Archivio Antimafia Duemila

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NOTIZIE 2007/2011 La catena di san libero La Catena di San Libero n. 373

La Catena di San Libero n. 373

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La Catena di San Libero n. 373
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22 ottobre 2008
Saviani
Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n'è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce.



Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina d'anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all'Ansa, la possibilità di uno stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui, difatti, l'hanno licenziato in quanto "giornalista pacifista". Marco non ha paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che fa.

Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno non ufficialmente, ed è contento di quel che fa.

Anche oggi Pino ha finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.

Anche oggi Luca ha chiuso la porta della redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po' più di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E' da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.

Ho messo i primi che mi sono venuti in mente, così per far scena. Ma, e Antonella di Censurati.it? Sta passando guai seri, a Pescara, per quell'inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent'anni sono passati, da quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell'inchiesta sui clan Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E... Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che un'idea ve la siate fatta. C'è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e siti, coi loro - seri e professionali - redattori. Ogni tanto ne fanno fuori qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po'. Tutti gli altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno importi affatto - fra giornalisti "alti" e politici - se sono vivi o no. Eppure, almeno nel settore dell'antimafia, il novanta per cento delle notizie reali viene da loro.

Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo chi di mafia s'interessava davvero, se l'è cagati. Poi è successa una cosa ottima, cioè che l'industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo, per lui. Ma ne è derivato soprattutto che - poiché l'industria culturale è stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per mettere in circolo contenuti "sovversivi" - un sacco di gente ha potuto farsi delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un'imprenditoria un po' più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche armata, vincente.

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Ci sono tre cose precisissime che, in quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè, il "sistema". Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione "alta", "culturale"; non solo "giornalismo" ma anche, e contemporaneamente, "letteratura". (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante, primordiale: fra una decina d'anni non occorreranno più). Dove "letteratura" non è l'abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il nucleo della stessa notizia che si fa militanza.

Nessuna di queste cose è stata inventata da Saviano. Il concetto di "sistema", anziché di semplice (folkloristica) "camorra" è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L'aspetto fortemente etico-personale della lotta non alla "mafia" ma al complessivo sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo) dei tardi anni Ottanta. La simbiosi fra giornalismo e "letteratura", che è forse l'aspetto più "scandaloso" (e che più scandalizza; e non solo a destra) di Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola.

Le "scoperte" di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell'estraneità e indifferenza dell'industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli e cuori. Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato) sintetizzarle; e che ha avuto la "fortuna" di incontrare, esattamente nel momento-chiave, anche l'industria culturale. Che tuttavia non l'ha, nelle grandi linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di Saviano, ma soprattutto dell'humus da cui vien fuori) in un certo qual senso strumentalizzata essa stessa.

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Questa è la nostra solidarietà con Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti ("siamo" qui ha un senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro conforto che da se stesso. Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di questo orrendo "sistema" e avrà l'orgoglio di avervi contribuito: non - poveramente - da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta una generazione.

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I giovani come li vogliono loro

Livorno, circondano in quindici un mendicante e lo riempiono di botte. Canicattì, aggrediscono in cinque un rumeno e lo mandano all'ospedale. Varese, aspettano in piazza una marocchina che non gli aveva ceduto il posto in autobus e le spaccano la faccia. Bergamo, in sette picchiano a sangue un quindicenne. Roma, rapinano in sei un transessuale e lo lasciano tramortito per terra.

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I giovani come li vogliamo noi

Scuole e università occupate dagli studenti che cercano di evitare la privatizzazione di queste (all'università solo chi ha i soldi) e la razzializzazione di quelle (a scuola solo chi è bianco). Commenti ufficiali: "Aizzati dai communisti", "Non durerà", "Non serve a niente". Intanto son passati quarant'anni e ancora 'sta voglia di ribellarsi, al ragazzo italiano, non sono riusciti a levargliela di dosso (sarà il troppo italiano che s'insegna a scuola).

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Africani

Bergamo. Riconsegnato ai genitori il bambino scomparso vicino al Portone del Diavolo (zona Celadina) pochi giorni fa. A ritrovarlo un operaio del Burkina Faso, che ha avvertito la polizia e si è preso cura di lui. Era nato in Burkina Faso anche Abdul Graibe, il ragazzo ucciso a sprangate a Milano da due italiani dopo essere stato insultato per il colore della pelle. Burkina Faso, laggiù, significa "paese degli uomini giusti".

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Menzogne di Ciancio...

Ricordate l'editoriale di Vincenzo Santapaola pubblicato, sotto forma di lettera, da La Sicilia di Catania? Il direttore Ciancio s'era difeso affermando che il pezzo era stato autorizzato dal Gip di Catania.
Era una menzogna. Il presidente dell'Ufficio Gip, Materia, smentisce formalmente ("Nessun giudice ha autorizzato l'invio della lettera di Santapaola") la giustificazione di Ciancio. Il quale, costretto a pubblicare la smentita - poiché il magistrato la pretende formalmente ai sensi della legge della stampa - la confina a pagina trentatrè di cronaca, in poche righe.
"La notizia così pubblicata - protesta il magistrato - risulta gravemente lesiva della dignità e professionalità dei Magistrati dell?ufficio Gip di Catania". "Nessuno dei Magistrati del mio ufficio - precisa - succedutisi nella trattazione del processo a carico di Santapaola Vincenzo, ha mai autorizzato l?invio di qualsiasi missiva di Santapaola Vincenzo".

La Sicilia aveva pubblicato la lettera del boss il 9 ottobre, senza alcun intervento redazionale. Proteste di Claudio Fava, riprese anche da noi; polemiche. Il 12 ottobre il giornale di Ciancio "riferisce" l'indagine del Dap sull?iter della lettera: "Un Gip catanese ha dato l?autorizzazione". Il 13 ottobre pubblica una lettera di Luciano Granozzi, della Facoltà di Lingue, con argomentazioni logiche e legali contro la pubblicazione del boss; la lettera del docente è incastonata fra un pastone sulle discoteche e una lettera degli avvocati del boss: "Polemiche antimafia tutte sterili e montate, come avete visto il Gip ha dato l?autorizzazione, imprudente chi ha criticato il nostro assistito" (avvocati Francesco e Giuseppe Strano Tagliareni). Il 17 il presidente della sezione Gip catanese smentisce tutto: tutto falso, nessuna autorizzazione.

"L?articolo da noi pubblicato il 12 ottobre - prova ancora a difendersi il giornale di Ciancio -riproduceva un testo diffuso dall?Agenzia Ansa il pomeriggio del giorno precedente".
La pezza peggio del buco: a questo punto il favoreggiamento potrebbe riguardare non solo La Sicilia, ma la stessa redazione locale dell'Ansa. Che, del tutto casualmente, ha sede nel palazzo della Sicilia in via Odorico da Pordenone (Ciancio in persona è vicepresidente e comproprietario dell'Ansa nazionale). Nei due uffici dello stesso palazzo, adesso, si attendono con una certa trepidazione le prossime mosse della Magistratura e dell'Ordine (romano) dei Giornalisti. Attendiamo anche noi.
[r.o., g.s.]

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