat, che comanda in Italia, non è italiana affatto.

2) Il potere politico (anzitutto la finanza, e poi anche la “politica” e le regioni) in metà del Paese è tout-court mafioso e nell'altra metà assedia le poche roccaforti ancora indipendenti.

A questi due problemi, ciascuno dei quali basterebbe a a distruggerci come Nazione, si aggiunge quello della Lega, cioè di un potere dichiaratamente eversivo che siede alla pari con gli altri poteri.
Le interviste di Bossi qui non ci fanno ridere affatto; ci fanno pensare invece a titoli del tipo “Il Presidente della Repubblica (o il sindaco di Peretola, o l'ambasciatore del Belgio, o chi volete voi) si è incontrato ieri col capo delle Brigate Rosse Renato Curcio” ecc.

I danni della Lega risultano per fortuna limitati dalla sua povertà culturale. Riesce semplicemente ad assorbire e “politicizzare” inciviltà preesistenti. In più, tradisce il nord  - senza neanche accorgersene - aprendo le porte alla mafia, che per lei è semplicemente uno dei tanti poteri con cui far “politica” furbesca all'italiana.
(Senza accorgersene, certamente. Ma si è accorta benissimo, e l'ha portato a fine cinicamente, del primo tradimento, quello fondativo, con cui ha permesso la deindustrializzazione del nord svendendo cent'anni e passa di civiltà – operaia e industriale – questa sì “padana”).

Di questi due problemi (due e mezzo) nella “politica” italiana non si ritrova traccia, se non formale. La Fiat non ha avuto oppositori.
L'Espresso dedica una copertina molto benevola a Marchionne (e questi sono i liberal, figuriamoci gli altri). Il resto degl'industriali s'è già accodato.
Quanto alla mafia...beh, lasciamo andare.

Soltanto nelle assemblee dei ragazzi, oramai, si trova la politica reale. Nel paesino sperduto, alla prima assemblea antimafiosa, vengono rudimentalmente dibattuti i problemi reali del Paese. A Roma no. Nei convegni, nelle redazioni, nei precongressi, nei partiti si parla sempre e disperatamente – weimarianamente – d'altro. E uno dovrebbe mettersi seriamente a commentare il nuovo partito, o non-partito, di Veltroni, o la precisazione di Chiamparino, o l'ultima intervista di Renzi?

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Il dopo-Ciancio


A Catania, una buona notizia (una notizia improvvisa, eppure attesa): è nato un giornale nuovo, al di fuori di Ciancio, e per la prima volta non è uno di quelli fatti da noi ma ha degli imprenditori che lo finanziano.
La notizia non è il giornale (si chiama “Sud”; il direttore, non nostro, è un bravo ragazzo; esce ogni due settimane), la notizia sono gli imprenditori. Per la prima volta dopo secoli degli imprenditori catanesi si son tirati su mutande e brache e hanno timidamente iniziato a fare il loro mestiere.

Questa è una svolta. Comincia, con questa piccola storia, il dopo-Ciancio..
Ci coglie con sentimenti diversi: simpatia, diffidenza, sorrisi, scuotimenti di testa...
Adesso, il cammino sarà in discesa. Non sarà breve o facile, ma sarà la seconda parte della strada.
La prima è durata venticinque anni.

Io spero che i colleghi di “Sud”, e persino i loro imprenditori, abbiano un buon successo in questa impresa, che certo non sopravvaluto ma nemmeno voglio sottovalutare. Il suo valore di segnale è indiscutibile, conferma le nostre analisi, c'incoraggia nel lavoro; ma potrà avere anche – lo vedremo nei prossimi mesi – un buon peso anche di per sé, giornalisticamente; ed è ciò che auguriamo.

Quanto a noi, abbiamo avuto una fortuna grandissima in tutti questi anni ed è stata quella di avere accanto – dopo il gruppo iniziale dei Siciliani – dei colleghi e compagni molto superiori a quel che meritavamo. Coraggiosi, costanti, solidali, amici: nello sfacelo generale, essi pochi hanno tenuto duro. E sono ancora qui al loro posto, all'inizio – speriamo – di una stagione meno dura, nata soprattutto grazie a loro.

Non mi ricordo più, alle volte, qual era l'obbiettivo finale dei Siciliani. Forse semplicemente questo: essere degni del nome, essere i Siciliani. Non c'è dubbio che Fabio, Graziella, Piero, Giovanni, Toti, Maurizio, Luca, Sonia, Massimiliano, Lillo, Sebastiano e tutti gli altri l'abbiano conseguito.

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Sei amici


Il dottore Nastasi, veterinario, s'era fatto tutta la ritirata di Russia a piedi, con gli alpini. Mio padre aveva la rotula sinistra di metallo, completamente ricostruita, e varie schegge non estraibili in corpo. L'altro Nastasi, quello che insegnava ginnastica, s'era fatto Grecia, Libia e Albania. Idem Alfano e Ruvolo, tutti in fanteria. Ghetti, un anno e mezzo nei sommergibili: ne tornarono una decina, dei sottomarini atlantici, e "alla parata di Napoli eravamo ottantuno". Di questi sei amici non ce n'era uno che non bestemmiasse quando sentiva "gerarchi" e "mussolini".

Nessuno di questi sei era pacifista, nel senso che intendete voi adesso. Ma odiavano la guerra e chiunque ne parlasse bene. "La guerra, la guerra...". "Eh. Non potete capire, voi giovani, quant'è bella la pace". Uno sospirava, l'altro tirava un colpo di toscano.

Non si sono mai fatti guardare, da me bambino, come eroi. Stavano anzi molto attenti a non farlo. Di tutta la guerra, l'unica racconto che ho di mio padre è delle sigarette che s'erano scambiati, sotto la tenda   dell'ospedale da campo, con il maggiore inglese che forse l'aveva ferito. E un'altra volta in cui, con tutti noi bambini a naso in su davanti ai premi del tiro a segno, dopo lunga esitazione e vergognandosi prese la carabina ad ariacompressa e a uno a uno li buttò giu tutti. "Ero tiratore scelto" mormorò come scusandosi, distribuendo le bambole e gli orsacchiotti di pezza.

Non so quante ferite e medaglie avessero quei sei amici, tutti insieme. Ma mi hanno insegnato la pace, poiché erano dei soldati.
Oggigiorno un politico - culomolle, gerarca, mai stato al fuoco, mai rischiata la pelle per il suo paese - vorrebbe invece insegnare la guerra (peggio: giocare alla guerra) ai ragazzini. Ma mio padre e i suoi amici, nelle loro varie e diverse idee politiche, concordemente avrebbero avuto orrore di lui.

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I termini della questione


Angelo Vassallo, Nicola Cosentino.
Pio La Torre, Vito Ciancimino.
Piero Gobetti, Amerigo Dumini.
Questi sono i termini della questione qui ed ora.
Se siamo ancora in politica, il tipo di politica in cui siamo è questo.

* * *

Il regime uccide i suoi oppositori. Non ci sono ordini dall'alto. Ma non ce n'erano neanche prima. Non è stato Mussolini a ordinare di uccidere don Minzoni. Non è stato Ciancimino a dare l'ordine di uccidere Peppino Impastato. Ma quelle uccisioni erano "necessarie", erano nella struttura intima di tutto un regime.

Per quale motivo il sistema mafioso (che comprendeva, allora, vertici della Dc siciliana) avrebbe dovuto non uccidere uno come Impastato:
che pericoli c'erano a farlo? Un lottacontinua d paese: chi se ne sarebbe accorto? E che guai srebbero mai potuti venire dall'uccisione di un povero prete di campagna come don Minzoni? Tutt'e due dannosissimi, localmente. Facili da soffiare. Davvero c'era bisogno di andare a chiedere gli ordini al Capo, di disturbarlo per così poco?

Però Badalamenti era uno degli pilastri palermitani - con Spatola - dell'era democristiana. Però Italo Balbo era uno dei quattro "quadrumviri" del regime. E il capo dei berlusconiani in Campania è un uomo intercettato in conversazioni servili con camorristi, ed è ancora un gerarca, ed è Cosentino.
Fra tutti, è stato ancora Don Ciotti a dire la cosa giusta. "Fermatevi tutti un attimo, alla stessa ora, per ricordare Vassallo". Che frase semplice e "apolitica", da prete. Che frase profondamente politica, rivoluzionaria, da - negli anni Venti - "comunista".

"Sciopero generale, contro il fascismo, un attimo di silenzio e ricordo per Matteotti!". Questo ha detto don Ciotti, con le sue parole. Sciopero per un attimo, perché questo siamo in grado di fare ora. Solo un attimo. Ma basta, se è un attimo tutti insieme. Perché ci vuole poco a trasformare quel momento in un'ora, e quell'ora in un giorno, e quel giorno in uno "Sciopero generale contro la mafia - contro il fascismo".

Ecco, la politica è questa. Qui ed ora è questa - lo sciopero generale contro il regime -, la politica che ci serve, non la trattativa. Non sono Del Bono e Vecchi, non è Federzoni e non è Ciano - non è nemmeno Sua Maestà il Re e imperatore - il nostro interlocutore. E' quel ragazzo che organizza quel mometno di sciopero - solo un momento, ora - nella sua scuola. E' quel sindacalista che si ricorda dei suoi antichi ("No al fascio - pane e libertà"). E' quel muratore rumeno - tutti i muratori di Roma sono rumeni oggigiorno, come già un tempo erano tutti meridionali terroni, o tutti burini - che non sciopererà, adesso, ma per un attimo bofonchierà qualcosa al compagno vicino, là sull'impalcatura.

(Dimenticavo. Vassallo era un esponente dell'odiato "Pi Di meno Elle", esattamente come Matteotti era un "traditore riformista" e Pio La Torre un "moderato" del Pci. "Uniti si vince" dicevamo ua volta, quando si vinceva).

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Parlando di noi


Caro G. e cari tutti,
mi dispiace molto di non poterci essere ora, vi seguo con attenzione e vi auguro buon lavoro.
Buon *lavoro*, non buona commemorazione o buona autoconsolazione o buona ripetizione delle cose che già tutti sappiamo. E nemmeno - ma questo a voi non c'è proprio bisogno di dirlo - buona autoglorificazione, una categoria che un tempo era quasi assente e ora ahimè è fin troppo presente nelle occasioni pubbliche dell'antimafia.

Lavorare vuol dire non essere nè geni nè eroi, e anzi guardarsi accuratamente dall'esserlo e considerare con diffidenza un uso troppo frequente di queste parole. Le guerre le vincono i comuni soldati - e la vostra è una guerra - e non i generali e neppure i cavalieri a cavallo. Bisogna che vi abituiate subito a pensare così, per quanto fuori moda sia; a lavorare pazientemente e modestamente, ma con serietà e con costanza, senza grandi parole ma senza mollare mai nemmeno per un istante. Ma questa nel caso vostro è una predica superflua, visto che vi conosco e so che persone siete. Diciamo che è una cosa in più, un pericolo che vi segnalo.

Certo, potrà capitarvi (è capitato ad alcuni dei presenti) di dovere affrontare situazioni durissime, momenti in cui - come si dice - non è neanche sicuro di riportare a casa la pelle. Ma se vi toccheranno affrontatele senza tante parole, come un muratore su un'impalcatura difficile o un ferroviere su una linea rischiosa. Noi siamo stati così, Pippo Fava è stato così. Se volete imitarlo - ed è bello imitare uno come Pippo Fava - cominciate da questo: niente grandi parole!

E un'altra cosa vorrei dirvi, un'altra cosa un po' anomala, del Direttore: non era un giornalista d'inchiesta. Lo era stato a suo tempo (con Liggio, con Genco Russo, coi mafiosi di allora) ma non quando ha diretto i Siciliani. E allora perché l'hanno ammazzato?
Perchè non Claudio o me o Miki, che invece le inchieste le facevamo proprio allora?

Perché il giornalismo d'inchiesta non è che una parte del giornalismo, e nemmeno la parte principale. La parte principale è quella (fra virgolette) "politica" ed è come leader politico che Pippo Fava è stato ucciso. Ma come, i leader politici vanno in giro così, senza potere nè cravatta,  senza nemmeno un partito cui appartenere?

Proprio così. La politica vera è  raccontare i dolori della gente, e le loro speranze, e i volti dei potenti che l'opprimono, con arte, mettendoci tutti se stessi, cervello e cuore.  Allora, e soltanto allora, la verità colpisce davvero.
Tra voi ci sono tre ottimi giornalisti - Carlo, Graziella e Pino - che hanno pagato moltissimo per quello che hanno fatto. Hanno fatto inchieste bellissime ma ciò che non gli è stato perdonato è stato prima di tutto il loro ruolo "politico" e civile.
Quando Graziella non solo indaga su un episodio ma anche organizza i Siciliani, quando Carlo si fa esempio vivente di rottura dell'omertà del notabilato locale, quando Pino non solo denuncia i Fardazza ma li schernisce e porta la gente a ridere di loro, ebbene, questa è politica e questi sono i nostri militanti politici, non solo e non principalmente i nostri giornalisti. Bravi, concreti, complessivi e quindi non digeribili in alcun modo. "Pericolosi".

E così spero si possa dire di voi, in tutti i campi. Un saluto affettuoso e ancora buon lavoro.

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Peppe Sini <nbawac[at]tin.it > wrote:

< Il governo del colpo di stato razzista è ipso facto un governo fuorilegge, avendo violato la Costituzione della Repubblica Italiana ed i fondamenti stessi dello stato di diritto.
Occorre ottenere le dimissioni del governo del colpo di stato razzista; e non attraverso una congiura di palazzo, ma attraverso una insurrezione nonviolenta del popolo italiano in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani.
Dimissioni immediate del governo hitleriano della guerra e del razzismo, delle stragi e delle persecuzioni, dell'anomia e della barbarie.
Viva la Costituzione della Repubblica Italiana! >

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Tindaro La Rosa, sindacalista siciliano, wrote:


Non siamo tutti gli stessi

< Una sola cosa accomuna gli uomini:
la morte dopo la vita;
ma nessuna cosa accomuna tutti
nella vita.
La politica aggrega,
ma nella diversità di scelte;
educa sul come vivere,
organizzarsi e agire.

Non siamo e non potremo mai essere
tutti gli stessi,
perchè partiamo da posizioni tanto diverse
per andare in direzioni tanto diverse,
per raggiungere obiettivi distanti
e contrastanti.

Non siamo tutti gli stessi
e non è vero che sono tutti gli stessi,
sia sul piano generale che particolare,
sia collettivamente
che individualmente >

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