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NOTIZIE 2007/2011 Antonella Randazzo Dittature, Mafia e paradisi fiscali

Dittature, Mafia e paradisi fiscali

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Dittature, Mafia e paradisi fiscali
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di Antonella Randazzo - 19 novembre 2008

Molti sanno che sarebbe assai difficile l’esistenza della mafia, delle dittature e delle frodi societarie se non vi fossero i cosiddetti “Paradisi fiscali”.




Si tratta di luoghi in cui dittatori, mafiosi, imbroglioni, evasori fiscali, corruttori e altri criminali, possono impunemente e tranquillamente praticare i loro crimini.
I mass media parlano di mafia e crimini vari, ma difficilmente spiegano cosa sono i Paradisi fiscali e chi consente e protegge la loro esistenza.
Si tratta di paesi controllati dal gruppo stegocratico (1), che impone una realtà di crimini e dittature, e dunque ha l'esigenza di creare luoghi in cui si possa avere una forte protezione finanziaria.
Nel mondo ci sarebbero circa cinquanta Paradisi fiscali. Le loro banche gestirebbero, secondo stime dell'Fmi, almeno il 25% del Pil mondiale.
Grazie al segreto bancario, queste banche rendono possibile l'evasione fiscale, l’organizzare truffe societarie e reti per corrompere politici e amministratori di ogni paese del mondo. Grazie ai Paradisi fiscali è anche possibile attuare truffe attraverso la creazione di obbligazioni-spazzatura.

I Paradisi fiscali stanno alla base della capacità delle corporation transnazionali di produrre povertà e ingiustizie economiche. Infatti, la loro esistenza rende impossibile ai governanti che lo volessero, tassare in modo equo gli introiti della grandi corporation che hanno sedi sul loro territorio.
James Tobin, premio Nobel per l’economia, aveva proposto una "Tobin tax", ovvero una tassa imposta a tutte le transazioni valutarie che non riguardassero la compravendita di beni reali. Questa tassa avrebbe dovuto limitare le speculazioni finanziarie e permettere ai paesi più poveri di ottenere fondi per un reale sviluppo. La Tobin tax si sarebbe dovuta imporre in tutto il mondo, col risultato che le grandi corporation sarebbero state costrette a pagare cifre considerevoli. Ovviamente, queste ultime, avendo il controllo politico dei paesi in cui operano, non permettono che ciò possa diventare realtà, minacciando di trasferire tutti i loro introiti nei Paradisi fiscali, per poter continuare a produrre senza pagare alcuna tassa.

In assenza di un potere internazionale che sia in grado di prendere le redini della situazione economico-finanziaria del pianeta, le corporation continuano ad esercitare un potere enorme, esportando capitali nei Paradisi fiscali, e impoverendo impunemente le economie di moltissimi paesi.
I luoghi di gestione del potere, come l'Unione Europea, proteggono tale sistema. Ad esempio, dopo il crollo della Parmalat, come spiegò Ivo Caizzi nel “Corriere Economia” del 18 luglio del 2005:

“A Bruxelles ammisero che una stangata ai risparmiatori di quelle dimensioni era stata possibile grazie al ricorso ai Paradisi fiscali. Nell’Europarlamento esplosero dure contestazioni contro le piazze off-shore. Ma quando l’effetto dello scandalo si è attenuato, tutto è rimasto come prima, compresa la possibilità di nascondere nei Paradisi fiscali perfino i capitali destinati a finanziare il terrorismo”.

Sia la mafia che le grandi società, quando le cifre da riciclare sono molto alte, utilizzano società complici che hanno sede in un Paradiso fiscale, come le Isole Cayman.
Esistono anche paesi off-shore, in cui i controlli sul trasferimento di valuta sono molto scarsi ed è facile riciclare denaro sporco, come la Thailandia, la Colombia, la Nigeria o il Messico.
Nelle Isole Vergini britanniche, con soli 1500 euro si può registrare una società, mantenendo un segreto totale sui bilanci, sulle attività e sui titolari. Per sgominare la mafia internazionale basterebbe eliminare tale segreto, e spezzare ogni possibilità di riciclaggio del denaro proveniente da attività illecite. Ma ciò non sarà fatto finché vige l'attuale sistema di potere, che si basa proprio sull'esistenza di Paradisi fiscali e sulla segretezza bancaria.
Per contrastare il riciclaggio del denaro sporco è stato creato, nel 1990, il gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio dei capitali (Gafi), un organismo intergovernativo presente in tutti i maggiori centri finanziari del mondo. L'organizzazione dovrebbe tenere sotto osservazione i paesi in cui è reso facile il riciclaggio del denaro sporco, come l'Egitto, l'Indonesia e alcuni paesi del Sudamerica. Nel 2003, anche l'Europol e la Commissione Europea hanno stabilito norme per la lotta contro il riciclaggio di denaro. Tuttavia, occorre osservare che, finché esisteranno governi sottomessi all'élite di potere occidentale (spesso dittature sanguinarie che commettono ogni sorta di crimine) e i Paradisi fiscali, non sarà possibile contrastare efficacemente il riciclaggio del denaro sporco.
Oggi le cosche mafiose posseggono vere e proprie holding internazionali, e traggono un'immensa ricchezza sia dalle attività illecite che da quelle lecite. Addirittura, come spiega un comunicato del 1994 del Dipartimento di Stato americano, i più grandi gruppi mafiosi (Triadi cinesi, Cosa Nostra, Narcos sudamericani, ecc.) si riuniscono di tanto in tanto per "l'applicazione di una pianificazione strategica e di politiche di sviluppo per i nuovi mercati liberi emergenti, allo scopo di programmare investimenti legali alla stregua di legittime società, nonché di sviluppare ed espandere attività collaterali assolutamente illegali".(2)
Secondo il criminologo Vincenzo Ruggiero, la distinzione fra criminalità economica e crimine organizzato è oggi "un'anomalia analitica, frutto prevalente delle suddivisioni in specialismi che esistono all'interno della disciplina criminologica".(3)
L'economista Bruno Amoroso ritiene che la stessa globalizzazione sia stata prodotta da strategie criminali: