Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
NOTIZIE 2007/2011 La catena di san libero La Catena di San Libero n. 380

La Catena di San Libero n. 380

E-mail Stampa PDF
Indice
La Catena di San Libero n. 380
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Tutte le pagine

riccardo-orioles-web.jpg


di Riccardo Orioles  - 14 gennaio 2009

Maschi adulti e bambini
Va molto bene, la guerra contro i bambini. Dopo tanti falsi allarmi e delusioni, finalmente stiamo vincendo noi adulti, senza discussioni.

Dopo anni e anni di lotta - in Bosnia, in Africa, alle fermate dei bus a Tel Aviv, davanti alle baracche dei campi profughi in Palestina - si comincia a intravvedere una svolta, una soluzione. Non possono più resistere molto a lungo. Non è solo questione di tecniche moderne, di bombe al fosforo e cinture esplosive. E' che finalmente ci siamo liberati da tutte quelle vecchie superstizioni (quanta gente, fino a pochi anni fa, ci credeva ancora!) per cui non puoi cacciare le rondini, non puoi bruciare i cani per divertirti con la benzina, non puoi picchiare le donne e manco ammazzare i bambini. Medioevo, tabù. Ora tutto è diventato più moderno e più civile. Che crepino! Abbiamo delle strategie da seguire. Non si può fare la frittata senza rompere qualche uovo. Effetti collaterali. Ci dispiace.

E, tutto ciò, in nome delle culture più moderne - geopolitk, squilibri demografici, spazi vitali - come delle più antiche. Tornano i vecchi dei del deserto - Jahvè, Allah, Baal, Marduk e altri ancora - di nuovo ghignanti e urlanti, nutriti a dismisura di sangue umano. "Zitto, che sei un ragazzo!" urlano i sacerdoti. "Femmina immonda, taci!". "Ammazza, ammazza anche tu, se sei un uomo!". Luride barbe di patriarchi e visi di giovani maschi hanno le stesse espressioni dure e tese, religiosamente concentrate a ben ammazzare. Urlano disperatamente i bambini, ma il tabù è finito. Due sono morti così, urlando di paura, finchè il piccolo cuore è esploso. E questa è la terra santa, terra di dio.

Se mai un governo civile - per qualche benedizione di alieni, per una qualche invasione da qualche altro pianeta - dovrà reggere prima o poi quelle terre, la prima cosa da fare sarà radere al suolo tutte le pietre antiche, dalle moschee di Omar ai muri del pianto. Grandi totem preistorici intrisi di sangue umano, giochi sanguinolenti di sacerdoti. Bruciate le bibbie, per Dio, fate a pezzi i corani! I libri delle stragi, dell'occhio per occhio, dei pastori feroci coi greggi delle pecore e quelli degli esseri umani.
* * *
Io, io sto con gli ebrei, come son sempre stato. Ma dove sono gli ebrei? Qualche migliaio, ne è rimasto; quelli che nelle piazze dicono, con immenso coraggio, "non ammazzate". Gli altri sono ormai un'altra cosa, una tribù medioorientale, una delle tante. Alauiti di Siria, sunniti di Mesopotamia, sciiti, askenaziti, sefarditi: nomi che un tempo erano religiosi e nobili e aspiranti al divino, e ora mero pretesto per un'identità di dominatori. Nessuno parli più di Anna Frank., o dell'Islam di Dio, o dell'"Ascolta Israele". Come, in questo macello ipocrita, se ne può parlare?

Qualcuno, alla fine, avrà torto, qualcuno avrà avuto ragione. Ma tutti avranno ammazzato i bambini, chi più e chi meno, chi prima e chi dopo, a seconda delle opportunità. Pochissimi saranno rimasti veri ebrei e veri palestinesi. Nella storia, se storia ancora ci sarà, resterà l'impazzimento collettivo di una razza umana ferocemente suicidata dai suoi maschi adulti. Ed essi, sulle macerie di tutto, sono lì a martellarsi coi due pugni il petto urlando a denti scoperti il grido della vittoria, pre-umano.

________________________________________

Annigoni

Vittorio Annigoni, cooperatore e giornalista italiano in Palestina, è stato in queste ore formalmente minacciato di morte da un sito semiufficiale della destra americana, lo "Stop The Ism", che ne ha messo in rete il nome, i dati e la foto invitando l'esercito israeliano a ucciderlo alla prima occasione.
Questo sito è ancora liberamente presente in rete. Nessuna iniziativa, fino a questo momento, è stata presa in merito dal governo italiano, o da altri.
Bookmark: http://stoptheism.com

________________________________________

Catania: a chi ubbidisce chi comanda?

Da venticinque anni, il cinque gennaio è la data-simbolo degli antimafiosi catanesi. Per gli altri, è il giorno in cui lanciare messaggi. Una volta i mafiosi dissero: “Claudio Fava? Uccideremo anche lui”. Adesso Ciancio dice: “Claudio Fava? Non esiste, lo taglio via”

Ciancio non è uno sciocco, ha hobby intelligenti (ad esempio numismatica antica) ed è molto meno grezzo del personale che usa. D'altronde essere diventato il primo imprenditore in Sicilia, aver comprato l'intera classe dirigente catanese, aver preso senza scossoni il posto che a suo tempo fu dei famosi Quattro Cavalieri non è impresa da poco.
Perciò sorprendono a volte la puerilità, l'autolesionismo e il sicuro effetto boomerang di alcune delle sue uscite. L'altra volta era stato l'editoriale affidato, sotto forma di lettera, a un esponente del clan Santapaola. Adesso una storia ancor più grottesca, e cioè la maldestra censura della figura di Claudio Fava, tagliata via da una foto in modo aperto e plateale.

Catania, come Ciancio sa, non è l'Italia intera e queste cose, ogni volta, lo rendono ridicolo e odioso. Persino la prudentissima Federazione della Stampa, che per venticinque anni - in Sicilia - è rimasta neutrale di fronte a tutto, ha dato segni di vita. Un autogol dopo l'altro. Eppure l'uomo è un politico, sa fare diplomazia quando occorre. Ma di fronte a Claudio Fava, e a Claudio Fava il 5 gennaio, perde semplicemente le staffe. Almeno, questa è la prima impressione.
Il cinque gennaio, che è una scadenza popolare e non dipendente da nessuno (furono gli studenti di Catania, e non un'autorità qualunque, a istituirla), negli ambienti mafiosi - nel Sistema - fa ancora paura. E' il simbolo di una lotta che non s'è mai fermata. Di questa giornata Claudio Fava fa parte non solo come figlio di Giuseppe Fava e come militante storico dei Siciliani, ma anche come vittima designata. E' il 5 gennaio di vent'anni fa che il clan Santapaola voleva ucciderlo, e proprio davanti alla lapide, come un esempio. L'assassinio fallì per caso. Ma il messaggio era chiaro.

E' chiaro il messaggio anche oggi, e sempre il 5 gennaio: “Io, Claudio Fava lo cancello. Il tempo passa, tante cose sono cambiate. Ma di questo potete essere sicuri, che per me Claudio Fava, i Siciliani, il movimento antimafioso, sono e resteranno dei nemici”.

Questo è il messaggio che ha mandato Mario Ciancio, e che manda ogni cinque gennaio: con queste censure esplicite, questi tagli di foto. Ma a chi lo manda? E perché lo manda? Lo manda spontaneamente, o perché costretto? Dopo quelli - visibili - degli anni '80 e '90, quali sono ora i rapporti fra Mario Ciancio primo imprenditore catanese e gli eredi dei gruppi che hanno dominato questa città?
Questa curiosità per ora è nostra e la firmiamo - assumendocene la responsabilità – soltanto noi. Ma, storicamente, molte nostre curiosità e interrogativi hanno finito per diventare interrogativi di molti, e infine delle istituzioni preposte. Vedremo quanto tempo ci vorrà stavolta.

* * *
Quanto al resto, del cinque gennaio catanese c'è ben poco da dire. E' nata un'altra leva di giovani, che noi abbiamo visto crescere da due anni in qua e altri riescono a vedere solo ora. Tranquillamente e con forza, senza cerimonie inutili e senza grandi parole, essi attendono adesso all'obbiettivo fondamentale di Giuseppe Fava, di cui sono i continuatori e gli eredi: costruire l'informazione indipendente a Catania e con questo strumento liberare la città. Non sarà un lavoro facile, e lo sanno, ma è un lavoro possibile. A condizione di essere uniti, di non nutrire povere ambizioni individuali ma solo una altissima e collettiva, e di non mollare mai.
Li aspettavamo, eravamo certi che sarebbero arrivati e non abbiamo alcun dubbio su di loro. Non c'è altro da dire.

________________________________________

Stazione

Catania, stazione, binario uno. Un caporale in mimetica, sui venticinque, basso, serio, tarchiato. Un siciliano dell'interno probabilmente; e una donna più o meno dello stesso tipo, con un sorriso largo e, a guardarlo attentamente, un po' forzato. Stanno grattando un gratta-e-vinci sul muretto. Appesa alle gambe di lui, tutta ridente, c'è una bambina di tre o quattr'anni, gli tira spavaldamente il giubbotto. La tuta è del tipo desertico, color sabbia macchiata; al braccio l'insegna con scritto Tchad, forze italiane. Non hanno vinto, osservo allontanandomi verso i giornali, e adesso si sorridono occhi negli occhi. Le dita dell'uomo carezzano i capelli della bambina, adesso. La donna gli sta dicendo qualcosa.
Dieci minuti dopo, sul treno per Roma, ho rivisto il soldato mentre stava salendo sul vagone. Butta dentro la borsa, si volta a riabbracciare la bambina. Sua moglie dice ancora qualcosa, che però si perde fra gli strilli. Ha cominciato a piangere esattamente ora, disperatamente, appena il soldato ha posato il piede sul primo gradino. La mamma la tira a sè, il soldato sale. Gli sportelli si chiudono, il treno parte. "Permesso" dice educatamente il soldato, spingendo la borsa davanti a sè sul predellino. E' uno sui venticinque con una faccia seria per la sua età, da figlio di contadini di Caltanissetta o Niscemi..

________________________________________